POLITICA E POTERE
Il Gran Consiglio dice "no" al Marchio Ticino per le aziende etiche: non lo deve fare lo Stato. Ma in aula è bagarre
Bocciata da PLR, PPD e Lega l'idea di un label di qualità promosso dal Cantone per le aziende che assumono almeno l'80% di residenti, pagano salari dignitosi e non fanno subappalti. I voti di PS, UDC e Verdi non bastano

BELLINZONA – La proposta: creare un marchio Ticino per quelle aziende che garantiscono di impiegare almeno l'80% di personale residente, che garantiscono salari dignitosi, che escludono il ricorso al subappalto. E su questo tutti d'accordo. Il problema è chi lo fa e lo controlla questo marchio: e qui il Gran Consiglio si è spaccato. Da una parte la maggioranza (che alla fine l'ha spuntata) capitanata da PLR, PPD e Lega che proponeva che ad assumersi l'onore fossero le associazioni economiche (che però sono contrarie, come ha ribadito anche Rinaldo Gobbi, deputato PLR, e membro della Camera di commercio). Dall'altra la minoranza formata da PS, UDC e Verdi che invece chiedevano che fosse lo Stato a farsi promotore e controllore del label.

È stata una discussione infuocata quella che ha aperto l'ultima seduta della legislatura del Parlamento. Merito, come detto, della proposta avanzate da due mozioni, del socialista Henrik Bang e del democentrista Marco Chiesa, che chiedevano quanto esposto all'inizio. Il dibattito è stato tutto incentrato sul "chi lo fa"?

I favorevoli

Cominciamo dai favorevoli. Marco Chiesa: "Sì, lo dico forte e chiaro: voglio un nuovo compito dello Stato", ha esordito il deputato UDC ribattendo alle critiche scagliate dai contrari contro i democentristi accusati di incoerenza per aver sempre promosso una politica del rigore finanziario e oggi, invece, voler caricare lo Stato di un nuovo compito. "Voglio – ha proseguito Chiesa - che il nostro Cantone dia alle aziende etiche la possibilità di distinguersi dalla massa di approfittatori. Voi –PLR, Lega e PPD - invece non lo volete! Non volete che il consumatore del Canton Ticino possa poter distinguere tra chi impiega i residenti, paga salari dignitosi, e non fa ricorso al subappalto, e chi si approfitta del nostro mercato del lavoro. Quando votate i preventivi, votate senza batter ciglio 1 miliardi di franchi di stipendi e 3 miliardi di budget, mentre oggi ci state dicendo che per questa iniziativa non ci sono i soldi per applicarla. Mentre sono certo che nel budget cantonale ci sarebbe eccome lo spazio per finanziarla, senza creare nuove spese. Qui bisogna solo decidere se sostenere le aziende etiche oppure no. Tutto il resto sono delle baggianate, dei pretesti, forse per aiutare alcune ditte che voi conoscete e che potrebbero trovarsi in difficoltà con questo nuovo marchio". 

Henrik Bang: "Nella popolazione residente vi è sempre più coscienza nel voler sostenere le aziende che agiscono con etica. Perché non fornire ai consumatori questo strumento per poter scegliere.  Solo con lo Stato come controllore vi sono reali possibilità che il marchio funzioni. Anche perché le Associazioni economiche sono contrarie. Il diretto della Camera di Commercio ha definito questa proposta una "trovata inadeguata per le aziende". Mi chiedo con quale responsabilità politica possiamo affidare questo compito a qualcuno che non ci crede? Chi segue le regole, esclude il subappalto e paga salari dignitoso, non ha nulla da tamere. Chi invece crea dumping e sostituisce la manodopera locale, sì. E francamente faccio davvero fatica a capire come PLR, PPD e Lega, non vogliano sostenere le nostre imprese e i nostri lavoratori". 

Infine Sergio Savoia che ha detto che far gestire questo marchio alle associazioni economiche "è come affidare la pecora al lupo. Come chiedere a chi ha contribuito a creare il problema di risolverlo. La garanzia che questo label sia implementato correttamente la può dare solo lo Stato. E la questione dei costi è ridicola: pensiamo solo a quanto ci costa a livello sociale il disastro attualmente in atto nel mercato del lavoro. Questo marchio sarebbe un passo positivo per cercare di risolvere la situazione".

I contrari

E veniamo alle ragioni dei contrari. A cominciare da Daniele Caverzasio, relatore di maggioranza e capogruppo della Lega: "È vero, siamo in in un momento in cui sono importanti i segnali, ma è importante anche non sovraccaricare i compiti di uno Stato che non ha i conti in ordine.  Continuiamo a dire che bisogna risanare le finanze e poi il Parlamento crea sempre nuovi compiti. E poi l'UDC è del tutto incoerente: è pronta a dare alle aziende la possibilità di patteggiare salari equi e non vuole dargli la possibili di gestire questo marchio. Una buona collaborazione tra privato e pubblica e la soluzione migliore". 

Grosso modo sulla stessa lunghezza d'onda Roberto Badaracco: "Lo Stato non può dotarsi sempre di un nuovo compito che produce nuovi costi. Lo Stato non può assumersi l'onore di creare un apparato amministrativo per decidere quale azienda possa avere il marchio e quale no. Deve essere un'iniziativa che nasce dal basso". 

Mentre Nadia Ghisolfi ha messo in guardia dai paradossi che potrebbe produrre questo marchio: "Un'immobiliare italiana che impiega solo due ticinesi nel suo showroom ne avrebbe diritto, mentre la  Rapelli  no". 

Alla fine la maggioranza di PLR, PPD e Lega ha prevalso: non sarà lo stato a creare il "Marchio Ticino". 

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