POLITICA E POTERE
Gli svizzeri adorano l'esercito. Ma perché bocciano i Gripen? L'analisi del sociologo Cattacin: "Occorre riformare il militare"
Secondo il docente ginevrino il risultato del sondaggio di ieri non è in contraddizione con il voto del 18 maggio. E Cattacin critica senza peli sulla lingua la milizia

GINEVRA – Il 53% degli elettori ha detto no all’acquisto dei Gripen, Niente caccia svedesi, dunque, per l’esercito svizzero.
Eppure, da uno studio-osservatorio pubblicato ieri dal Politecnico federale di Zurigo (leggi l'articolo correlato) viene la conferma di un forte attaccamento della popolazione elvetica alla propria armata.

L'80% degli interpellati ritiene che l'esercito sia necessario. Il 70% auspica che le forze armate siano ben equipaggiate e istruite. E, in generale, la popolazione si dice piuttosto soddisfatta dell'esercito (6,3 punti su una scala da 1 a 10). Il 49% ritiene infine adeguati i compiti di difesa.

I risultati del sondaggio possono apparire contradditori rispetto alla bocciatura dei Gripen il 18 maggio. Ma non è così, secondo il sociologo Sandro Cattacin, docente all’Università di Ginevra, che recentemente ha studiato da vicino il nostro esercito nell’ambito di un lavoro sul multilinguismo imposto, vale a dire sui comportamenti di chi, soldati ma anche calciatori della Nazionale under 20, si trova confrontato con lingue diverse dalla sua.

“Il voto sui Gripen – dice - è stato il frutto di una coalizione negativa che ha messo insieme chi è contro il militare tout court, chi riteneva che la spesa fosse troppo elevata in tempi di crisi e chi invece era invece critico sulla scelta di quegli aerei. Non si può dunque sostenere che chi ha votato contro i Gripen ha espresso un voto contro l’esercito”.

Ma c’è un altro elemento che si sta facendo largo nell’opinione pubblica, secondo il sociologo: la coscienza della necessità di avere un esercito forte non elude la domanda “che tipo di esercito vogliamo per il nostro Paese?”.

Per lo spazio aereo ci vuole una difesa, certo, spiega, “ma la Svizzera potrebbe anche acquistare dei servizi dalle coazioni militari che già esistono: ha senso far volare dei caccia su un territorio piccolo come il nostro? È come se la Lombardia avesse una propria aviazione militare, che dovesse fermarsi al confine con il Veneto. Il rischio di dirottamenti aerei è una realtà: è successo recentemente, ma si può affrontare chiedendo l’intervento di aviazioni vicine. Secondo me l’organizzazione militare attuale non produce i risultati di cui la Svizzera ha bisogno”.

Lo studio del Politecnico di Zurigo conferma che rimane forte anche l'attaccamento degli svizzeri all'obbligatorietà del servizio militare: il consenso nei confronti di questo modello è in costante aumento dal 2012 ed ha raggiunto ora quota 61% (+5 punti); mentre solo un terzo degli intervistati appoggia l'idea di un esercito di professionisti (33%, -4 punti). Del resto, il voto dei mesi scorsi sull’organizzazione dell’esercito ha confermato questa tendenza.

Ma Cattacin è molto critico e smonta l'immagine mitica che lo scrittore americano John McPhee raccontò negli anni Settanta nel suo libro "Il formidabile esercito svizzero".

“Il ministro Ueli Maurer - dice il sociologo - non ha utilizzato questi anni per varare una vera riforma di modernizzazione dell’esercito. E in questo ha fallito, anche se aveva anche le mani legate, perché riorganizzare avrebbe significato rinunciare al principio della milizia, che a mio avviso produce soldati simpaticissimi e volonterosi, ma comparati per esempio a quelli italiani, con cui ho avuto contatti in Kosovo, non sufficientemente professionali. Ecco, secondo me, da una parte la mancanza di un progetto di riforma, le crisi economica e la scelta dei Gripen sono stati un connubio che non ha convinto la maggioranza della popolazione”.

Gli svizzeri, aggiunge, vogliono una difesa nazionale, ma l’insicurezza che viviamo richiede un esercito istruito a interventi antiterroristici, alla gestione delle catastrofi, o della sicurezza interna. “Invece abbiamo la struttura militare più ridicola del mondo. Poche nazioni hanno ancora il nostro modello. Non dico di abolire la milizia ma di utilizzarla solo per casi di crisi come fanno gli Stati Uniti. Ma l’esercito va modernizzato, perchè l’immagine del militare oggi è tremenda, quasi ironica”.

Il sociologo precisa: “L’eserito non mi è mai stato così simpatico come oggi, dopo che ho lavorato al progetto sul multilinguismo, ma lo sento molto distante dalle sfide che dovrebbe affrontare”.

Lo studio zurighese ha confermato anche il forte attaccamento della popolazione al principio della neutralità, che si combina con un esercito a vocazione difensiva.

“Ma neutralità – conclude Cattacin - non significa guardare e aspettare gli eventi, rinchiusi nella propria nazione. Significa avere posizioni chiare sul grande mondo della diplomazia internazionale dove la Svizzera può giocare un ruolo importante, e non è in contrasto con la partecipazione alle organizzazioni internazionali. Neutralità non significa essere armati. Abbiamo forse la casta di ambasciatori più forte del mondo, capace di mediare situazioni impossibili: ne abbiamo avuto la conferma il giorno dopo il voto del 9 febbraio, quando i nostri rappresentanti all’estero sono riusciti ad aprire una trentina di trattative per spiegare all’Europa la posizione della Svizzera”.

emmebi

 

 

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