In seguito all’emergere dell’ennesimo caso di sconfinamento da parte della autorità inquirenti italiane, il consigliere nazionale PLR aveva interrogato il Governo. A risposte giunte, Merlini non lesina critiche all’atteggiamento “timido” dell’Esecutivo

BERNA – Il tema degli ‘sconfinamenti’ italiani, sia per pedinamenti o per intercettazioni, è spesso agli onori della cronaca. Dopo l’ennesimo caso emerso lo scorso maggio, che aveva portato all’arresto di Filippo Dollfus, il consigliere nazionale Giovanni Merlini aveva interrogato il Governo federale. Le risposte sono giunte e il deputato PLR non lesina critiche all’atteggiamento “timido” mostrato dall’Esecutivo.
di Giovanni Merlini*
Il Consiglio federale ha risposto alla mia interpellanza del 1 giugno scorso, con cui avevo formulato alcune domande scomode in merito alle intercettazioni telefoniche su suolo svizzero, ordinate dalla Procura della Repubblica di Milano nell’estate 2013 nell’ambito di un’inchiesta a carico di una presunta organizzazione internazionale dedita al riciclaggio di denaro.
Premesso che la lotta al crimine organizzato è sacrosanta e che la sua repressione deve essere favorita anche grazie all’intensificazione della collaborazione transnazionale delle autorità inquirenti, la mia interpellanza mirava ad attirare l’attenzione del governo sul mancato rispetto degli accordi internazionali in materia di assistenza giudiziaria penale da parte delle autorità inquirenti italiane. In particolare, nel caso denunciato dal Corriere del Ticino lo scorso 23 maggio (da cui traeva origine il mio atto parlamentare), le mie domande riguardavano una serie di intercettazioni telefoniche di collegamenti della rete fissa svizzera (con prefisso 091) intestati ad una società fiduciaria svizzera e ad un cittadino svizzero, entrambi residenti a Lugano.
Le intercettazioni in questione non erano state ordinate dal tribunale competente ed erano state unilateralmente decise dalla Procura di Milano in esito ad una domanda di assistenza giudiziaria relativa alla trasmissione di copiosa documentazione concernente una trentina di società riconducibili ad un cittadino svizzero, accusato appunto di trovarsi a capo di un’organizzazione internazionale dedita al riciclaggio. La Procura di Milano non si era infatti ritenuta soddisfatta dalla documentazione ricevuta dalle autorità svizzere e, anziché richiedere ulteriori documenti seguendo le procedure previste dalla Convenzione europea sull’assistenza giudiziaria in materia penale e lo specifico Accordo tra CH e I in questo ambito, aveva preferito la scorciatoia delle intercettazioni telefoniche arbitrarie. Con ciò sono stati violati manifestamente sia la sovranità svizzera sia il principio di territorialità.
Lo ammette lo stesso CF, secondo il quale intercettazioni ordinate da un altro Stato su territorio svizzero e a carico di collegamenti telefonici della rete svizzera (fissa o mobile che sia) possono essere ammesse soltanto sulla scorta di una regolare domanda di assistenza giudiziaria penale e solo con la formale autorizzazione di un tribunale svizzero competente per le misure coercitive. Cionondimeno il CF, more solito, nella sua risposta non ritiene di dover censurare nei confronti dell’Italia i fatti riportati dal quotidiano ticinese, non considerandoli come sufficientemente accertati.
Ho il vago sospetto che il CF non si sia preoccupato troppo di verificare debitamente le segnalazioni emerse dalla stampa ticinese, anche se non è la prima volta che vengono denunciate alcune pratiche italiane di indagine incompatibili con gli accordi internazionali in vigore (p.es. i pedinamenti su suolo ticinese di persone sospette di evasione fiscale in Italia da parte di agenti in borghese della Guardia di finanza).
L’atteggiamento remissivo del governo, dettato dai rapporti già piuttosto tesi con lo Stato vicino, è comprensibile solo fino ad un certo punto. Nel timore di mettere a repentaglio la conclusione dell’Accordo con l’Italia sulla fiscalità dei frontalieri, il CF preferisce rinunciare a qualsiasi iniziativa che possa irrigidire ulteriormente le relazioni diplomatiche tra i due Paesi. E così anche in questa occasione abbassa la testa. E ciò dopo averla abbassata anche in relazione ad altre inadempienze dell’Italia (vedi rispetto della reciprocità nell’accesso alle commesse pubbliche, immobilismo italiano in relaziona all’accesso della Svizzera ai suoi mercati finanziari, ritardi nella realizzazione delle infrastrutture ferroviarie ecc.).
Dubito che alla lunga la scelta tattica del CF possa rivelarsi vincente. Tra Stati vicini e tradizionalmente amici occorre parlarsi in modo franco, soprattutto quando le cose non funzionano. I patti chiari fanno le amicizie lunghe, come dice il saggio adagio popolare.
*Consigliere nazionale PLR