Il Federalista ha intervistato il responsabile della redazione sportiva televisiva alla RSI

Intervista a cura della redazione de Il Federalista
Giacomo Moccetti è responsabile della redazione sportiva televisiva alla RSI. Guida, in queste settimane di universale immersione calcistica, lo studio che analizza e commenta le partite trasmesse in diretta.
È noto che Giacomo Moccetti ama molto il calcio, ma oltre 30 serate in diretta (se abbiamo contato giusto) già fatte più altre quattro che incombono… non ti hanno stufato? Oppure forse, per te è come per un buongustaio che si rimette a tavola ogni sera volentieri, sapendo che ci sarà sempre un piatto nuovo?
Non ho contato le dirette, mi pare 32 giorni di fila in onda… Devo dire che la metafora del buongustaio che si mette a tavola è quella giusta: non c'è la noia, perché ogni sera, comunque, il Mondiale propone qualcosa di nuovo, temi nuovi, storie e personaggi nuovi. Non ci si annoia mai… anche se a lungo andare perfino un buongustaio potrebbe aver voglia di mangiarsi un hamburger in un fast food, dopo tante serate in un ristorante stellato.
Se dovesse arrivare -come sembra- un Mondiale a 64 squadre…?
Beh, lì si arrischierebbe l'indigestione. Per il momento però le curiosità sono così tante che alla fine ci si diverte. E nonostante quel vecchio adagio che maligna “fare il giornalista è sempre meglio che lavorare”, questo mese abbondante è stato impegnativo: andare in onda tutte le sere -chi ha fatto televisione lo sa- non è semplicissimo perché le trasmissioni bisogna pensarle e prepararle. Rimane comunque un piacere e in fondo per tutti noi che lavoriamo attorno a questo evento è un po’ come coronare il sogno che si aveva da bambini. Allora era quello di giocarlo, poi crescendo capisci che il Mondiale non lo giocherai mai e che la maniera per parteciparvi è quella del giornalista.
Qual è stato finora il piatto che hai gustato di più (esclusi quelli “fatti in casa” dalla nostra Nazionale)?
Mi ha affascinato la storia del Paraguay, che ha eliminato la Germania ai calci di rigore e ha perso solo 1-0 con la Francia. È una squadra che ha fatto discutere per il suo gioco maschio e poco spettacolare: è stata definita semplicemente una squadra di picchiatori. In parte è vero, il Paraguay aveva pochi mezzi tecnici e ha utilizzato le armi che aveva a disposizione contro le squadre più talentuose del mondo. Il suo allenatore, Gustavo Alfaro, soprannominato El Profe, ha detto che i giocatori della Germania “sono cresciuti nelle migliori accademie europee”, mentre “i nostri sono cresciuti nella strada, molti senza padre”. Al di là della retorica (ogni giocatore ha una storia diversa) e dello sfoggio di citazioni di Aristotele nelle conferenze stampa, Alfaro ha scritto un libro dal titolo Cacciatori di utopie impossibili. Ecco, il Paraguay ha seguito la sua “utopia impossibile”. Resistere e sperare che accadesse qualcosa. Eliminare la Germania è stata comunque un'impresa. Con la Francia è andata male, ma quella del Paraguay è una delle storie che mi porto a casa. Non serve solo il talento. Nel calcio ce la si può fare anche con altri mezzi.
E il pubblico televisivo, indici alla mano, ha seguito la Nazionale anche durante le notti? Il dopo-partita del vostro simpaticissimo salotto televisivo ha retto l’audience?
Sì, gli ascolti sono sempre stati molto alti, vuoi per la Nazionale Svizzera vuoi per le altre partite. Anche i pre e i post partita hanno goduto di ampio successo… che ovviamente ci fa piacere. Non sorprende però, perché il Mondiale non attrae solo gli appassionati del pallone, ma suscita interesse in tutte le generazioni, dai bambini di otto anni alle signore di novanta. Proprio per questo occorre non essere solamente tecnici, ma direi anche un po' “nazional-popolari”, toccando anche temi di colore, sia pur legati al calcio, come abbiamo cercato di fare. Penso che anche il pre e il post partita siano stati molto seguiti perché si ha voglia di continuare a condividere, con chi è lì nel nostro salotto televisivo, quel che si è vissuto nei 90 minuti, quasi un modo per elaborare quello che si è sperimentato, di bello o di brutto, guardando la partita.
Per alcuni giornali e per il presidente della nostra Federazione calcistica, la Svizzera sarebbe ormai entrata nel novero delle migliori squadre del mondo. Pensi anche tu che ci si possa abituare a questi livelli, data la concorrenza internazionale in crescita?
