Il presidente dell’UDC ticinese sulle dichiarazioni del suo omologo nazionale: “L’Italia registra un terzo dei migranti… è vergognoso. Giusto aiutare, ma ognuno deve fare la sua parte”

LUGANO – Combattere l’apertura di nuovi centri per richiedenti l’asilo? “Assolutamente sì”. Il presidente dell’UDC ticinese Gabriele Pinoja accoglie su tutta la linea le parole di Toni Brunner.
Per Pinoja la questione, oltre che economica, è di ‘proporzionalità’: “Certamente dal profilo finanziario si tratta di costi importanti per la Confederazione. Ma oltre a ciò, purtroppo, ci vuole un limite e non possiamo continuare ad aumentare il nostro impegno per rispondere all’inefficienza di altri. Non è giusto. Sarebbe necessario invece che gli altri Paesi europei facessero quello che già fa la Svizzera”.
Le dichiarazioni di Brunner seguono l’ondata di arrivi registrata nelle scorse settimane e che, fra timori e appelli alla solidarietà, ha portato, secondo le diverse sensibilità, a richieste di interventi e modifiche delle procedure di asilo.
“Quello che sta succedendo – commenta Pinoja – è un pensiero non da niente. Ma la Svizzera, piccola come è, non deve essere l’unica che fa qualcosa. Io credo che debba essere l’Italia prima di noi, che invece registra un terzo dei migranti in arrivo… è vergognoso. Ma sappiamo bene come sono fatti: fanno i furbi e se possono ce li scaricano a noi senza tante storie. E questo non va bene”.
E pensando al Ticino, come potrebbero tradursi le parole di Brunner? “Noi abbiamo l’esperienza parzialmente positiva di Losone, però è comunque un costo, un impegno e ha creato anche qualche preoccupazione nella popolazione. Non sono cose facili da far passare. E non dico che avere un centro per coloro che fanno richiesta di asilo, come è Losone, sia un problema. Ci mancherebbe: nel caso specifico non lo è ed è abbastanza ben controllato”.
Ma, prosegue, “abbiamo appunto già il centro raccolta di Chiasso, quello di richiesta di Losone, (e nel resto della Svizzera ve ne sono molti altri) insomma… Secondo noi sono le nazioni che ci stanno vicine che dovrebbero fare di più e non ‘sbattere’ queste persone da noi ‘perché siamo bravi ed efficienti’”.
Questo, conclude, “non vuol dire certo non aiutare tout court. È giusto farlo, ma ognuno deve fare la sua parte. E inoltre, come l’UDC ha sempre sostenuto, il miglior sistema è aiutarli nel loro Paese, affinché si creino le condizioni per cui non siano più costretti a scappare. Ma sappiamo che non è così semplice”.