Giovanna Masoni a tutto campo: vi dico tutto sulla Lega, il sindaco, il Nano, la cultura, le "Carabattole"

di Marco Bazzi
LUGANO - In francese suona “ils ne passeront pas” ed è un motto attribuito a un generale durante la battaglia di Verdun, prima guerra mondiale. Ma la versione più celebre dello slogan è senza dubbio quella spagnola, legata alla deputata e militante antifascista Dolores Ibárruri, detta “la Pasionaria": “no pasaràn”.
Giovanna Masoni, 49 anni, da nove in Municipio a Lugano, ha deciso di riprendere quella frase in campagna elettorale. In questa intervista parla della sua linea politica, del sindaco Giudici, di Giuliano Bignasca e della Lega, di cultura, mostre e del “museo delle carabattole”.
Otto von Bismarck, celebre cancelliere dell’Impero tedesco diceva “Non si dicono mai tante bugie come durante le elezioni, in guerra e dopo la caccia”. Condivide?
"Non rientra nel mio registro raccontare bugie. Le bugie non mi sono mai piaciute. Per cui cerco di dire quello che sento e in cui credo".
Le bugie potrebbero essere semplicemente delle false promesse. In campagna se ne fanno spesso. Lei ne fa?
"Guardi, penso che dobbiamo avere anche dei sogni. Non tutti sono realizzabili ma è importante averli, anche tenendoli nel cassetto. Per quanto mi riguarda parlerei dunque di sogni e non di false promesse".
Mentirebbe dicendo che col sindaco Giorgio Giudici va d’amore e d’accordo?
"Giudici ed io abbiamo sensibilità diverse su alcuni temi non secondari, ma entrambi ci adoperiamo per una cosa che ci unisce al di là degli accenti: lo sviluppo della Città, per renderla migliore. E lo facciamo con un’impostazione di fondo ‘liberale’, non nel senso partitico, ma nel senso più ampio del termine. E questo credo sia un elemento importante di unione, al di là delle diversità di vedute o di accenti. Credo anche che il sindaco ed io siamo in un certo senso complementari".
Però lei, a un certo punto, in ottobre, disse di essere pronta a confrontarsi con Marco Borradori per la poltrona di sindaco, quando ancora non si sapeva né se lui sarebbe stato in corsa né se Giudici si sarebbe ritirato…
"In quel momento Giudici sembrava propendere per un ritiro, ma la discesa in campo di Borradori era già nell’aria, e in quello scenario la sfida andava raccolta. Ora le cose sono chiare: il sindaco resta, e Borradori lo sfida".
E come vede questa sfida?
"Dipende molto a mio avviso dal risultato di partito: con il PLR che centra l’obiettivo e mantiene i tre seggi, un obiettivo alla nostra portata, la sfida sul sindacato si risolverà a nostro favore. Ma naturalmente è un confronto aperto, come non lo è mai stato finora".
Si dice che questa sia la prima vera campagna elettorale di Giudici. Le altre elezioni, per lui, andavano “come una lettera alla posta”…
"Un po’ è vero… A parte la sua prima candidatura in politica, che lui ricorda sempre perché raccolse … ben 124 voti, e a parte la sfida con Benedetto Bonaglia per la poltrona di sindaco. Ma erano molti anni fa ed era una sfida in casa PLR. È chiaro che questa, per Giorgio, è una battaglia importante, ma è anche la battaglia di tutti i liberali".
Il sindaco ha detto che il PLR deve fare di tutto “per impedire che alla tavola che abbiamo imbandito noi si possa sedere qualcun altro”. Condivide?
"Non è stata un’uscita tra le più felici; ma chi non sbaglia quando è sotto pressione?"
Cosa pensa dello stretto legame tra il sindaco e il municipale e presidente della Lega Giuliano Bignasca?
"Del suo legame con Bignasca ha parlato il sindaco stesso, quindi non tocca a me commentare. Certo è una delle cose che ci ha diviso più di una volta. Non che io abbia pregiudizi sulla Lega: quando porta buone idee le valuto e prendo posizione. Ma non ho un legame particolare con Bignasca, che il mercoledì nei miei confronti ha un atteggiamento normale e la domenica spara addosso a tutto, a tutti, al mio lavoro e a me regolarmente”.
Secondo lei qual è il problema?
"Che Bignasca non riesce a distinguere il suo ruolo istituzionale da quello di editore del suo giornale. In Municipio è quasi più presente il Mattino, con Lorenzo Quadri e lo stesso Bignasca, che la Lega stessa come forza politica. Bisognerebbe avere un grande rispetto per i ruoli istituzionali per poter gestire correttamente una situazione del genere, che pone evidenti problemi. Non si dovrebbe portare il giornale in seduta, perché a questa stregua dovremmo aprire le sedute municipali a tutte le testate e al pubblico (l’ho già proposto alcuni anni orsono, anche un po’ provocatoriamente). Bignasca purtroppo usa la sua posizione di municipale per rendere attrattivo il suo giornale pubblicando (in modo distorto) notizie spesso riservate e per vendere così spazi pubblicitari (persino alle società partecipate di Lugano. Penso al Casinò o alle Aziende industriali…)".
