Non solo a Monteggio il volantino su lagher nazisti e campi profughi. E spunta un adesivo con il ministro associato a Hitler

CHIASSO - Ieri 27 gennaio in tutto il mondo si è celebrato il Giorno della Memoria. Una giornata voluta per ricordare la tragedia dell'Olocausto e la liberazione da parte dell'Armata Rossa del campo di concentramento di Auschwitz il 27 gennaio del 1945. Una giornata che in Ticino sta facendo discutere per due volantini comparsi in diverse località, come all'albo comunale di Monteggio (ne abbiamo noto notizia ieri sera). In questo volantino ci sono due foto: una ritrare i prigionieri dei campi di concentramento nazisti, l'altra dei rifugiati. Poi la scritta: "Trova la differenza". In un secondo volantino, probabilmente riconducibile alla stessa mano, il ministro Norman Gobbi viene paragonato a Hilter.
Ma torniamo alla giornata della memoria che oggi nel nostro cantone si è svolta a Chiasso, al Cinema teatro, dove il consigliere di Stato Gobbi ha scelto di ricordare le storie dell'immigrazione italiana in Svizzera e in Ticino. Vi proponiamo alcuni passaggi del discorso pronunciato dal ministro.
Quando ad emigrare erano i ticinesi
"La giornata di oggi è inserita in un programma più ampio dell’Ufficio del Delegato che include anche la Settimana contro il razzismo (che avrà luogo dal 21 al 28 marzo) e la Giornata cantonale dell’integrazione che si terrà in autunno (...). Tra le vicende d’immigrazione che hanno interessato il nostro Paese, quella proveniente dalla nazione che si trova a pochi metri dal Cinema-Teatro in cui ci troviamo oggi, merita sicuramente un’attenzione particolare in quanto ha riguardato un notevole flusso migratorio".
"Per secoli il Ticino è stato terra d’emigrazione. Erano i “tempi grami” in cui per i nostri antenati l’unica prospettiva di una vita migliore era spesso rappresentata dall’emigrazione (stagionalmente o annualmente) in Francia, in Italia oppure Oltreoceano; come per tutte le emigrazioni, lo scopo era sempre quello della ricerca di un futuro migliore. La fitta bibliografia, ed in particolare gli scambi epistolari tra gli emigranti ticinesi ed i propri famigliari, narrano di commoventi vicende fatte di solitudine, nostalgia, privazioni e soprusi; in queste missive si racconta però anche di fortuna e capacità di mettersi in proprio con successo, dando spesso lavoro ai propri conterranei. Insomma, storie di migranti, che come sempre possiedono letture romantiche o realiste, oppure hanno lati negativi ma anche positivi".
Il contributo dell'immigrazione italiana e l'epoca dei "cinkali"
"Soltanto verso la seconda metà dell’Ottocento, la Svizzera diventa un paese d’immigrazione. A contribuire a questo flusso immigratorio, sono i lavoratori italiani impiegati principalmente nella costruzione della nostre rete ferroviaria. Un ulteriore fase di forte immigrazione coincide con la fine della Seconda Guerra mondiale. In un’Europa dilaniata e martoriata dal conflitto, la Svizzera disponeva di un apparato produttivo intatto e capace di rispondere all’aumento della domanda di beni da un’Europa in rinascita. Una capacità data grazie anche all’impiego di manodopera immigrata".
"L’immigrazione italiana degli anni Cinquanta era dovuta quindi essenzialmente a due fattori: il crescente fabbisogno di manodopera nelle nostre fabbriche e, parallelamente, l’abbondante surplus di manodopera presente in Italia del periodo post bellico". "(...) Si riscontreranno anche atteggiamenti di insofferenza nei confronti degli lavoratori immigrati. In questi atteggiamenti erano coinvolti anche i ticinesi emigrati oltre Gottardo, facendoli sentire stranieri nella propria Patria. Un’emigrazione interna che ha toccato anche molti ticinesi, tanto che nel dialetto del Mendrisiotto esiste un’espressione che dice “Par guadagnà na palànca duveeva purtà i sciavatt indenta”. Quindi non solo gli italiani, ma anche i ticinesi venivano chiamato “cinkali”, e questo talvolta ancora oggi".
"(...) In alcuni locali d’oltre Gottardo, vennero esposti pure cartelli con le tristemente note scritte “Fuori i cani e gli italiani”. Tra quei cani e quegli italiani c’eravamo pure noi, fedeli cittadini svizzeri e servitori della Confederazione, che difendemmo i sacri confini dall’asse nazi-fascista, gomito a gomito dei confederati tedescofoni e francofoni. Sono storie vere, raccontateci dai nostri avi; nonni e bisnonni emigrati a Zurigo a lavorare nelle fabbriche, o nel resto della Svizzera nelle ferrovie e nell’amministrazione federale, che spesso si sentivano stranieri nel proprio Paese.
Ticino terra di opportunità per gli immigrati e i ricordi di Piotta
"(..) Oggi, dopo oltre mezzo secolo, possiamo affermare due cose. Primo, l’immigrazione italiana è stata un’immigrazione capace di dare sviluppo a tutta la nostra economia nazionale, sapendosi poi integrare nelle seguenti generazioni nel tessuto economico e sociale svizzero. Secondo, la Svizzera e il Ticino hanno saputo dare lavoro a migliaia di migranti italiani, il cui destino se fossero rimasti in Italia – senza la nostra accoglienza – sarebbe stato sicuramente peggiore.
"(...)Prima giunsero da noi i lombardi, poi veneti, toscani ed emiliani, in seguito – nel secondo dopoguerra – i meridionali. Come in qualsiasi confronto culturale, più le distanze aumentano, maggiore è lo sforzo da compiere nel reciproco comprendersi, come pure nel vivere in realtà diverse. Quello che ebbi a definire, durante la settimana dell’integrazione nel settembre 2011, come il “microcosmo di Piotta” è appunto la fedele rappresentazione di questa realtà. In un piccolo paese di valle, in cui il sole scompare dietro le alte montagne per quattro mesi l’anno, si trovarono confrontati i patrizi locali che da secoli vivevano in quei luoghi, con migranti provenienti dalle soleggiate e calde coste del Mediterraneo calabrese, siciliano e sardo. Totò, Minichiello e Beppe, e poi tanti altri uomini e tante altre donne, sono stati presenti nel mio breve passato, e con loro certamente la vita di questo piccolo villaggio leventinese sarebbe stata meno ricca. Altrettanto meno ricco sarebbe stato il loro destino che li ha visti trovare in questo luogo, tanto diverso dalla loro terra, un’occasione di lavoro e di crescita".