POLITICA E POTERE
Grecia, urne aperte e occhi puntati su Atene. Tsipras: “È un giorno di festa: stiamo aprendo la strada alla democrazia per tutti i popolo europei!”
Testa a testa fra OXI e NAI, tutto si giocherà sugli indecisi. Intanto ecco gli scenari possibili fra dimissioni, Grexit, governi tecnici e future trattative farraginose

ATENE – “Apriremo la strada alla democrazia per tutti i popoli d’Europa. Oggi la democrazia batte la paura”, ha inneggiato il premier Alexis Tsipras all’uscita del seggio. Ha parlato di un giorno di festa, perché questo è la democrazia, aggiungendo poi che “si può ignorare la decisione di un governo, ma non la decisione di un popolo”.

E a urne aperte ormai da qualche ora, dalle 7 locali, la Grecia e l’Europa continuano a guardare con apprensione a quale sarà questa scelta del popolo ellenico, analizzando i possibili scenari che seguiranno all’OXÌ, il no, voluto da Tsipras, o al NAI, il sì, auspicato da creditori e da parte dell’opposizione al Governo. Intanto la vittoria dell’uno e dell’altro fronte si situa ancora sul testa a testa: determinanti saranno gli indecisi e i promotori di sì e no continuano a distribuire il proprio materiale alle lunghe colonne di persone che si sono formate fin dalle prime ore del mattino davanti ai seggi.

I greci sono chiamati a decidere se accettare o meno la bozza di accordo presentata da Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale nell'Eurogruppo che si è tenuto il 25 giugno 2015, composto da due documenti: il primo documento è intitolato 'Riforme per il completamento dell’attuale programma e oltre' e il secondo 'Analisi preliminare per la sostenibilità del debito'. Gli analisti di Goldman Sachs hanno quindi analizzato i tre scenari possibili.

Il primo, l’esito più 'market friendly', ossia il più felice per gli investitori, vede una vittoria del sì con le successive dimissioni di Tsipras e Varoufakis e l’insediamento di un governo di unità nazionale. Un governo tecnico e nuovi volti al tavolo delle trattative, potrebbero far proseguire più velocemente la discussione, portando, in tempi celeri, alla definizione di un nuovo accordo e piani di finanziamento internazionali.

L’ipotesi presenta però alcune criticità. Le tempistiche potrebbero far scartare l’ipotesi di elezioni anticipate in estate. Il presidente della repubblica, Prokopis Pavlopoulos, potrebbe quindi chiedere ai partiti di formare un governo di unità nazionale. Quest’ultimo corre però il concreto rischio di non avere i numeri necessari: Nuova Democrazia, Pasok e To Potami, i partiti che si sono detti disposti all’operazione, dispongono di 106 seggi e non raggiungono i 151 necessari ad avere la maggioranza. Ci sarebbe quindi bisogno dell’appoggio di parte delle altre forze ora al Governo: Syriza, il partito di Tsipras, o i Greci Indipendenti.

La nascita del governo tecnico potrebbe quindi non avverarsi in tempi stretti. Nascita che è resa ancora più impellente dall’avvicinarsi del 20 luglio, data in cui la Grecia dovrebbe pagare 3,49 miliardi alla Bce. Tsipras potrebbe quindi restare al suo posto, facendosi portavoce della volontà del popolo nell’avviare nuovi negoziati con i creditori (ha dichiarato che in caso di sì sarebbe volato subito a Bruxelles per firmare l’accordo, ma questo è scaduto il 30 giugno; sul piatto non esiste nulla al momento, sarebbe tutto da ritrattare) e lasciando il passo a nuove elezioni quando la situazione si sarà stabilizzata e comunque non prima di settembre vista la difficoltà di organizzare elezioni anticipate in estate.

Opzione, quella di Tsipras ancora alla guida di Atene, che apre la strada al secondo scenario preventivato dagli analisti: vittoria del sì, ma con l’attuale governo in carica. Ipotesi che porterebbe a una maggiore instabilità. Inoltre, i negoziati risentirebbero della perdita di fiducia in Tsipras da parte dei creditori, diventando ancor più farraginosi. Questo manterrebbe la Grecia in una pericolosa ‘zona grigia’, con Atene confrontata ancora più a lungo con il blocco dei depositi. Una situazione di sospensione pericolosa che potrebbe risolversi o con un rinnovamento politico, che riporterebbe alla prima ipotesi, o con un ulteriore drammatico peggioramento della situazione.

Infine, la vittoria del no. Questo, secondo gli analisti, non equivarrebbe a una immediata uscita di Atene dall’euro, la temuta Grexit. Ma se il governo otterrebbe maggiore legittimazione politica e, come ha dichiarato Tsipras – subito smentito dal presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem –, un rafforzato peso al tavolo delle trattative, Atene potrebbe trovarsi di fronte al serio rischio di un suo isolamento.

Nonostante la dichiarata volontà di Tsipras di riprendere immediatamente le trattative, è diffusa in Europa la sensazione il negoziato sarà più difficile: il no respingerebbe infatti anche quei punti su cui si era vicini a trovare un’intesa. Senza aiuti immediati, la Grecia andrebbe in default sul pagamento alla Bce e la crisi precipiterebbe. L’istituto di Draghi (che si riunirà lunedì) potrebbe trovarsi nell’impossibilità di confermare la liquidità d'emergenza del programma Ela per le banche elleniche e queste, senza il sostegno della Bce, andrebbero al collasso. Con i bancomat a secco, incertezza e tensione salirebbero alle stelle pesando ancor più sulla popolazione.

La situazione potrebbe quindi portare, anche in questo caso, a un rovesciamento politico. Tsipras potrebbe dimettersi e lasciare il passo all’unità nazionale, ma questo governo, in crisi di liquidità, dovrebbe probabilmente introdurre una valuta parallela o dei certificati detti IOU (Pagherò), mettendo di fatto in moto il meccanismo della Grexit.

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