Cosa pensa degli attacchi della Lega al sindaco, in particolare dell'accusa di Bignasca: "Negli ultimi due anni è stato latitante", che ha sorpreso un po’ tutti?
"Penso che la presenza del sindaco, in realtà assai… pervasiva, si esprime in tanti modi, non solo nella presenza alle sedute. Personalmente non mi sento in difficoltà quando lui è assente, lavoriamo e possiamo decidere in sei come in sette. Se Bignasca invece si sente più in difficoltà … è più un problema suo che della Città o mio".
E di Marco Borradori che pensa Giovanna Masoni?
"Personalmente non penso avrei difficoltà a lavorare con Borradori, meno che con il mio dirimpettaio in Municipio (ndr: Bignasca). Ma torno al punto di fondo: se Borradori è lo strumento perché il Mattino di Bignasca ottenga la maggioranza a Lugano, oso dire “No pasaràn!”. Perché con una maggioranza così in Municipio perderemmo tutti, come Città, perché si replicherebbe la linea politica che abbiamo visto a livello cantonale: maggioranza relativa nell’Esecutivo e opposizione la domenica. Invece, secondo me, se un partito ha la maggioranza a Lugano, deve contribuire a costruire la città, con tutte le forze politiche, essere e sentirsi responsabile dei progetti e del lavoro della Città, delle soluzioni ai problemi approvati dalla Città, non denunciare e demolire la domenica quanto votato il mercoledì".
Perché è importante che il PLR mantenga la maggioranza relativa a Lugano?
"Perché ritengo che i liberali abbiano saputo lavorare bene con tutte le altre forze politiche e realizzare progetti concreti. Nessuna forza politica può governare una città da sola, evidentemente. Quando sono entrata in Municipio nel 2004 ho trovato una Città ben governata, e questo è il nostro patrimonio a Lugano, un patrimonio che il PLR ha contribuito, con altri, ma in modo determinante, a costruire e che non va gettato via".
Lei parlava del 2004. Sono passati 9 anni da allora e la Lega si è rafforzata.
"Certo, infatti dal 2008, anno del raddoppio della Lega, anzi, del Mattino, in Municipio, sul piano del ‘buongoverno’ siamo andati indietro. Credo sia un problema più legato al Mattino che alla Lega, in cui sono confluiti ex liberali e appartenenti di tutti i partiti, ma dal 2008 ad oggi c’è stato uno scadimento del clima in Municipio e nell’amministrazione e anche dell’immagine di Lugano. Ecco perché mi preoccupa che Bignasca possa ottenere la maggioranza".
In che modo è peggiorato il clima?
"Penso a cose concrete, come la decisione di smembrare dicasteri perché “se ne vuole un pezzo”, sbeffeggiare i direttori o i collaboratori dei servizi amministrativi sul Mattino invece di riprenderli se sbagliano e di sostenerli quando fanno il loro dovere… Penso a una generale mancanza di rispetto verso persone e progetti democraticamente approvati, e quindi verso i cittadini stessi, o verso la cura dei ruoli istituzionali. Un ruolo critico può anche alimentare il confronto e portare energia positiva, ma per costruire e risolvere i problemi, criticare e demolire non basta. E una cosa è essere all’opposizione; se invece assumi la guida di una città devi prenderti anche le relative responsabilità".
Signora Masoni, lei ha organizzato nelle scorse settimane un ciclo di conferenze pubbliche e ha scelto di chiamarlo “tavolo della crisi”. Perché non del rilancio?
"Proprio perché non volevo fare quelle false promesse a cui lei si riferiva prima. Il ‘tavolo’ è nato perché c’era e c’è da parte mia una seria preoccupazione di fronte alla crisi. Giro molto in città e si vede che negli ultimi due anni il lavoro è calato, che c’è meno gente che spende… Abbiamo raccolto le preoccupazioni delle famiglie, di commerci, esercenti, del settore bancario. Pensi che nel 2005 il gettito fiscale delle sole banche a Lugano era di 55 milioni e l’anno scorso era ridotto a 13. Il tavolo è dunque nato da preoccupazioni reali per i cittadini e, di riflesso, per la città".
Ma la crisi va combattuta con il rilancio…
"Non volevamo correre troppo; si trattava innanzitutto di analizzare la situazione a fondo; siamo una piccola realtà confrontata con problemi molto più grandi di noi. Malgrado mi sia stato suggerito di dare un titolo più attrattivo, più positivo, sono rimasta ferma sulla mia idea, e alla fine, tutti insieme, siamo arrivati a dire che vorremmo passare dal tavolo della crisi al tavolo delle opportunità. Che sono il nucleo del rilancio".
