POLITICA E POTERE
La tela di "Penelope" Vitta: intervista al Grande Tessitore
Il capogruppo PLR a tutto campo: "Fin qui Governo e Parlamento insufficienti. Troppa acqua nel vino delle decisioni . I miei rapporti con Bignasca. La partita di Lugano decisiva per il futuro del PLR. E pensare che ho rischiato di chiamarmi Natalino..."

BELLINZONA – Christian Vitta ha molti soprannomi. Il più celebre è “Harry Potter”, coniato dal Mattino della Domenica per l’indubbia somiglianza con il maghetto di J. K. Rowling. Il suo ex collega di Gran Consiglio Jacques Ducry lo apostrofa come “Monsignore”, per un certo ecumenismo politico e per la capacità di avere rapporti lontano dai riflettori con gli altri partiti. Un’abilità, quella della concertazione, che ritroviamo anche nell’ultimo soprannome: Penelope. Così lo ha chiamato Franco Celio in Parlamento, lodando l’infaticabile pazienza con cui il suo capogruppo aveva cercato di tessere un consenso attorno al preventivo. 

Ma “Il grande Tessitore”, così lo avevamo definito noi durante le serrate trattive che hanno infiammato l’autunno politico, al contrario della moglie di Ulisse non fila di giorno per sfilare di notte come trucco per ingannare gli avversari e prendere tempo. Da pragmatico uomo di numeri il suo filo mira sempre a un obbiettivo, alla realizzazione di una tela. 

“Ma Grande tessitore mi sembra un appellativo esagerato. È vero però che per natura sono piuttosto propenso a ricercare soluzioni concordate, purché valide nella sostanza”, risponde lui, 40 anni, festeggiati il 25 di dicembre: “Fare il compleanno a Natale è una cosa un po' particolare, effettivamente. Ho corso il pericolo che mi chiamassero Natalino, naturalmente senza offesa per chi si chiama così. Ma per quanto mi riguarda sono contento che i miei genitori abbiano scelto di chiamarmi Christian. Detto questo, quando sei giovane, è chiaro che non puoi fare la festa con gli amici il giorno di Natale. Ma crescendo non è poi così male come data per il compleanno: cadendo durante la festività hai già attorno tutti familiari che magari, un altro giorno dell’anno, non riusciresti a raggruppare”. 

Avrebbe potuto fare il presidente del PLR almeno in due occasioni. Ma si è sempre chiamato fuori. Per due motivi: “La carica di presidente comporta un impegno tale da dover rinunciare ad altri impegni, soprattutto in ambito professionale. Ed è una scelta che ho deciso di non fare. E poi, il secondo motivo, è che mi trovo più a mio agio nei ruoli istituzionali, come quello parlamentare o di sindaco”. E chi ha seguito la sua carriera politica sa che è vero: lui è proprio istituzionale. Un eminenza grigia più che un tribuno, nel senso nobile del termine: cioè di quelli che faticano e danno il meglio di sé dietro le quinte e quando vanno sotto i riflettori “bucano” meno degli altri. Ma in Gran Consiglio Christian Vitta è uno che pesa. Eccome.

Torniamo al Grande Tessitore. Al di là dei soprannomi, lei è davvero l’incarnazione del moderato istituzionale.
“Sicuramente non sono uno che cavalca gli estremi e ho una forte propensione al compromesso se porta a buone soluzioni. Politicamente mi sento un centrista. Ed è chiaro che questa caratteristica in determinate circostanze può apparire come una volontà di non essere profilati. Ma non è così. È che a quelli come me piace profilarsi nel merito, sui temi, e questo talvolta è poco appariscente”.

Un fattore che ha pagato durante la campagne elettorale del 2011, quando si candidò al Consiglio di Stato?
“No, non credo. In quella campagna emersero bene le differenze su temi importanti e sul ruolo dello Stato”. 

Lei arrivò secondo, quindi la sua partita personale all’interno della lista la vinse. Ma il partito perse un seggio e lei restò fuori. Le brucia ancora?
“Assolutamente no. Nella vita bisogna guardare avanti. E io l’ho fatto dal giorno dopo quel risultato. È chiaro, e credo che sia umanamente comprensibile, che mi è dispiaciuto non essere entrato in Consiglio di Stato, anche perché questo ha significato la perdita di un seggio per il PLR. Ma in politica bisogna saper vincere e saper perdere”.

Ci riproverà?
“Vedremo. In una situazione politicamente instabile e in continuo mutamento come quella attuale è molto difficile fare delle previsioni partitiche, figuriamoci quelle personali”. 

È noto che Giuliano Bignasca la stima, lo scrive e lo dice spesso. Che rapporto ha con lui?
“A livello di Consiglio di Stato la Lega è il primo partito. Bignasca è dunque una persona con cui si deve dialogare. Poi abbiamo un interesse comune per l'economia, locale e internazionale. E questo facilita le discussioni tra noi due”.

Ma lei cosa pensa del presidente leghista?
“Bignasca sicuramente è una persona che ha un fiuto politico fuori dalla norma: basta vedere cosa è riuscito a costruire in 20 anni dal nulla. Inoltre ha un’enorme capacità di sintonizzarsi con il popolo. Chiaramente poi ci sono i metodi che non collimano con la tradizione e la cultura politica del PLR”.

Ma visto che siete appassionati di numeri, a suo avviso, Bignasca capisce di cifre?
“Sì. Ha indubbiamente delle capacità di leggere le cifre e di analizzarle. Questo poi non significa essere d’accordo sulle conclusioni delle analisi”.

