L'ANALISI - La spersonalizzazione dell'autore di un reato e del suo caso, attraverso la generalizzazione e l'automatismo, tramuta la persona in oggetto e il processo in una sorta di catena di montaggio
di Marco Bazzi e Andrea Leoni
L'iniziativa bis dell'UDC sull'espulsione dei criminali stranieri non è nazista, come lasciano intendere i cartelloni dei contrari con il "no" nelle tre lingue nazionali riprodotti con i caratteri del terzo Reich (a proposito di marketing populista che dimostra ancora una volta di non avere steccati politici a destra come a sinistra). La proposta su cui siamo chiamati ad esprimerci è a nostro avviso semplicemente sbagliata perché si fonda su un'esagerazione (e su un'esasperazione) che produce un miscuglio inutile – e come tutte le cose inutili, potenzialmente dannoso e controproducente - fra compiti e poteri di una democrazia.
Potenzialmente dannoso e controproducente perché potrebbe trascinare la legge, e chi la deve applicare, in una logica di paradosso. Che è una contraddizione in termini e non è mai una buona dimensione per la giustizia. In alcuni casi, infatti, l'espulsione potrebbe apparire talmente sproporzionata a un giudice, da spingerlo a non condannare neppure l'imputato per il piccolo reato commesso per cui dovrebbe invece essere punito. Crollerebbe di fatto il ponte fra causa ed effetto. Il deterrente del giusto castigo e del castigo non solo come punizione ma come elemento educativo.
Il presupposto su cui si basa il testo è condivisibile quasi in maniera tribale. Nel senso che se in una tribù, in una società diremmo oggi, un forestiero compie degli atti a danno della comunità che lo ha accolto, questo va allontanato. Chi non è d'accordo su questo principio? Il problema sta come sempre nella generalizzazione che produce automatismi e non tiene conto del caso particolare. Se la legge deve essere uguale per tutti, e non sempre lo è, la legge non può essere una macchina fotocopiatrice che stampa a prescindere la sentenza dell'imputato in caso di condanna.
Cesare Beccaria in uno dei testi fondamentali della giurisprudenza moderna "Dei delitti e delle pene" scrive: "Non vi è libertà ogni qualvolta le leggi permettono che, in alcuni eventi, l'uomo cessi di essere persona e diventi cosa". Ed è proprio la spersonalizzazione dell'autore di un reato e del suo caso, attraverso la generalizzazione e l'automatismo, che tramuta la persona in cosa e il processo in una sorta di catena di montaggio.
Cum grano salis. Le regole vanno applicate così, come insegnano i latini padri del nostro diritto. Per questo sono pagate delle persone (il procuratore, il giudice e l'avvocato) che attraverso un percorso devono approfondire il caso specifico fino a giungere a una pena equa, in caso di condanna, o in un'assoluzione. Il castigo deve essere proporzionale al delitto. E il giudizio deve essere più severo, in caso di recidiva, premeditazione o particolare malvagità, o più indulgente in caso ci siano delle attenuanti o il reato non sia tale da giustificare la cacciata.
Se si ha fiducia nel nostro sistema giudiziario è corretto affidarsi alle competenze e alla valutazione dei professionisti, per giudicare se una persona meriti di essere espulsa dalla Svizzera oppure no. E lo scriviamo a maggior ragione perché siamo profondamente contrari a quella che viene definita l'adesione strisciante della Svizzera all'Unione Europea. Siccome non vogliamo un giudice a Berlino, o a Bruxelles, che interferisca nelle regole della convivenza Svizzera e nella nostra democrazia diretta, non possiamo che avere fiducia in quelli che abbiamo a Lugano e a Losanna.
È comprensibile che molti nostri concittadini, soprattutto in Ticino, abbiano la tentazione di scegliere la scorciatoia dell'espulsione automatica. Son tempi grami, epocali per quel che ci sta succedendo intorno, e nel nostro Cantone purtroppo il peggio dei fenomeni internazionali, economici ed umanitari che stanno sconvolgendo il Mondo, colpisce duramente soprattutto i più indifesi. E purtroppo le risposte di chi ci Governa da Berna molto spesso non sono all'altezza delle aspettative minime della maggioranza della nostra gente. Chi si sente indifeso vuole proteggersi e talvolta l'ansia e la giusta frustrazione può spingere a farlo in maniera confusa, sommaria e, infine, sproporzionata ed ingiusta.
A questo proposito vale la pena ricordare e sottolineare che qualora l'iniziativa dovesse essere accolta, non sarà in nessun caso applicata ai richiedenti l'asilo, o ai banditi che vengono dall'estero a far rapine, che spesso sono all'origine di forti tensioni sociali. Essa sarà infatti applicata solo per coloro che sono in possesso di un regolare permesso. È quindi un grossolano errore, come ci è capitato di leggere sui social a margine del fattaccio avvenuto sul TILO nel Mendrisiotto, aspettare che il 28 febbraio porti una soluzione.
Sappiamo che probabilmente in Ticino una larga maggioranza della popolazione sosterrà questa iniziativa. Nei confronti di questi nostri concittadini proviamo innanzitutto comprensione e rispetto, e ci auguriamo che la politica apra le orecchie con umiltà e senza pregiudizi, al contrario di quanto avvenuto nel recente passato, per ascoltare la preoccupazione, le ragioni e il disagio di questo voto.
Ma a chi non ha ancora votato ed è indeciso chiediamo di fare un bel respiro profondo per scacciare il panico e la rabbia, soprattutto quella giustificata, e con razionalità confermare fiducia verso un'istituzione, quella della giustizia, di certo imperfetta e criticabile, ma che va migliorata e non esautorata dal suo compito primario.