ANALISI - Ma queste parole le avremmo pronunciate con altrettante determinazione e indignazione se sul palcoscenico fosse salito un musicista, o magari un comico, che nella sua opera strizza l’occhio, più o meno artisticamente, alla cultura fascista, o all’estremismo religioso, o ancora a discriminazioni di altro tipo, sessuali ad esempio?

Dire se è controverso o no. Se è sboccato o no. Se la sua satira è ignobile o no. Se è un’artista o no. Non è sano politicamente, per chi non l’ha mai fatto, ascoltare in queste ore il rapper per aggiungere premesse ipocrite al discorso: “Non lo condivido, non mi rappresenta, è un coglione, ma…”.
Niente “ma”. Perché ora, imboccare questo sentiero ed esprimere giudizi, fossero anche solo estetici, significherebbe mettersi sullo stesso piano di questi cuor di leone (coraggio, scappiamo….), di questi poveri negher, per dirla con Giorgio Strehler, che fanno esattamente lo stesso esercizio: cuciono e giustificano la minaccia di un’azione aggressiva sulla base di contenuti che non gli piacciono. Di gusti, insomma.
Naturalmente dobbiamo attendere le indagini della polizia e del Ministero Pubblico per dare il giusto peso, con cognizione di causa, alla faccenda. Ma mai, mai, mai, e poi mai, bisogna calare le braghe davanti ai nazisti, ai loro simboli e ai loro slogan “power white” (perché ce ne è mai stato un altro di potere da queste parti?). E bisogna dir no, no, no, e ancora no, a chi ammicca, scusa, interpreta, avalla silenziosamente o meno, un’ideologia e una rivendicazione violenta, delirante (prima i nostri sui nostri palchi), stupida: che perfino un convinto fascista, ma onesto intellettualmente, si vergognerebbe di sottoscrivere.
Ancora una volta c’è chi pensa che il suo pensiero o la sua ignoranza, debbano essere unici e dominanti. Grazie anche al solito fottuto moralismo di chi non accetta che gli altri possano avere il piacere di essere scandalizzati. Una pernacchia vi seppellirà.
Questa è la reazione istintiva e al contempo la conclusione mediata, del resto l’unica possibile, del ragionamento innescato dai fatti di cronaca che stiamo raccontando. Il concerto di Bello Figo andava quindi tenuto e la sicurezza garantita dalle forze di polizia gratuitamente: perché a questo punto l’esibizione del cantante si era trasformata in una questione di principio. E in quanto tale non negoziabile e neppure traducibile in moneta.
Ma detto questo ogni pensiero, oggi più che mai, e a costo di sfidare ancora una volta i cannoni dell’Esercito della Certezza, va passato al setaccio del dubbio. A cominciare dal proprio.
E allora ecco le domande prodotte dal senso critico. Le pongo così, sinceramente, senza aver trovato a tutte una risposta. E cercando di allargare il discorso dal fatto di cronaca a un piano generale (dimentichiamoci per un istante Bello Figo).
È giusto che la collettività si faccia carico di proteggere un evento pubblico organizzato da un privato, cioè per un guadagno in denaro non a beneficio di tutti, quale che sia la provocazione che si mette in scena? A chi tocca, davvero, sostenere i costi di una messinscena provocatoria: allo Stato, solo a chi la fa o a chi ne vuol trarre legittimo profitto? Deve scattare o no un’autocensura in chi organizza eventi per scopo di lucro che giocano sul labile confine del pungolo sociale? Che ruolo gioca in tutto questo la responsabilità individuale e commerciale?
Ancora: ammettiamo che la polizia avesse garantito gratuitamente la protezione ai partecipanti del concerto e tutto si fosse svolto senza incidenti. Se alcuni giorni dopo, o settimane dopo, gli autori delle minacce non fossero stati individuati, la sicurezza pubblica avrebbe dovuto continuare a presidiare il locale? Per quanto tempo? Era un rischio da correre?
Si fa fanno grandi chiacchiere, molto spesso a sproposito, sulla libertà di pensiero ed espressione, richiamandosi maldestramente a principi immaginati sul piano individuale e collettivo, ma di cui si tiene in considerazione solo la metà che conviene. Quanti di noi sarebbero infatti disposti a difenderle fino al punto da pagare personalmente? E non penso ad atti eroici, ma al portafoglio, ad esempio.
Alcuni hanno detto e scritto e ripetuto (e io per primo all’inizio di questo articolo): mai, in una democrazia mai, si può annullare una manifestazione sotto il ricatto violento di un’altra parte, per giunta anonima. In questo caso è semplice, davvero semplice, affermare imperativamente queste parole.
Ma le avremmo pronunciate con altrettante determinazione e indignazione - facendo astrazione dai contenuti, come si diceva in principio - se sul palcoscenico fosse salito un musicista, o magari un comico, che nella sua opera strizza l’occhio, più o meno artisticamente, alla cultura fascista, o all’estremismo religioso, o ancora a discriminazioni di altro tipo, sessuali ad esempio?
Continuo a domandarmelo quasi ogni giorno: qual è il confine della tolleranza per garantire, e non svendere o stravolgere, la libertà di espressione e di pensiero nel nostro tempo? Solo quello del codice penale?
Non è così. Non cito casi per non esser frainteso. Ma si tratta di episodi avvenuti all’estero e nel nostro Paese, nel nostro Cantone anche, e non solo in ambito artistico: chi è informato e ha buona memoria ricorderà…
Non è vero che siamo politicamente, culturalmente e socialmente disponibili a difendere, in nome dei principi altisonanti appena richiamati, quel “mai, in una democrazia, mai”. E non che questo sia forzatamente un male, ben inteso.
Ma diciamoci la verità: questa fermezza molto spesso esiste soltanto in ciò che ci raccontiamo gonfiandoci il petto di vuota retorica taroccata con lo stampo volteriano, spesso esibita da chi Voltaire lo ha letto solo sui siti degli aforismi. Lo facciamo insomma quando il fatto è manifesto, o quando ci è affine, o quando ci conviene.
Quel che è certo è che una società dovrebbe avere gli anticorpi culturali, sociali e politici per sapersi indirizzare, cioè per poter scegliere e distinguere, senza arrivare al punto di difesa più estremo e irrinunciabile, come ci costringe il caso di Bello Figo.
Purtroppo la subcultura dominante, la tuttologia al servizio del mercato, ha raso al suolo il nostro sistema immunitario valoriale. E allora siamo qui a porci questioni su derive che neppure dovrebbero esistere. Ogni giorno aggiorniamo la conta delle metastasi.