POLITICA E POTERE
Legge di polizia anti-terrorismo, Edy Pironaci: “Agli ex magistrati critici dico che…”
Il redattore di Police: “Le forze di polizia svizzere meritano la fiducia del popolo e del potere giudiziario. Bisogna far tesoro dalle tragiche esperienze di altri Stati ed evitare di reagire con l’attuazione di leggi a fatti ormai avvenuti”

di Edy Pironaci *

 

Più ci si avvicina al 13 giugno, più il fronte dei contrari aumenta la propria offensiva allo scopo di influenzare le cittadine e i cittadini sull’inutilità delle nuove norme proposte dal Consiglio federale e accettate dal Parlamento.

Quando sono i politici, non addetti ai lavori (impiegati nell’amministrazione della giustizia), certe prese di posizione possono essere comprensibili, perché spinte da proprie ideologie. Meno comprensibili quando le stesse provengono da ex magistrati. Sono, infatti, rimasto sorpreso (anche se non troppo) nel leggere appunto di ex magistrati che fondamentalmente esprimono la loro sfiducia nei confronti delle forze di polizie, le quali, secondo loro, approfitterebbero dei poteri concessi da una legge speciale, perché di legge speciale stiamo parlando, per intercettare qualsiasi cittadino svizzero, oppure perché per un semplice sospetto, ciascuno di noi potrebbe finire nel mirino della polizia.

 

Secondo me questi ex magistrati dovrebbero anche avere la premura di sottolineare in quanti casi, nella loro carriera nell’amministrazione della giustizia o come avvocati, hanno constatato abusi da parte delle forze di polizia e in quanti casi è stato l’Ufficio federale di polizia (competente nel caso della Legge MPT) ad abusare del proprio potere. Perché se il problema è la sfiducia o il pericolo di abusi da parte delle forze di polizia, essi vanno dimostrati con i dati alla mano.

 

Nelle prese di posizione dei contrari in generale, ma anche in quelle di ex addetti ai lavori, emerge inoltre la difficoltà a saper leggere le nuove forme di criminalità, che sempre di più si muovono attraverso la comunicazione internet, sia essa palese, via social media, sia essa nascosta, attraverso il dark web. Ebbene, secondo il parere dei contrari ad esempio, pubblicare un post in cui si inneggia alla lotta armata contro il mondo occidentale, oppure condividere o mettere un like sotto questo post, non deve essere un indicatore o un campanello d’allarme per le forze di polizia?

 

Ma la domanda a questo punto è un’altra: Quali strumenti hanno le forze di polizia per capire o monitorare chi sta dietro il nickname di chi ha pubblicato o di chi ha sostenuto con un like un post simile? La risposta è semplice: Nessuno! Le forze dell’ordine non hanno alcun strumento per individuare o monitorare chi inneggia al terrorismo celandosi dietro un nickname. Gli ex magistrati sostengono, inoltre, che già oggi ci sono strumenti a sufficienza per prevenire determinati fatti. Allora pongo loro il seguente quesito: Autorizzereste o avreste mai autorizzato quando eravate in carica misure di sorveglianza allo scopo d’individuare o monitorare chi ha pubblicato o ha condiviso un post che inneggia al terrorismo? Questo ci porta, infine, all’interrogativo di fondo: chi pubblica uno post con questi contenuti, chi lo appoggia con un like o chi lo condivide, potrebbe diventare o essere potenzialmente una minaccia per il nostro Paese o partecipare ad attentanti in altri Paesi?

 

Lascio le risposte ai lettori, ma il senso di questo scritto è che le forze di polizia svizzere meritano la fiducia del popolo e di tutto il potere giudiziario, ma meritano soprattutto d’avere strumenti all’avanguardia e il personale sufficiente che permettano loro di stabilire in tempi ragionevoli se ad esempio dietro un nickname che inneggia al terrorismo, o dietro a chi il terrorismo lo asseconda, vi siano persone potenzialmente pericolose per le cittadine e i cittadini del nostro o di altri Paesi.

 

Fatto questo primo passo, servono le misure previste dalla Legge MPT per poter continuare a monitorare la situazione. Perché anche una sola persona identificata precocemente, potrebbe costituire il salvataggio di una o più vite, ma anche risparmiare un calvario indicibile a tutti coloro (compresi famigliari e persone vicine) che ignari o impotenti dinnanzi al processo di radicalizzazione, vivono attorno a questa stessa persona.

 

Non essendo giurista, attendo il giudizio delle autorità competenti per capire se sia stata fatta una pubblicità o una diffusione d’informazione fuorviante e quindi, se i cittadini siano stati ingannati. Constato però, sul fronte dei contrari e dei ricorrenti, che citando la trentina di condanne pronunciate dal TPF dal 2004 ad oggi a supporto del fatto che esistano già strumenti a sufficienza per la lotta al terrorismo, si trasmette ai cittadini un messaggio errato. Infatti, le condanne si riferiscono chiaramente a comportamenti penalmente rilevanti previsti dal codice penale svizzero. La Legge federale sulle misure di polizia per la lotta al terrorismo (MPT), lo dice il titolo stesso, parla di tutt’altro.

Sono persuaso che bisogna far tesoro dalle tragiche e tristi esperienze di altri Stati ed evitare di reagire sull’onda di emozioni, come molto spesso è accaduto, con l’attuazione di leggi a fatti ormai avvenuti.

 

* poliziotto e redattore di Police, della Federazione svizzera dei funzionari di polizia (FSFP)

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