Il capogruppo del PPD lancia un'invettiva contro il degrado della politica nell'editoriale del settimanale del suo partito. E non risparmia nessuno

BELLINZONA - Untori e indignati. Sono i due concetti che il capogruppo del PPD, Fiorenzo Dadò, affronta nell’editoriale dell’ultimo numero di Popolo e Libertà. Un’analisi impietosa e a tutto campo che non risparmia (quasi) nessuno. Ovviamente i bersagli sono gli avversari politici. Dalla Lega al PLR, dal PS ai Verdi. Passando per le vicende della Valascia e del mandato a Mario Botta… Un intervento che farà sicuramente discutere. Eccolo.
“Il 2015 è iniziato a pieno regime. E a pieno regime è esploso anche il virus dell’indignazione e la relativa caccia all’untore. Si indignano un po’ tutti, in questi tempi, e per ogni cosa si cerca un colpevole. Sembra sia a causa di un’epidemia malsana di ambizione e della relativa necessità strategica di trovare un colpevole. Questa volta, i polli e gli uccelli, e ancor meno la peste, non c’entrano nulla. Gli effetti, però, sono lì da vedere e si espandono a macchia d’olio.
Si indignano i tifosi dell’Ambrì che saltano sul ghiaccio e che, in assenza di politici, aggrediscono i giocatori. Si indignano gli architetti con il Governo per il progetto della Valascia e si indignano pure Attilio Bignasca e la Lega con il Municipio, perché Borradori al LAC nomina italiani e non i nòs.
Si indigna persino lui, che tra i 7 miliardi di nati sulla Terra dovrebbe avere solo motivi di felicità; Jacques Ducry. Il motivo parrebbe risiedere nella misteriosa e tragica scomparsa di una R nell’(oramai) ex partitone.
Dalla modesta suite di Saint Moritz (dove si trascina abitualmente per dare riposo alle sue stanche membra in compagnia della gentil consorte, a condividere un po’ di tribolazioni con le cittadine e i cittadini che fan fatica ad arrivare alla fine del mese) fa sapere Urbi et Orbi di essere, oltre che in fregola elettorale, anche molto ma molto indignato, motivo per il quale si trasferisce con armi e bagagli - lui, mentre della morosa non è ancora dato a sapere - nella compagine del caviale.
Ma il virus dell'indignazione non si ferma lì. In questi giorni ha continuato l’opera contagiando il solitamente equilibrato colonnello dei verdi.
Ce lo fa sapere lui stesso a mezzo stampa, prendendosela a morte, sta volta non con i già a rischio connotati del deputato Garzoli, ma con un suo stretto parente ed ex compagno di avventure (tale Mordasin da Robasacc) perché - almeno è quello che ci raccontan su di loro - si sarebbe spinto un po’ troppo in là con gli apprezzamenti nei confronti di due novelle girls, chiamate strategicamente a sostituire la brava (e bella), ma bistrattata Gysin.
Qui occorre essere chiari. Mentre l’indignazione, quella vera e sacrosanta, coraggiosa, autentica e senza secondi fini, che si esprime contro gli abusi e le ingiustizie capitali, è purtroppo merce sempre più rara, quella strumentale ed alimentata ad arte, atta a far parlare di sé e portare acqua al proprio mulino, è sempre più in voga. Alle origini vi è un certo comprensibile malcontento, l’incertezza e la paura per il futuro, che se alimentati in modo strategico, da chi ne può trarre profitto, possono però divampare in un incendio pericoloso e inarrestabile, con conseguenze devastanti.
In Ticino, con un crescendo negli ultimi mesi, abbiamo assistito ad episodi sistematici di incitamento all’odio, con tanto di pubblicazioni di liste di proscrizione associate, a seconda dell’occasione, ai peggiori mali che affliggono l’umanità. Un atto che viene abilmente camuffato di trasparenza ma che nelle pieghe nasconde il subdolo tentativo di appestare e intimidire chi la pensa diversamente, oltre che fomentare la rivolta.
Un metodo di far politica che trae esempio dal passato, richiamando episodi del secolo scorso e la caccia all’untore di manzoniana memoria, che purtroppo sta dilagando a macchia d’olio, fomentando cattiveria in particolare sui social network (con in testa Facebook), dove recentemente si è arrivati persino a tentare di assoldare un cecchino per far fuori il presidente del Governo. Un modo di far politica e di confrontarsi con gli altri che non ci appartiene e non appartiene alla storia e alle radici culturali e sociali del nostro Paese. Una deriva senza colori ma con nomi e cognomi, che non va affatto sottovalutata, ma affrontata”.