POLITICA E POTERE
Elio Bollag e la provocazione molto politicamente scorretta: "Non è che facciamo sempre più fatica a non diventar razzisti, perché ciò non è bene?"
Lo storico rappresentate della comunità ebraica in Ticino: "A volte mi attraversa la mente il sospetto che è meglio voler rendersi conto di non essere al disopra di ogni istinto di razzismo. Forse sarebbe meglio non considerarsi immune a questo virus, ma cercare di amministrare quella parte di noi che, oggi come oggi, non può più ragionevolmente farne a meno"
© Ti-Press / Sara Solcà
LUGANO - Una riflessione provocatoria e molto politicamente scorretta. È quella apparsa poggi sul Corriere del Ticino a firma di Elio Bollag, storico rappresentante della comunità ebraica in Ticino. 
 
"Siamo tutti razzisti?", il titolo che apre l'articolo seguito da alcune domande legate all'attualità: "Quando vedi sugli schermi i barconi che, dall’Africa, dal Magreb, dal vicino Oriente iniettano in Europa emigranti, che, come se la cosa fosse organizzata, vengono a ripararsi sotto il manto del nostro «buonismo», forse protetti anche dalla nostra onesta bontà o dai dettami dei nostri politici che non sanno fare calcoli di demografia, cosa pensi?"

E ancora: "Quando incominceremo a credere alle cronache dalla Svezia, dal Belgio, dall’Olanda, della Francia ecc., di polizie che non hanno più il coraggio di entrare in alcuni quartieri per non farsi ammazzare gratuitamente? Non vuoi incominciare a pensare che sotto sotto ci sia un disegno al quale si pensa, ma del quale non è «politically correct» parlare? Il problema incomincia a crescere quando ci si rende conto di ospitare, più che una nuova religione, un credo politico di importazione esotica che ha come scopo di sostituirsi col tempo alla nostra democratica costituzione, conquistata e raffinata con secoli di pacifica convivenza tra gente geograficamente di stirpi e lingue differenti.Non è che facciamo sempre più fatica a non diventar razzisti, perché ciò non è bene?".
 
"Lungi da me - si risponde Bollag nel suo articolo apparso stamane sul Cdt - voler far parte di un’organizzazione di razzisti come una volta era permesso, quasi normale e incoraggiato a sud e a nord dei nostri confini e uno riusciva perfino a sentirsi patriota. A volte mi attraversa la mente il sospetto che è meglio voler rendersi conto di non essere al disopra di ogni istinto di razzismo. Forse sarebbe meglio non considerarsi immune a questo virus, ma cercare di amministrare quella parte di noi che, oggi come oggi, non può più ragionevolmente farne a meno". 
 
 
"Chi ha l’età di ricordarsi della seconda guerra mondiale - conclude Bollag - avrà difficoltà a paragonare il termine di rifugiato di oggi a quella definizione di rifugiato di allora, e, senza falsi pudori, richiamiamo alla memoria quelli che per appartenenza religiosa, con la scusa di una vile neutralità, venivano respinti alle frontiere, e non solo da quelle svizzere. Il classico esame di coscienza risulta difficile, ma chi si considera al disopra di ogni sospetto, lanci la classica prima pietra".
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