IL FEDERALISTA
Trump e i suoi amici
In pochi giorni e senza troppo rumore, il mancato Nobel per la pace Donald Trump, con un repentino voltafaccia a danno dei curdi, storici alleati degli Stati Uniti, ha cambiato la mappa politica della Siria...

Redazione de Il Federalista

In pochi giorni e senza troppo rumore, il mancato Nobel per la pace Donald Trump, con un repentino voltafaccia a danno dei curdi, storici alleati degli Stati Uniti, ha cambiato la mappa politica della Siria, regalando ad Ahmed al-Sharaa – quel “coraggioso e bel giovanotto” insediato a Damasco dall’“amico Erdogan” – una vasta regione a maggioranza curda: il Rojava, ricco di petrolio e gas e corrispondente a circa un terzo dell’intero territorio siriano, che anche sotto gli Assad godeva di una sostanziale autonomia.

In realtà, il conto alla rovescia per i curdi era iniziato nel maggio 2025, quando l’erratico Trump aveva assunto il patrocinio di al-Sharaa in un gesto di riconoscenza verso l’altro suo “amatissimo amico”, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (che nel 2022, dopo il caso Khashoggi, aveva ricucito i rapporti con Erdogan). In questo balletto di “amicizie” – parola tra le più abusate dal nuovo padrone del mondo – dove la politica è spesso posta al servizio di interessi economici, anche privati, il regista dell’operazione siriana è stato per l’appunto un vecchio amico di Trump, Tom Barrack, immobiliarista statunitense promosso ambasciatore e collocato ad Ankara.

Nelle ultime due settimane le forze governative siriane, affiancate da milizie jihadiste locali, hanno condotto una guerra lampo contro i curdi, prima ad Aleppo e poi nelle province del Kurdistan siriano (conquistando Tabqa, Raqqa e Deir ez-Zor), nell’intento di affermare con la forza il pieno controllo sull’intero territorio. Alla pressione militare di Damasco si sono uniti anche alcuni clan e tribù arabi, di solito alleati dei curdi, che con una giravolta hanno cambiato schieramento, anche sotto la pressione della Turchia, che minacciava di schierare contro di loro il proprio esercito.

Al-Sharaa libererà i miliziani dell’ISIS?
Gli Stati Uniti, che hanno nella zona curda alcune importanti basi militari e circa 2.000 soldati – stanziamenti che tuttavia Trump intende ridurre – avevano istituito nel 2015 le Forze Democratiche Siriane (SDF), truppe curde che lottarono strenuamente e con enormi sacrifici contro l’ISIS. Ora le SDF – stando all’accordo vergato dallo stesso Barrack – dovranno sciogliersi e i loro combattenti dovranno integrarsi individualmente nell’esercito di Damasco. L’alleato Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), classificato da Ankara come organizzazione terroristica, dovrà lasciare il territorio.

Tra gli aspetti più inquietanti dell’offensiva di Damasco si staglia la questione delle carceri nelle quali, da anni e per conto delle Forze Alleate, sono rinchiusi i miliziani dell’ISIS. Esse passeranno sotto il controllo del governo di al-Sharaa che, pur avendo preso le distanze dallo Stato islamico, rimane ispirato a un islamismo radicale.

Ebbene, l’uomo fidato di Erdogan e stimato da Trump, stando a quanto scritto da Michele Giorgio su “il manifesto”, già pianificherebbe “le liberazioni di tutti o di parte dei prigionieri che ideologicamente sono affini alle autorità di Damasco”.

Sebbene la situazione permanga instabile e il capo delle SDF, Mazloum Abdi, abbia dichiarato che l’accordo è stato imposto alle forze curde – non essendovi al momento alternativa per evitare un bagno di sangue di civili – sono da rilevare alcuni aspetti di carattere politico, culturale ed economico.

Niente federalismo… ma un regalo per Trump
Al-Sharaa ha promesso l’inclusione della lingua e della cultura curde nella Costituzione siriana, senza tuttavia garantire al curdo lo statuto di lingua nazionale. D’altra parte il nuovo leader non ha fatto parola della richiesta, più volte ribadita da parte curda, di strutturare il ri-nascente Stato siriano in forma federale. Per i curdi, dunque, nessuna concessione di autonomia all’orizzonte, neppure nei termini ridotti concessi ai drusi nella regione meridionale di Suwayda.

Per chiudere il cerchio, non resta che chiedersi se dall’operazione orchestrata dietro le quinte dall’“amico” Erdogan, insieme al fedele Tom Barrack, l’inquilino della Casa Bianca non si attenda qualche interessante dividendo economico. Si diceva dei giacimenti di petrolio e gas disseminati in tutto il Kurdistan siriano, che da anni registrano una sottoproduzione, se non addirittura un abbandono, dovuti in particolare al lungo periodo di guerra civile.

Prima del ciclo di guerre innescate nel 2011 dalle Primavere arabe, petrolio e gas rappresentavano – informa Michele Giorgio – il 20% del PIL siriano. Non occorre soverchia malizia per immaginare che il “coraggioso e bel giovanotto” al potere a Damasco si sdebiterà da tanta simpatia e benevolenza manifestatagli dal presidente Trump offrendo alle compagnie petrolifere USA l’opportunità di ripristinare e sfruttare i giacimenti di idrocarburi a condizioni molto favorevoli.

E il cerchio è chiuso.

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