POLITICA E POTERE
Tutte le tegole del LAC, dal caporalato al marmo verde fino al pasticciaccio Burgarella. Al Polo Culturale... "a ga pisa doss l'oroc"
Il LAC sarà un’opportunità straordinaria per la Lugano del futuro. Ma in questi anni è stato al centro di una incredibile serie di clamorosi errori

LUGANO - Il LAC sarà un’opportunità straordinaria per la Lugano del futuro. A patto che si riesca a sfruttarlo a pieno e regime e a farlo funzionare senza pesare troppo sulle finanze pubbliche. Il programma di inaugurazione presentato nei giorni scorsi lascia ben sperare, ma poi una struttura del genere andrà alimentata tutto l’anno con eventi di grande richiamo: dovrà essere una vera casa della cultura. E bisognerà conquistarsi un pubblico delle grandi occasioni. Altrimenti il rischio della “cattedrale nel deserto” è dietro l’angolo.
Al di là dell’entusiasmo che ha accompagnato la presentazione del nuovo Polo culturale e delle sue dotazioni tecnologiche d’avanguardia, quello del LAC è stato però nel suo insieme un progetto gestito malissimo. Fin dall’inizio.
Un’opera di queste proporzioni andava anzitutto pensata chiedendo un contributo finanziario ai comuni della regione, creando una società a partecipazione pubblica sul modello di quanto è stato fatto nel Locarnese per il Centro balneare o più recentemente per il Palacinema. Ma ormai…

Ricordiamo anche per inciso che il LAC doveva essere inizialmente inaugurato nell’autunno del 2013. Lo sarà nell’autunno del 2015. Che doveva costare circa 170 milioni ma, a conti fatti, ne costerà probabilmente 220.

Gli errori si sono susseguiti in modo clamoroso e hanno toccato tutti gli aspetti del progetto, dall’inizio alla fine. Il primo è stato scegliere l’impresa che garantiva il miglior prezzo – la spagnola COMSA - senza cercare di “correggere” la delibera in favore di chi offriva migliori garanzie e aveva radicati legami con il Ticino.

Mentre il cantiere avanzava in mezzo a una ridda di subappalti e di polemiche, altri problemi emergevano a livello amministrativo: ricordiamo, nel 2013, il divorzio tra la Città e la direttrice del LAC, Lidia Carrion, assunta già tre anni prima (ma per fare cosa?) a un salario da leccarsi i baffi (si parlava 250'000 franchi all’anno e nessuno ha mai smentito questa cifra). È vero che l’inaugurazione era prevista nel 2013, ma insomma… Tre anni per prepararla sembravano comunque un po’ troppi.
L’arrivo della signora Carrion aveva tra l’altro provocato, nel 2010, le dimissioni per “incompatibilità di rapporti” di Bruno Corà, assunto nel 2007 come direttore del Museo d’arte e coordinatore del futuro LAC, anche lui a un salario simile, si diceva.

Sullo sfondo di queste tensioni c’erano quelle politiche, in particolare tra l’allora sindaco Giorgio Giudici e la responsabile del Dicastero cultura Giovanna Masoni. Per non dire della massacrante e non completamente disinteressata campagna anti LAC avviata dalla Lega.

Poi il Municipio ha fatto un po’ di chiarezza sull’organizzazione del settore culturale e sui rapporti tra LAC (Lugano Arte e Cultura) e DAC (Dicastero Attività Culturali). Sono arrivati prima Lorenzo Sganzini al DAC e poi il canadese Michel Gagnon al LAC (non senza polemiche tipo: “ma non si poteva prendere un ticinese?”). Comunque due nomine del genere senza concorso, alla testa del DAC e del LAC, qualche legittima perplessità, ancora ben viva, l’hanno suscitata.

Mentre sul fronte “amministrativo” succedevano tutte queste cose, sul cantiere infuriava la bufera: un caso di caporalato terminato con un processo e relative condanne nel 2012, e un altro caso di sfruttamento dei lavoratori sfociato recentemente in un rinvio a giudizio firmato dal procuratore generale John Noseda.
In mezzo a questi due fatti (gravissimi su un cantiere pubblico, dove i controlli dovevano essere severissimi) ci sono stati altri casi di sfruttamento e di abusi sul piano salariale e contrattuale denunciati ma per i quali non si sono trovate sufficienti prove.

L’amara ciliegina sulla torta è stato l’incredibile errore nella posa delle lastre di marmo verde (di due tipi completamente diversi) sulla facciata del LAC: un puzzle inguardabile. Eppure nessuno si è accorto di nulla (nemmeno che erano arrivate lastre con sfumature cromatiche diverse) fino a lavoro finito e adesso si litiga su chi pagherà la sistemazione.

Va anche ricordata la delusione di Giorgio Giudici, che due anni fa sottopose l’offerta di un fondo internazionale di investimento  disposto a stanziare 280 milioni per acquistare il LAC. Il Municipio non diede gran credito alla proposta e Giudici, in quel momento vicesindaco, la prese malissimo. Di recente è anche spuntato quasi dal nulla un gruppo coreano che si è detto interessato all’acquisto del LAC. Ci sarà un seguito? Chissà…

Intanto, la cronaca ha registrato lo scoppio del pasticciaccio Burgarella, altro clamoroso errore di valutazione da parte del Municipio, tratto in inganno (ma controllare meglio no?) dal rapporto della commissione di selezione presieduta da Gagnon che, valutati i candidati, decantava le doti dalla 34enne italiana, già alla dipendenze del Dicastero sport e titolare di un permesso B.

Com’è noto, il Municipio ha revocato la nomina e annullato il concorso ma si è infilato in un ginepraio giuridico. Come se non bastasse, di qualche giorno fa è il caso di una ex dipendente dell’Ufficio relazioni pubbliche della Città, alla quale è stato assegnato un mandato semestrale a metà tempo per collaborare all’inaugurazione del LAC. Anche quel mandato, attribuito senza rispettare la procedura prevista, è stato annullato, ieri, dal Municipio.

Insomma, come si dice, al di là degli errori, che non si possono negare, al LAC “a ga pisa adoss l’oroc”… Per l’inaugurazione sarà bene munirsi di oggettistica portafortuna: cornetti napoletani, coccinelle, quadrifogli e ferri di cavallo.

Marco Bazzi

 

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