POLITICA E POTERE
Investimenti ai minimi nel 2026: l’allarme della Cc-Ti
L’inchiesta congiunturale della Camera di commercio fotografa un 2025 “soddisfacente” ma segnato dall’incertezza: export sotto pressione e aziende sempre più caute
TiPress / Alessandro Crinari

LUGANO - Il Ticino economico tiene, ma frena. E soprattutto rinvia. È questa, in sintesi, la fotografia che emerge dall’inchiesta congiunturale della Camera di commercio (Cc-Ti), presentata a Lugano e ripresa dal Corriere del Ticino: un 2025 “in chiaroscuro”, con indicatori complessivamente positivi – dagli affari giudicati “soddisfacenti” dal 76% delle aziende interpellate alla stabilità dell’occupazione – ma con un dato che suona come un campanello d’allarme per il 2026: il crollo delle intenzioni di investimento.

A pesare, prima ancora dei numeri, è il clima. “L’impatto dell’instabilità geopolitica si è fatto sentire”, ha osservato il presidente della Cc-Ti Andrea Gehri, richiamando un contesto in cui la fiducia – ingrediente indispensabile per pianificare, assumere, espandersi – si è incrinata. E se i servizi orientati al mercato interno mostrano maggiore tenuta, è l’industria, soprattutto quella legata all’export, ad avere incassato i contraccolpi più evidenti: meno ordini e meno vendite, come ha spiegato il direttore Luca Albertoni, in un quadro dove le tensioni internazionali e la politica dei dazi statunitensi hanno contribuito a rendere più costosa e più incerta la catena commerciale.

I riscontri raccolti dalla Cc-Ti restituiscono una pressione diffusa: quasi un’azienda su tre ha dovuto assorbire un aumento dei costi d’importazione; una su quattro ha incontrato difficoltà nell’esportare; e circa una su cinque segnala una riduzione dei margini. Non è solo una questione di contabilità: quando i margini si assottigliano, la propensione al rischio cala, e la prima voce a finire sotto revisione è spesso quella degli investimenti.

È qui che arriva la frase più pesante, quella che – sempre secondo quanto riferito dal CdT – ha dato il tono alla conferenza: “Devo dire che un livello così basso non l’ho mai visto in questi anni, nemmeno durante la pandemia. Questo mi preoccupa oggettivamente”, ha detto Albertoni parlando delle previsioni 2026. Il dato è netto: appena un’azienda su tre, oggi, prevede di investire. È possibile che si tratti di prudenza eccessiva – le imprese tendono a dichiarare il minimo e a fare poi di più a consuntivo – ma il segnale, per la Camera, resta troppo evidente per essere archiviato come semplice cautela.

Alla debolezza degli investimenti si affianca un’altra spia: il calo dell’autofinanziamento. Albertoni lo lega a misure straordinarie che molte aziende hanno dovuto predisporre “a sorpresa”, in particolare sul fronte americano, e auspica che sia un fenomeno passeggero. Ma anche qui il messaggio economico è chiaro: se l’autofinanziamento scende, la capacità di programmare e sostenere investimenti con risorse proprie si riduce, e la dipendenza da credito o rinvii aumenta.

Sul tavolo c’è poi un fattore interno, più silenzioso ma costante: gli oneri amministrativi. Il vicedirettore Michele Merazzi ha parlato di un aumento delle norme “in quasi tutti i settori” che genera un carico burocratico supplementare: un terzo delle aziende stima tra 2 e 9 ore mensili di lavoro in più, ma per il 14% si arriva fino a 50 ore al mese. Tradotto: tempo e risorse sottratti al core business, alla vendita, alla progettazione, all’innovazione. Ed è anche in questa chiave che la Cc-Ti colloca la propria “battaglia” politica: difendere condizioni quadro che mantengano il Cantone competitivo, sia rispetto al resto della Svizzera sia nei confronti della Lombardia che punta a rafforzare la propria attrattività.

Non mancano, tuttavia, elementi che invitano a non cedere al catastrofismo. La maggior parte delle aziende, pur colpite dal contesto internazionale, ha reagito con misure mirate, evitando scossoni occupazionali: l’occupazione è rimasta stabile nel 2025 e, secondo le previsioni delle imprese, dovrebbe restarlo anche nel 2026. E il dato sulle delocalizzazioni – solo l’1% – viene letto come un segnale di radicamento: “È l’ultima ratio e questo ci rassicura”.

Resta però la questione centrale: senza investimenti, la tenuta rischia di diventare immobilismo. E in un’economia piccola e aperta come quella ticinese, dove industria ed export amplificano ogni variazione del contesto globale, la fiducia non è un sentimento astratto: è la condizione concreta che trasforma un bilancio “soddisfacente” in un progetto di crescita. Per questo, più che il consuntivo 2025, la preoccupazione della Cc-Ti – come evidenziato dal CdT – guarda già al 2026: non tanto a ciò che è andato, ma a ciò che rischia di non partire.

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