La presenza di Paolo Bernasconi tra i relatori delle sue conferenze significa qualcosa? In termini anti-leghisti, intendo, visto che l’avvocato è ormai diventato il fustigatore di via Monte Boglia…
"La prima persona che ho contattato è in realtà un sindacalista, Meinrado Robbiani. Volevo capire come un sindacato potesse contribuire a un dibattito sulla crisi. Poi ho parlato con Alberto Di Stefano, un bancario che è passato attraverso un’esperienza personale di perdita di lavoro, e con Marco Bernasconi, per la fiscalità. Tramite lui sono arrivata a Paolo Bernasconi, e in seguito a Massimo Tognola, presidente dei fiduciari, e ad Alberto Cotti, presidente della SUPSI, per il tema della formazione. Ognuno ha portato le sue competenze e le sue esperienze. Ho scelto di creare un ‘forum’ senza barriere di partito né steccati ideologici".
Cosa risponde a chi l'accusa, in questa campagna elettorale, di piacere troppo alla sinistra?
"Rispondo che le categorie, le barriere, le etichette, le logiche di schieramento sono, sin dall’800, la debolezza del Ticino; è quindi importante saperle anche superare: apre la mente e quindi ci aiuta a capire la complessità della vita e a trovare le soluzioni ai problemi sempre più complessi, transdisciplinari e interconnessi. Senza prendere alla lettera le parole, molto più dure, di un grande e insospettabile liberale del Novecento, José Ortega y Gasset, val comunque la pena citarle: “Être de gauche ou être de droite, c’est choisir une des innombrables manières qui s’offrent à l’homme d’être un imbécile; toutes deux, en effet, sont des formes d’hémiplégie morale”. Io non mi sento né “di destra” né “di sinistra”; i sostegni e le attestazioni di stima che vengono da sinistra, come quelli che vengono da destra, senza barriere, non possono che farmi piacere e incoraggiarmi a continuare le mie battaglie".
La Lega dice che la cultura a Lugano costa troppo: 17 milioni, che si possono drasticamente ridurre. Lei come capo dicastero che ne pensa?
"Non so come Bignasca arrivi a 17 milioni: dedotti i ricavi, tutte le attività che fanno capo al Dicastero costano nove milioni (eventi musicali, Archivio storico, mostre, Lugano in scena, ecc.), più o meno come la raccolta dei rifiuti. I costi lordi sono di 12 milioni, non sono alti se li rapportiamo a 480 milioni di costi complessivi della Città. Probabilmente Bignasca include anche i costi del dicastero LAC (ma che non ha costi per attività culturali e che non dipende da me) e non considera le entrate. Non so che calcoli faccia. O forse si riferisce ai contributi alle iniziative private, come pubblicazioni, iniziative artistiche, ad associazioni culturali, compagnie, orchestre, o a manifestazioni culturali promosse da privati? Contributi vitali e purtroppo già insufficienti oggi".
Ma al di là dei calcoli, c'è margine di risparmio sulla cultura?
"In un momento in cui in tutti i Paesi e le città d’Europa puntano sullo sviluppo dei progetti ‘immateriali’ legati alla cultura, e in cui Lugano ha deciso di investire molto nelle strutture per la cultura, è un delitto tagliare sui contenuti, che si tratti di quelli promossi dagli enti pubblici preposti o da privati. Bisogna poi valutare anche l’impatto economico della cultura, che in Europa è circa il 3% del Prodotto interno lordo, più di quello dell’industria automobilistica. Credo che se vogliamo giocare questa carta anche per il rilancio del turismo non dobbiamo tagliare ma rafforzare. Poi è chiaro, se di soldi ce ne sono meno tutti cerchiamo e dobbiamo cercare ancor più, e lo abbiamo fatto anche con il preventivo 2013, di essere parsimoniosi".
Senta, signora, che differenza c’è tra il LAC, Lugano arte e cultura e il DAC, Dicastero arte e cultura? Non sono un doppione?
"A un certo punto nel 2010 abbiamo dato, di comune accordo, questa impostazione: offerta e contenuti culturali sotto il Dicastero cultura e comunicazione, accoglienza e servizi sotto il LAC. Per la cultura, sotto la mia direzione politica, direttore Lorenzo Sganzini, per il LAC, sotto la direzione del sindaco, direttrice Lidia Carrion. Non si tratta di doppioni ma di una ripartizione di competenze; che naturalmente può anche cambiare".
Veniamo alle grandi mostre d’arte. Quelle degli ultimi anni sono state un po’ in tono minore e non hanno portato a Lugano le decine di migliaia di visitatori che si registravano ai tempi, per esempio della mostra di Chagall.
