POLITICA E POTERE
Abolizione del servizio militare obbligatorio. Sì o No?
Rispondono alla domanda Marco Romano, Consigliere Nazionale PPD, e Massimiliano Ay, Segretario del Partito Comunista ticinese. Domenica 22 settembre il verdetto

LUGANO– Domenica 22 settembre fra i temi in votazione ci sarà anche la proposta dell’iniziativa popolare “Sì all’abolizione del servizio militare obbligatorio”. L’iniziativa è stata promossa dal Gruppo per una Svizzera Senza Esercito (GSSE) e dai partiti dell’area di sinistra. Fermamente contrari invece i partiti delle altre aree, il Consiglio federale e il Parlamento. Il tema è, come ogni volta in cui si presenta, spinoso e ha acceso un ampio dibattito.

Da parte nostra abbiamo rivolto alcune domande a due esponenti dei due fronti: per i contro a Marco Romano (Consigliere Nazionale PPD) e per i pro a Massimiliano Ay (Segretario del Partito Comunista ticinese).

Innanzitutto, perché votare sì e rispettivamente no il 22 settembre?

Ay: “Sì perché in questo modo si liberano diverse energie in favore della società civile. I giovani oggi hanno diversi impegni professionali e formativi e la scuola reclute e il servizio militare obbligatorio, con i loro tempi, impediscono i diritti civili e la libertà dei nostri ragazzi. Inoltre ci terrei a puntualizzare una cosa. Si dice che il GSSE, il partito Comunista, il SISA e il PS hanno promosso questa iniziativa nell’ottica di abolire l’esercito. È evidente che all’interno del comitato di iniziativa ci sono delle persone, e ammetto io sono di questa idea, che vorrebbero abolire l’esercito tout-court. Ma questo non è l’obbiettivo di tutti gli iniziativisti, tant’è vero che abbiamo al nostro interno dei militi e dei borghesi che sostengono l’iniziativa. Perciò ci sono anche delle persone che tengono all’esercito e semplicemente lo voglio più performante.”

Romano: “No perché l’iniziativa presenta certamente un’idea di fondo attrattiva, stimola il dibattito su presente e futuro dell’esercito, ma nella pratica è totalmente irrealizzabile. Ipotizzare che vi siano volontari a sufficienza è un’utopia. Gli iniziativisti mettono in discussione tutto il sistema senza proporre un’alternativa realizzabile e sostenibile. Compreso proprio il principio del cittadino che si mette a disposizione del paese. È un valore presente in tantissime realtà e l’esercito svizzero è stato costruito proprio su questo principio. Negli anni ha diminuito sì il numero di effettivi, ma restando comunque presente e capace di reagire nei momenti di necessità. Gli iniziativisti non vogliono più l’obbligo e non vogliono un esercito professionista, quello che ci si domanda è: cosa vogliono realmente? È promossa dal GSSE accompagnato dai verdi e dal partito socialista che hanno proprio nel loro programma politico lo smantellamento dell’esercito. Quindi la realtà è che, come ho già detto, questa iniziativa è un pugno allo stomaco dell’esercito per fare in modo che cada e sia più facile da smantellare.”

Nel caso in cui venisse accettata quali conseguenze economiche potrebbe avere?

Ay: “Da anni, ogni volta che si tocca in qualche modo l’esercito, l’economia privata e il Governo sventolano questo spauracchio dell’indotto economico e dei posti di lavoro che crollerebbero. Ricordiamoci che l’esercito negli ultimi 20 anni ha diminuito il numero degli effettivi non per merito nostro, ma per volontà del Governo. Quindi già oggi la situazione è molto diversa, eppure non ci pare che l’economia sia precipitata. È uno spauracchio, pura propaganda. Abolendo il servizio militare obbligatorio, si tratta semmai di risparmiare oltre 4 miliardi di franchi l’anno delle casse della Confederazione che vanno nei rimborsi per la perdita di guadagno. Quindi in realtà abolendo il servizio militare obbligatorio si potrebbero favorire le casse pubbliche.”

Romano: “Bisognerebbe costruire un sistema nuovo partendo da zero e sapendo che non c’è un’idea alternativa. Il danno sarebbe nell’immediato grandissimo. Si creerebbe una discussione infinita con grandissima difficoltà a trovare una soluzione. A corto termine mancherebbero gli effettivi per mantenere in vita l’attuale struttura. Solo in Ticino ci sono quasi 500 civili che lavorano direttamente per l’esercito. Con i circa 200 soldati ticinesi professionisti, vale quasi 700 ticinesi che lavorano nell’esercito. Abbiamo quattro piazze d’armi che generano un indotto molto importante, con i corsi di ripetizione svolti nel Cantone arriviamo a 4 milioni e mezzo di franchi all’anno spesi solo in Ticino. Tutto questo senza più un effettivo che presta servizio si azzererebbe. Quindi la questione economica c’è. L’utopia del GSSE è pura follia: non esiste al mondo nessun esercito costruito solo sulla volontarietà, fatto di giovani che a vent’anni, non avendo nulla di meglio da fare, decidono di andare a prestar servizio. E la Svizzera ha bisogno di un esercito.”