Che effetto le fa quando legge sul Mattino: via Laura Sadis vogliamo Chrisian Vitta in Governo?
“Queste sono speculazioni a cui non ho mai dato corda e soprattutto non ho mai alimentato. In governo c'è Laura Sadis che è stata eletta dal popolo. Punto. Il resto chiacchiere”.

Però Bignasca, al di là della stima, non diede una gran mano alle sue ambizioni da ministro quando la definì “il miglior capo staff possibile per un Consigliere di Stato”…
“Fu una battuta da campagna elettorale…”.

Le piace il soprannome Harry Poter?
“È un personaggio simpatico, non mi dà fastidio”.

Parliamo di politica. La legislatura è cominciata in modo piuttosto turbolento. E all’orizzonte, con l’instabilità politica e la difficoltà a trovare maggioranze, non sembra prospettarsi nulla di meglio.
“In effetti non è che ci siano dei grossi segnali di miglioramento. Il problema principale è che il Governo esce con delle decisioni unanimi e poi gli stessi partiti rappresentanti dai Consiglieri di Stato si dividono in Gran Consiglio. Per fare una maggioranza in Parlamento in questa legislatura bisogna essere almeno in tre. E già questo è difficile. Poi magari ci si riesce ma per farlo devi mettere molta acqua nel vino. E alla fine questo significa rinunciare a decisioni politicamente qualificanti e capaci di produrre un reale cambiamento”.

Come se ne esce, al di là della retorica che tutti devono essere più responsabili?
“È molto difficile. Le ultime elezioni hanno segnato un appiattimento dei rapporti di forza tra i partiti più forti. Quelli di Governo sono sostanzialmente tutti appaiati. Credo che in futuro, se le cose continuano così, si dovrà fare qualche correzione per creare maggiore differenza di numeri nell’attribuzione dei seggi”.

Pensa al maggioritario?
“No. Credo che sia sufficiente una correzione del sistema proporzionale che stabilisca una diversa ripartizione dei seggi in Gran Consiglio. Una sorta di premio di maggioranza al partito che arriva primo. E questo non per dargli più potere ma per fargli assumere la responsabilità di tirare il carro e proporre quelle soluzioni politiche qualificanti, oggi difficilmente immaginabili”.

C’è un altro elemento importante che a volte perdiamo di vista: ad aprile ci sarà il quarto ministro nuovo su cinque di questa legislatura.
“È vero. È un fattore che pesa sicuramente. Quando diventi Consigliere di Stato devi trovare un'intesa con i tuoi colleghi e sintonizzarti all'interno del tuo Dipartimento. Serve tempo. E poi sia come ministro che come Consiglio di Stato devi prendere le misure per dialogare e lavorare con il Parlamento. Anche per questo motivo sicuramente è stato un inizio di legislatura difficile”.

Che voto dà al Parlamento e al Consiglio di Stato in questi primi (quasi) due anni?
“Le dò un voto alla politica cantonale nel complesso: non è sufficiente. E questo, ben inteso, senza voler attribuire colpe a nessuno”.

Veniamo al PLR. La sensazione è che non siete ancora riusciti a rimodellarvi nel ruolo nuovo assegnatovi dalle ultime elezioni. Non teme il pericolo di passare per quelli che, per vocazione istituzionale e governativa, finiscono per togliere le castagne dal fuoco agli altri?
“Questa è una critica vera e che va accettata. Il PLR deve ancora calarsi in questo nuovo ruolo. Lo deve fare senza perdere le sue tradizioni e i suoi valori. La responsabilità resta e il bene del paese viene prima di tutto. Ma il pericolo che lei cita esiste. E dobbiamo imparare ad avere e a proporre uno sguardo un po' più politico. Bisogna riuscire a conciliare l'esigenza governativa con un nuovo appeal.  Anche perché la politica è sempre più fatta di emotività. Non possiamo continuare a ignorarlo. Credo che le elezioni di Lugano saranno un appuntamento importantissimo per noi e ci diranno molto del nostro futuro”.

Spieghi.
“Inutile nascondersi dietro un dito: Lugano è per il PLR una sfida fondamentale. È la prima città del cantone ed ha una storica sensibilità liberale radicale. Una sconfitta a Lugano potrebbe portare delle destabilizzazioni ben oltre i confini della sezione. Sarebbe un trambusto anche per il partito cantonale con delle conseguenze difficilmente prevedibili”.

Ancora un paio di battute. Qual è il leader internazionale che stima di più?
“Credo che Angela Merkel sta dimostrando di riuscire a gestire la sua nazione e l'Europa in maniera apprezzabile. E penso che possa essere uno dei pochi leader occidentali a riuscire ad essere riconfermata”. 

Certo però che l’austerity della Merkel…
“È chiaro che non bisogna esagerare con l’austerità. Ma non dimentichiamoci che la Germania, più degli altri, sta pagando i debiti dei paesi in difficoltà. E che certe riforme imposte agi stati come la Grecia sono assolutamente indispensabili e inevitabili per il futuro dell’Europa”. 

E un leader politico, al di fuori del suo partito, che apprezza in Ticino?
“Fare dei nomi tra i miei attuali colleghi vorrebbe dire fare dei torti. Le cito un personaggio con cui ho lavorato molto bene fino alla scorsa legislatura: Luigi Pedrazzini. Mentre a livello storico un personaggio di riferimento per me resta Stefano Franscini, che ha portato progresso e innovazione nell’educazione ticinese. E poi, me lo faccia dire, e torno al presente, ho degli ottimi rapporti con tutti i colleghi di gruppo e con la Consigliera di Stato Laura Sadis”.

AELLE

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