Negli ultimi anni abbiamo avuto diverse mostre di valore internazionale. È vero che negli anni 90 abbiamo avuto una stagione d’oro quanto al richiamo di visitatori, su intuizione dell’allora direttore dei Musei Rudy Chiappini; stagione però in declino già sotto di lui; i costi stavano salendo alle stelle e, con i nostri mezzi, non potevamo e non possiamo permetterci più mostre di quel tipo. Un’esposizione di un artista importante e ‘storicizzato’ costa oggi da sola parecchi milioni. Faccio un esempio: la mostra di Picasso a Zurigo aveva un budget di 10 milioni. Ha registrato 180mila visitatori, ma anche un milione e mezzo di perdita. Se vogliamo mostre con opere di artisti storicizzati di prima qualità bisogna pensare ad altri budget. I tempi sono cambiati. Abbiamo quindi per ora impostato così il nostro programma: rafforzare il concetto e la capacità del museo, dalla ricerca, alla didattica alle mostre; inserirlo nella rete dei musei svizzeri e avviare sulle esposizioni un lavoro a lungo termine, che non sia un fuoco di paglia; lavorare molto di più con i collezionisti, per rafforzare la nostra collezione. Comunque, l’anno scorso i musei d’arte di Lugano hanno registrato complessivamente 50'000 visitatori, che non sono pochi. Sarebbe come se a Milano i musei d’arte facessero 1,2 milioni di visitatori all’anno.
In che cosa consiste il lavoro a lungo termine?
"Ad esempio stiamo lavorando sulle collezioni private, perché se riusciamo a ottenere nuclei di opere importanti che altri musei non hanno possiamo avere materia di scambio e profilarci, diventare anche noi un punto di passaggio obbligato per alcuni movimenti artistici o periodi. Vogliamo procedere con una politica dei piccoli passi. Per esempio la collezione Olgiati è molto importante. Abbiamo acquisito in deposito un primo nucleo inizialmente di 150 opere, ora di ca. 170, di grande qualità, con una dichiarata intenzione dei collezionisti privati, a certe condizioni, di trasformare il deposito in donazione alla Città. Riunendo i due musei d’arte, incoraggiamo diversi collezionisti privati a rafforzare il nostro nucleo di opere importanti a livello internazionale".
Tempi lunghi, però…
"Vogliamo costruire un museo … per i prossimi 150 anni, creare una sorta di Kunsthaus della Svizzera italiana. Ci vuole pazienza. Bisogna resistere alla tentazione di proporre mostre di grandi nomi ma con opere di scarso valore che magari, come è successo per esempio in alcune città italiane, danno un ritorno immediato ma senza futuro".
Al centro delle polemiche, nel suo Dicastero, c’è spesso il Museo delle culture, meglio noto come il Museo delle Carabattole, secondo la definizione del Mattino.
"Il nome è bello! Avevamo anche coniato lo slogan ‘i love carabattole’. Scherzi a parte, credo che quelle opere siano diventate un po’ il simbolo dell’apertura che una Città multietnica che si dichiara cosmopolita e con ambizioni internazionali dovrebbe avere. Pur mantenendo la consapevolezza delle nostre radici e della nostra identità. La collezione Brignoni vanta pezzi molto pregiati. E il Museo delle culture è un piccolo gioiellino, ha un sistema di gestione moderno e le mostre concepite a Lugano vengono riproposte anche in altre città, a fine marzo a Venezia, per esempio. E non posso essere d’accordo con chi vorrebbe smembrare la collezione. Ogni istituzione seria deve rispettare l’impegno preso con i donatori, altrimenti la nostra politica culturale non sarebbe più credibile".
Un festival della letteratura, sul modello di quello di Mantova, lo vedrebbe a Lugano?
"Mantova è oggi nota nel mondo anche per quel festival, che è molto vivace e di grande richiamo. Pur con altre proporzioni, dovremo trovare spazio anche per iniziative in campo letterario. È importante per una minoranza linguistica e culturale quale siamo. Però bisognerebbe riunire idee e risorse e non pestarsi i piedi. Se arrivasse un progetto concreto, con un’idea forte e magari anche risorse finanziarie private si potrebbe pensare di istituire anche un premio letterario, perché no?"
Una domanda finale sui social network. Alla fine ci è entrata anche lei…
"Mica tanto “alla fine”, non ho mica atteso la campagna elettorale... Penso che Facebook e Twitter siano utili, ma non bisogna pensare che siano sufficienti perché le relazioni personali sono e devono rimanere insostituibili, altrimenti rischiamo di vivere in un mondo virtuale. Uso Facebook per dialogare con i cittadini, e trovo che spesso sia fonte di idee e suggerimenti. Ma c’è un livello di profondità che può venire soltanto dal leggere, dialogare, incontrarsi, confrontarsi".