IL COMMENTO - La riforma governativa che sta paralizzando la politica ticinese non serve. Se oggi fosse in vigore ci sarebbero tagli draconiano o un rilevante aumento delle imposte

di Andrea Leoni
BELLINZONA - Se la legge sul freno ai disavanzi, attualmente in discussione in Parlamento, fosse già in vigore, a fronte dei 28 milioni che non sono arrivati dalla Banca Nazionale e del possibile affossamento in votazione popolare, noi ce lo auguriamo, del taglio lineare dei sussidi di cassa malati (altri 14 milioni), il Gran Consiglio sarebbe obbligato (!) a reperire sull'unghia 50 milioni di franchi. Lo potrebbe fare o tagliando la spesa - inevitabilmente con la mannaia e nei settori più sensibili come scuola, socialità e trasporti, vista l'entità della cifra da risparmiare - oppure alzando le imposte attraverso il moltiplicatore cantonale (circa il 4 per cento). E, vale la pena ribadirlo, lo dovrebbe fare per forza, per legge.
Basterebbe questa constatazione per affossare la proposta del Consiglio di Stato. Una proposta che introduce dei vincoli di disciplina di bilancio di stampo tecnocrate con conseguente annacquamento democratico. Sono gli stessi parametri inseriti nei vari trattati europei che stanno facendo pelare le ginocchia a molti paesi dell'Unione: Maastricht e il Fiscal compact, sono i più conosciuti.
Se la proposta governativa fosse in vigore, con un Gran Consiglio già consumato in trattative da mercato di Luino ogni giorno più grottesche, saremmo alla paralisi totale, o quel che è peggio, all'affannosa improvvisazione. Perché sarebbe impossibile attuare la via più ragionevole: quella di approvare un preventivo con un deficit ragguardevole di 180 milioni (ma in passato ne sono stati approvati di ben superiori) ma che non manderebbe assolutamente in malora il Cantone e che comunque in un periodo di crisi ci sta tutto. Fortunatamente quest'anno la legge non c'è ancora e alla popolazione, specie alle fasce deboli, saranno risparmiati dolorosi sacrifici.
Naturalmente, questo approccio, non significa lasciare andare a ramengo l’erario. Significa avere un'attitudine politica calibrata sul periodo che si sta vivendo. Il patto, infatti, deve essere quello che con passi ragionati, sopportabili e costanti, nel tempo che serve, si abbatta il deficit strutturale che grava sull'ente pubblico cantonale, sperando in una ripresa economica che ci porti finalmente fuori da questa crisi.
Quel che dicevano Bignasca, Pesenti e Lurati
In periodi socialmente ed economicamente difficili non bisogna aver paura dei debiti soprattutto se il debito pubblico, come nel caso del Ticino, è più che sopportabile, quasi irrisorio, ed i tassi di interesse insignificanti. Lo ripeteva Giuliano Bignasca ma anche Patrizia Pesenti e, più recentemente, lo ha detto anche Saverio Lurati. Fa specie che Lega e socialisti, per ragioni diverse, sembrano disponibili ad appoggiare oggi questa riforma.
Da più parti si sostiene che con questa nuova legge si responsabilizza la politica. A mio avviso è vero esattamente il contrario. Troppo spesso i politici sfruttano le leggi come si fa con una scusa per non fare delle scelte o per giustificarne delle altre. Così accadrebbe anche in questo caso: popolo, dobbiamo fare così perché la legge ci obbliga, e o mangiate sta minestra o saltate dalla finestra. E no, cari signori. Voi dovete decidere, e spiegare al Paese di volta in volta, perché tagliate questo e non quello, perché aumentate o non aumentate le imposte. E dovete farlo sulla base di argomenti e di scelte politiche, non legislative. Scelte e argomenti che saranno poi sottoposte al vaglio democratico delle elezioni.
La politica imbrigliata da questo tipo di disciplina finanziaria non è più politica. Per fare tagli o aumenti di imposta lineari, non serve eleggere nessuno: per far quadrare i conti basterebbe sostituire ministri e deputati con dei tecnici. L'esperienza al Governo italiano di Mario Monti ha già dimostrato come poi va a finire…
Il pericolo della Costituzione
La legge sul freno ai disavanzi elaborata da Laura Sadis ha un ulteriore elemento di pericolo. Il fatto che quella legge la si voglia inserire nella Costituzione. Fior fiore di economisti premi Nobel si é spesa supplicando le nazioni di non inserire nella Carta regole di rigidità finaziaria. Perché la Costituzione fissa principi di convivenza che devono valere e vivere oltre la cronaca della gestione corrente: proprio per questo è lungo e difficile inserire nuove norme o correggere quelle già esistenti. Mentre iscrivere nella pietra costituzionale regole di organizzazione del presente significa mettersi quella pietra al collo, se le contingenze, come sempre accade, propongono novità impreviste.
Se il Gran Consiglio inserirà questo meccanismo nella Costituzione la consultazione popolare sarà obbligatoria. E mette un po' i brividi il fatto che ci sia chi, per pigrizia o scarso coraggio verso l'ipotesi di dover raccogliere le firme, faccia una scommessa tanto rischiosa: votare pur in disaccordo la modifica costituzionale confidando nella bocciatura popolare. E se poi invece il popolo la dovesse accettare quale croce ci mettiamo sulle spalle? No, se proprio questa riforma la si vuol far passare che almeno la si metta nella legge ordinaria e chi non è d'accordo lanci un referendum. Così, dovesse venire accolta definitivamente, sarà facilmente modificabile.
La speculazione sul moltiplicatore
Non si può sottacere un'ultima speculazione piuttosto rilevante. Pasticciando la proposta governativa, la maggioranza del Gran Consiglio intende inserire una clausola, puramente ideologica e propagandistica, che imporrà il voto della maggioranza dei due terzi del Parlamento per aumentare il moltiplicatore. Mentre per i tagli sarà sufficiente la maggioranza semplice. Chiunque conosca un po' questo Paese sa perfettamente che la maggioranza dei ticinesi è contraria tanto ai tagli lineari quanto agli aumenti di imposta ingiustificati. Mettere regole diverse per agire sulla spesa e sulle entrate significa solo inquinare il gioco per far digerire il moltiplicatore. Ma il risultato sarà questo: si faranno tagli draconiani, minacciando il popolo che qualora non fossero accettati, scatterebbe l'aumento delle imposte. Davvero una bella politica.
Non servono altre leggi
Quel che c'è da augurarsi è che il Gran Consiglio faccia cadere la legge sul freno ai disavanzi e che lo stesso faccia con la proposta dell'UDC sul freno alla spesa di masoniana memoria. Né l'una né l'altra produrranno buoni risultati. Qualcuno dirà, cosa vera, che tutti gli altri Cantoni e la Confederazione conoscono modelli di disciplina finanziaria simili a quello proposto dal Governo. Ma è altrettanto vero che questi modelli non hanno portato risultati e nobiltà per le casse pubbliche differenti da quelli del nostro Cantone.
L'articolo 4 della Legge sulla gestione e sul controllo finanziario dello Stato recita così: "Il conto di gestione corrente deve essere pareggiato a medio termine". Una regola di buon senso dunque c'è già e non servono altre. Il Ticino può tranquillamente continuare ad essere amministrato con gli strumenti che abbiamo utilizzato sin qui. E tutto sommato non è andata così male.