POLITICA E POTERE
Fiorenzo Dadò: "Ho parlato dell'Himalaya in mezzo agli assassini. E ci siamo commossi"
Il capogruppo PPD racconta la sua visita alla Stampa e l'incontro con i detenuti: "Prima ero turbato poi ho vissuto un'incredibile esperienza di vita"

di Andrea Leoni

LUGANO - Ha portato i suoi 8'000 metri, le sue cime hymalayane, nel luogo dove forse è più difficile immaginarle. Dove tra il dito e il cielo, non c'è solo la distanza di migliaia e migliaia di passi, di sudore e fatica, di paura e pericoli e di ossigeno sempre più rarefatto. E neppure, semplicemente, la profondità del lunghissimo sguardo che ci separa dalla cupola del Mondo. In quel luogo, in quella distanza, ci sono tonnellate di cemento armato. Che forse diventa solo un dubbio che ci sia ancora davvero, lassù, il cielo. Come l'orizzonte accennato, manco fosse uno sfondo di cartapesta, oltre le sbarre, il muro, il filo spinato.

Fiorenzo Dadò è stato artefice e complice di un paradosso sconvolgente. Portare dietro e dentro il "muro alto" di "wildiana" memoria, una delle massime espressioni, anche figurative, della libertà. L'uomo in cima, come un puntino, una croce, una bandiera, accennato e sfumato tra la maestosità della natura, che è indecifrabile mistero della vita.

L'esperienza lo ha segnato parecchio. E c'è voluta qualche insistenza, e qualche riflessione, per farsi raccontare le sensazioni e le emozioni di quell'incontro con i carcerati. Un appuntamento avvenuto in un caldo pomeriggio di questa settimana.

Ad invitare il capogruppo del PPD alla Stampa è stato il professor Mauro Broggini, docente della SPAI di Locarno, e ideatore del progetto scuola In-Oltre. Borggini con altri insegnanti ticinesi tengono per i detenuti delle lezioni in varie materie scalistiche oltre a organizzare conferenze tematiche. Un progetto pionieristico e socialmente all'avanguardia. A Dadò è stato chiesto di tenerne una sui valori della montagna e dell'alpinismo.

Racconta: "Quando il professor Broggini mi ha invitato, gli ho detto subito di sì. Ma poi, con il passare dei giorni, mi sono venuti un po' di dubbi. Come avrei potuto parlare della massima espressioni di libertà nel luogo della massima  privazione della libertà? Come avrei potuto guardare negli occhi quelle persone e raccontargli della montagna e di come si va verso il cielo? Questi pensieri mi hanno turbato parecchio. Non sono andato alla Stampa a cuor leggero. Ma poi ha prevalso lo stimolo di voler affrontare questa esperienza di vita, l'opportunità di tentare di lasciare qualcosa di positivo a queste persone". 

Come è stato l'ingresso in carcere?
"Era la prima volta che entravo in una struttura carceraria. Anche se da uomo libero ho percepito subito delle brutte sensazioni. Il cancello che si chiude dietro di te, il muro di cemento altissimo…attraversando quei corridoi senti fortissimo il senso di oppressione e cominci a porti la domanda: come è vivere qui dentro? La verità è che non ci rendiamo neanche conto della fortuna di avere la nostra libertà. E quando vai in un carcere questa cosa la senti immediatamente e nitidamente. Vedi persone, alcune molto giovani, che passeranno lì dentro 2, 3, 5 o magari 20 anni della loro vita. E quel muro è altissimo, impressionante".

Poi che è successo?
"Sono stato accompagnato nella sala conferenze e poco dopo sono arrivati i carcerati che si erano iscritti volontariamente alla conferenza, saranno stati una trentina.  Per me è stato importante prima di tutto fargli capire che anche se sono un politico, ho un'azienda che funziona, vado in montagna, sono un uomo normale. Una persona che, come tutti, ha fatto degli sbagli. Ho voluto far capire loro che anche il percorso della mia vita è stato contraddistinto da alti e bassi. E poi ho parlato dei valori che mi spingono ad andare in montagna. La montagna per me non è tanto raggiungere la cima, fare uno sforzo fisico, ma intraprendere un cammino interiore, spirituale".

Che cosa gli ha mostrato delle sue spedizioni?
"Gli ho fatto vedere molto fotografie e un filmanto. Non ho voluto parlare solo dell'alpinismo in sé, ma anche della cultura dei popoli del Tibet e del Nepal. Di come vivono, dei problemi che hanno. Loro si sono entusiasmati e mi hanno posto molto domande. Da lì il passo è stato breve per cominciare a parlare della vita in carcere: come stanno, come vivono, quali sono le loro impressioni. È stato emozionante, un'esperienza che non avrei mai immaginato così intensa. È stato commuovente".  