L’esercito sembra uno dei tratti distintivi della nostra nazione, una tradizione consolidata nel tempo. Eppure il 40% dei giovani è disposto a fare “carte false” pur di non entrarvi. Viene da chiedersi: è davvero ancora vista come una tradizione importante?

Ay: “Personalmente credo che ormai non sia più così. Diverse indagini giornalistiche, quindi indipendenti, hanno testimoniato che moltissimi sono lì solo perché c’è scritto nella legge e non per convinzione. È un problema anche dell’esercito: i soldati non sono affatto motivati e questo può provocare situazioni di mala gestione o incidenti. Abolendo il servizio militare obbligatorio anche l’esercito ne ha da guadagnare perché si creano dei soldati motivati, non necessariamente dei fanatici, ma semplicemente delle persone che vogliono fare questa esperienza. Inoltre il servizio obbligatorio non è da sempre una tradizione svizzera. La milizia svizzera era inizialmente composta da volontari. Ogni cantone doveva fornire un certo contingente alla Confederazione e il numero veniva sempre raggiunto. È vero, è passato più di un secolo, ma l’esperienza a livello storico l’abbiamo fatta. Inoltre oggi, se il programma del Consiglio di diminuire il numero di effettivi procede nella stessa direzione, possiamo immaginare che l’esercito scenderà al di sotto dei 100mila uomini. In quel caso credo che non ci siano assolutamente problemi a trovare dei volontari. Comunque ricordiamoci che non si tratta di un volontariato gratuito, nell’esercito si viene pagati anche se è una milizia.”

Romano: “Lo si fa oggi come un tempo. La maggioranza dei cittadini svizzeri non fa salti di gioia quando deve prestar servizio, in primis il sottoscritto. Però è una realtà esistente che va adattata costantemente al contesto nazionale (mondo del lavoro, scuola) e a quello internazionale (rischi e minacce). In totale oggi prestano servizio, tra militare e protezione civile, quasi l’80% dei giovani e non è poco. E’ una questione di ottica, il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto. A mio giudizio tale cifra rappresenta una realtà positiva. Certo qualcuno furbamente riesce a farsi scartare, ma tra gli scartati ci sono anche persone pericolose o giovani con rischi di salute. Un tempo sarebbero stati arruolati, oggi sono contento che siano esonerati. La proposta di volontarietà totale secondo me non raggiungerebbe nemmeno l’1% della popolazione. Qual è quel giovane che oggi dedica alcuni anni della propria vita all’esercito? Solo esaltati? O persone senza prospettive nella vita civile? L’unico modo sarebbe quello di incentivarli finanziariamente e quindi passare al professionismo. Detto ciò è importante mantenere questa tradizione. Lo vediamo tutti gli anni: nel caso di una catastrofe o di grandi eventi è l’esercito che viene chiamato a dare qualcosa al paese.”

Conta e quanto nell’esperienza personale e professionale di un giovane il servizio militare?

Ay: “È un’esperienza che può essere utile anche a livello professionale, solo per chi se la sente e lo vuole però. Io ad esempio non sono convinto del servizio, sono uscito dalla scuola reclute senza completarla e non ne sento la mancanza né dal punto di vista formativo né psicologico, umano o professionale. Inoltre tutto quello che si dice relativo alla capacità di leadership o di organizzazione, lo si può imparare anche al di fuori dell’esercito. Quindi diciamo che l’aspetto formativo del servizio militare in realtà è molto relativo. Questa iniziativa popolare è moderata perché dice che chi vuole fare questa esperienza la può fare. Ma per favore non continuiamo ad obbligare la massa di ragazzi che invece ha altre cose a cui pensare e non in senso egoistico, perché se si va a scuola o si lavora con convinzione è qualcosa di positivo per l’intera società.”

Romano: “È molto soggettivo, non si può misurare. Ma credo che sia rilevante nella propria formazione personale: dà la possibilità di fare esperienza, di imparare lingue, di conoscere il paese, di imparare a condurre. Ma sono tutte cose, per quanto importanti, soggettive ed è sbagliato generalizzare.

IB

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