A due anni dal suo sequestro e dalla successiva sospensione della tratta, di questo ‘Olandese Volante’ dei mezzi pubblici non si ha più traccia. Una situazione scandalosa e deludente per il deputato PPD che imputa le maggiori responsabilità a Berna

MENDRISIO – Era il 18 dicembre del 2013, il bus della linea regionale AMSA stava compiendo la tratta tra Capolago-Porto Ceresio, quando di lui… più nulla. Sono passati ormai quasi due anni, una cauzione di dissequestro, una petizione e qualche atto parlamentare, ma di questo ‘Olandese Volante’ del trasporto pubblico su ruote non si ha più traccia se non qualche fugace apparizione fra gli intricati mari della burocrazia italo-svizzera, dove pare sia rimasto irrimediabilmente incagliato.
Fuor di metafora: torpedone, conducente e passeggeri, ricordiamo, stavano regolarmente compiendo il tragitto, come accadeva dalla sua inaugurazione avvenuta nel 2009 fra la gioia delle due parti (la linea era utilizzata soprattutto dai frontalieri, contribuendo a sgravare il traffico del Mendrisiotto). Quel giorno però il bus è stato fermato da una pattuglia della Polizia stradale italiana che, fatti i controlli, ha poi sequestrato il mezzo in quanto mancava “l’autorizzazione internazionale per servizi di linea regolari, svolti da aziende di trasporto estere su suolo italiano”.
Il tran tran seguitone chiarì che il bus aveva viaggiato in un vuoto legale per quattro anni (manca in sostanza un Accordo Internazionale tra Svizzera e Italia che regolarizza i trasporti pubblici a cavallo della frontiera), fino all’arrivo degli zelanti gendarmi che non riconoscevano il nullaosta concesso dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti di Roma per arrivare, senza nessun servizio interno, al capolinea di Porto Ceresio. Per evitare ulteriori sequestri, l’AMSA decise di sospendere il servizio nella parte italiana in attesa che le autorità (l’Ufficio federale dei trasporti e il Ministero italiano) regolassero la situazione.
Una attesa che dura ancora oggi e che non si prefigura breve, come lascia intendere la recente risposta del Consiglio federale a una interrogazione presentata lo scorso aprile dal consigliere nazionale Marco Romano per chiedere lumi sullo stato dell’annosa questione. Se infatti per Berna la questa è da risolversi tra i due Paesi (e nel frattempo, riconosciuta l’importanza del collegamento, l’Amsa dovrebbe dotarsi di una autorizzazione temporanea da parte italiana. Risposta che dovrebbe arrivare fra oltre un mese), per Roma la grana compete a Bruxelles, in quanto i collegamenti transfrontalieri sono da inserirsi nell’ambito degli accordi sui trasporti terrestri tra Svizzera e Europa.
“La situazione è veramente scandalosa e deludente”, commenta Romano contattato da Liberatv. A lasciare l’amaro in bocca al consigliere nazionale è soprattutto l’operato dell’amministrazione federale. “Mi rispondono dicendo che si sta dialogando in attesa di una autorizzazione da parte italiana. Questo mentre due linee d’oltrefrontiera (Como-Chiasso e Porlezza-Lugano, servite dalla ASF Como) entrano regolarmente in Svizzera e fanno quotidianamente la stessa cosa. Chi è seduto a Berna o non ha in chiaro la situazione o è talmente naif da credere che visto che loro lo fanno, prima o poi lo lasceranno fare anche a noi”.
Per Romano si tratta insomma dell’ennesima dimostrazione della lontananza e dell’assenza di conoscenza della situazione ticinese che regna a Berna e ha già reagito, racconta, scrivendo personalmente all’amministrazione invitandola ad aprire gli occhi su quanto accade dentro i confini cantonali pochi chilometri più in là di Porto Ceresio. “Mi chiedo se negli incontri i nostri funzionari ne abbiamo parlato, perché mi piacerebbe proprio capire come reagirebbero gli italiani posti di fronte a questo paradosso. Vede – riflette ancora Romano – questa è l’ennesima situazione in cui si nota la cronica assenza di ticinesi nell’amministrazione federale. In un contesto simile, un ticinese avrebbe un approccio diverso: conoscerebbe la materia e saprebbe quali guanti usare per trattare”.
Dato che così non è, non resta che auspicare che la si smetta con “queste risposte ridicole. Non offensive, ma di chi non conosce la situazione”. Per parallelismo, infatti, sottolinea Romano, alla controversa linea 532 dovrebbe esser permesso di esistere.
Come detto però, la partita, tra chi manda la palla in territorio transnazionale e chi in quello europeo, non sembra destinata a concludersi a breve. C’è insomma una inconciliabilità di vedute tra Berna e Roma che non lascia ben sperare in una celere risoluzione della questione.
“E questo – commenta Romano – a me fa pensare ancora di più che a Berna non abbiano capito. Qui non parliamo di bilaterali, ma di piccola politica transfrontaliera. Tanto più che non si tratta di un tragitto infinito: Porto Ceresio è appena dopo la dogana. Bruxelles cosa avrebbe da ridire a riguardo? Che gli italiani in certi momenti possano esser caotici e poco affidabili è conosciuto, ma in questo caso è ai funzionari federali che dico di dare una smossa. Con la Francia abbiamo lo stesso tipo di accordo, mi si dica allora dove sta la differenza tra i due Paesi”.
Il nodo del discorso torna quindi sulla scarsa conoscenza della realtà ticinese in quel di Berna e la difficoltà di trattare una materia regionale e lontana. “Il funzionario preposto avrà preso in mano il dossier giudicando il caso in base agli incarti, senza magari sapere delle altre linee che quotidianamente fanno quanto ci è stato rimproverato”.
Romano potrebbe arrivare a chiedere formalmente il blocco, da parte svizzera, delle linee dell’ASF, ma, precisa, questa deve essere l’ultima ratio. “Qualcuno mi dice che si dovrebbe rispondere pan per focaccia, capisco, ma sarebbe solo una soddisfazione del primo minuto, che creerebbe in realtà più danni che benefici. Questi bus sono sempre molto pieni, soprattutto di frontalieri, bloccarli vorrebbe dire riversare un centinaio di macchine in più, con relativo problema di posteggi, sulle nostre strade. Prima di innescare un braccio di ferro che metterebbe in forte disagio la viabilità del Mendrisiotto, è meglio tentare di far aprire gli occhi ai funzionari, facendo loro capire che nello spazio di pochi chilometri succede l’esatto contrario di quello che dicono”.
ibi