E anche loro si sono commossi?
"Si, anche loro. Anche se nessuno, né io né loro, l'ha detto. Ma si vedeva. Dentro lì ti senti dimenticato da tutti, e il solo fatto che qualcuno da fuori venga a dedicarti un po' di tempo, sembra qualcosa di grande: c'è stata molta riconoscenza". 

Qual è il messaggio più importante che ha valuto lasciargli?
"Che nella vita bisogna impegnarsi, fare dei grandi sacrifici, altrimenti non si ottiene nulla. Poi puoi anche fallire, una, due, tre volte, ma se ci metti impegno e sacrificio prima o poi ottieni qualcosa. Sacrificare tutto te stesso per raggiungere una meta, questa è l'essenza dell'alpinismo e credo anche della vita. Quindi uno che va in galera, se ci mette tutto se stesso, può ritentare nella società". 

Mentre teneva la conferenza era sfiorato dal pensiero dei crimini che aveva commesso chi le era davanti?
"Tra i presenti alla conferenza c'erano persone colpevoli di reati gravissimi. Anche di omicidi di cui si è molto discusso a livello pubblico. Devo dire che prima di trovarmeli di fronte ho avuto questo timore. Ma poi, una volta  dentro, hanno prevalso gli aspetti umani. A guardarli negli occhi non lo diresti mai che sono stati capaci, in alcuni casi, di commettere crimini così orribili. E capisci ancora di più quanto l'essere umano sia un'enigma indecifrabile. E alla fine non giudichi chi hai davanti a te, ci ha già pensato la giustizia e ci penserà la vita. Speri solo di aver piantato un seme".

Lei ha sempre avuto posizioni molto chiare a favore dell'inasprimento delle pene, dopo la sua visita in carcere ha smussato queste convinzioni?
"Sicuramente ho fatto un salto di qualità a livello di conoscenza. E ho capito che anche solo un giorno di prigione non è da augurare al tuo peggior nemico. È davvero difficile, se non l'hai toccato con mano, immaginare cosa vuol dire star dentro lì. Vivere anche solo un mese in un posto del genere è molto dura. Ma non ho cambiato idea sull'inasprimento delle pene. Resto convinto che chi si macchia di crimini orribili come la pedofilia, gli omicidi, o i reati di violenza più in generale, meriti quel trattamento con pene più severe".

Immagino che come deputato, conferenza a parte, ha avuto anche la possibilità di visitare l'intera struttura. Che impressione ne ha avuto? 
"Sì, come politico ho voluto cogliere questa occasione. Ho visitato sia la Farera che la Stampa. La Farera è una struttura moderna, con un regime di carcerazione molto restrittivo. Molto opprimente. Celle piccole e un'ora d'aria al giorno. Alla Stampa invece c'è molta più comunità. Ci sono atelier e anche la possibilità di intraprendere un apprendistato. Il carcere non deve infatti avere un valore solo punitivo ma anche riuscire a riabilitare i detenuti. Detto questo la Stampa è una struttura vecchia che va assolutamente ristrutturata. Non tanto per i carcerati, ma soprattutto per le persone che ci lavorano e per ragioni organizzative. In tempi non biblici il Cantone dovrà investire. Voglio invece togliermi pubblicamente il cappello verso chi all'interno del carcere svolge il suo lavoro. È  tutt'altro che monotono o semplice lavorare in un penitenziario, oltre ad essere umanamente stressante. Voglio fare i complimenti a tutti, in primis al Direttore Comandini. Ma c'è un altro problema che mi sta a cuore segnalare".

Dica. 
"Bisogna risolvere la questione dei casi psichiatrici, che il Cantone non può far finta di non vedere. Ci sono detenuti con delle gravi patologie psichiche che sono lì in mezzo agli altri carcerati, ma vanno seguiti in modo completamente diverso. Il che crea dei grossi problemi. Serve assolutamente una struttura idonea per questi casi". 

Le piacerebbe tornare?
"Se la scuola In-Oltre me lo chiederà ci tornerò. Se può essere utile…soprattutto per i giovani detenuti, e qui vorrei aggiungere un'ultima riflessione".

Prego.
"Sono rimasto colpito da gran numero di giovani che c'è alla Stampa. E sempre più spesso questi ragazzi vengono incarcerati non per il furto di una gallina ma per atti di violenza. Sono cose che devono farci riflettere profondamente. La nostra gioventù sta diventando più violenta. La prevenzione è fondamentale e bisognerà investire tantissimo nell'educazione. Abbiamo delle sfide enormi davanti a noi. E come adulti e come politici dobbiamo sentire il peso di questa responsabilità. Troppo spesso ormai tutti quanti ci lasciamo andare, banalizzando o giustificando di tutto e di più. Non parlo solo della violenza fisica o contro le cose, ma anche di quella verbale. E questo lassissimo ci rende tutti complici. Dobbiamo invece rilanciare una forte indignazione contro tutte le forme di violenza".

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