Penso che la Svizzera abbia raggiunto un livello da top 16 al mondo, ormai già da diversi anni. Lo dicono i risultati: abbiamo sfiorato le semifinali negli ultimi due europei (2021 e 2024) e nei Mondiali in corso. Purtroppo alla fine, per dettagli, abbiamo sprecato tutte e tre le occasioni. Sarò sincero: non so se fra quattro anni torneremo nelle prime otto al mondo. Quest'anno abbiamo avuto anche un calendario che ci ha favorito, fino ai quarti non abbiamo affrontato nessuna grande squadra. Fa parte del gioco. L’ottimo lavoro compiuto dalla Federazione Svizzera è confermato dalla costanza dei risultati negli anni. Quando si è tra le migliori 16, quando si arriva agli ottavi, si può provare a sognare...
Approfondendo il tema: c’è chi sostiene, lavorando sulle statistiche, che per vincere un Mondiale (dopo il neolitico uruguaiano) servano circa 40 milioni di abitanti alle spalle. Sarebbe questa la consistenza demografica necessaria per produrre rose di valore in modo costante e una cultura calcistica diffusa. Quindi ci sarebbe un limite che la Svizzera non supererà mai…
Diciamo con chiarezza: la Svizzera non vincerà mai i Mondiali di calcio. In cento anni solo otto Paesi li hanno vinti. In effetti sono Paesi con una popolazione molto più ampia. Non credo si tratti però soltanto di una questione demografica; c’è proprio una questione di cultura calcistica. C’è un Paese con una popolazione ben al di sotto dei 40 milioni di abitanti, l'Olanda (che non arriva a 20 milioni), che ha fatto tre finali dei mondiali (perse). Ecco, l'Olanda ha una cultura calcistica tale da poterle permettere un giorno perfino di vincere un Mondiale.
Di cos’è fatta questa cultura calcistica diffusa?
È difficile definirla in poche parole. Fatto sta che alla fine le quattro semifinaliste -al di là della bella favola della Norvegia, della bella favola della Svizzera- sono Francia, Spagna, Inghilterra, Argentina. Tradizione e talento. Ma non è solo una questione di talento. Facciamo l'esempio dell'Italia, che da tre edizioni non si qualifica ai Mondiali. È un calcio disastrato, quello azzurro. Eppure, cinque anni fa, in mezzo a questo disastro, sono riusciti a vincere un europeo. Non ci si spiega come. O meglio, ce lo si spiega con una cultura e una tradizione calcistica che fa sì che, alla fine, quando arrivi ai supplementari contro la Svizzera, tu Argentina, hai il colpo che ti risolve la partita. Tu Inghilterra sei in difficoltà con la Norvegia ma, alla fine, in qualche modo, di riffe di raffe riesci a passare il turno. Questa è la differenza tra quei sette, otto, nove Paesi che hanno una cultura calcistica di grande tradizione e il resto del mondo, Svizzera compresa. Penso che per tanti anni ancora non avremo vincitori diversi dei Mondiali. Non è solo una questione di popolazione, ma piuttosto di cultura.
Per tornare alla dolorosa partita con l’Argentina… Si sostiene che vi sia molta furbizia da parte loro, approfondita da una lunga esperienza: un gioco aggressivo, in cui si commettono falli, a volte già mentre l’avversario inizia a costruire l’azione, ma con intelligenza, senza mai oltrepassare il limite. È così? Dovrebbe imparare anche la nostra Nazionale?
Rimaniamo sul tema della cultura calcistica. Ognuno dei grandi Paesi citati ha già vinto i Mondiali e ha una propria cultura calcistica e un proprio modo di interpretarla. È inutile copiarli. Soprattutto gli argentini. È inutile giocare con le loro regole, perché ne esci con le ossa rotte. È un po’ quello che è successo a Embolo, che è cascato nella trappola degli argentini. In particolare di Leandro Paredes, che è un giocatore di grandissimo livello (è capitano del Boca Juniors). Paredes ha impostato la partita con Embolo su falletti, colpetti, provocazioni, piccole simulazioni. Embolo sembra essersi detto: “Va bene, allora rispondo per le rime”. E ha inscenato una simulazione. Il risultato? Embolo è stato espulso per due “gialli” e in entrambi i casi era coinvolto Paredes. Il Nostro si è messo a giocare all'argentina senza avere la sapienza degli argentini. Esempio opposto: la Francia contro il Paraguay, che aveva impostato una partita all’argentina, con falli, falletti, provocazioni, sceneggiate. La Francia non è mai cascata nella trappola. Sono rimasti tutti tranquilli, hanno continuato a giocare come se nulla fosse e alla fine si sono conquistati un rigore, l'hanno trasformato, hanno vinto la partita.