SALUTE E SANITÀ
Curare l'obesità con un'alimentazione sana: "Il mito della dieta rigida va sfatato. Serve conoscenza. E di proibito da mangiare non c'è nulla"
Intervista alla dottoressa Claudia Fragiacomo della Clinica Luganese: "L'alimentazione è influenzata dal nostro stato d’animo e le emozioni possono cambiare il nostro modo di mangiare, in eccesso o difetto"

LUGANO – Questa è solo in apparenza un'intervista sull'obesità. Se avrete la pazienza di seguire fino in fondo questa conversazione con la dottoressa Claudia Fragiacomo, infatti, scoprirete come ha fatto il cronista che ragionare su questa patologia, e sulle diverse cure per affrontarla, significa anche parlare di economia, di società e di cultura. 

Di modelli sociali, di soldi e di pubblicità. Di mutamenti, magari impercettibili, che generano grandi conseguenze poiché molti elementi sono strettamente connessi fra loro, anche se non lo notiamo. 

La dottoressa Fragiacomo è uno dei pilastri del nuovo Centro contro l'obesità della Clinica Luganese. Si occupa delle cure non invasive, cioè non chirurgiche, per contrastare la malattia. "Il mio lavoro – ci spiega - consiste fondamentalmente nell'accompagnare i pazienti verso delle abitudini alimentari sane. Questo metofo consente di prevenire e curare molteplici patologie. Il percorso con il paziente comincia valutando proprio le sue abitudini e le sue tradizioni e si cerca passo dopo passo di correggere i suoi pasti, di modificare il comportamento alimentare per acquisire abitudini corrette  e mangiare in modo equilibrato e piacevole. In questo senso ritengo sia un po' da sfatare il mito della dieta rigida. Mito che purtroppo è largamente inculcato nella teste delle persone. Dico purtroppo perché molto spesso le persone perdono molto peso in poco tempo, lo recuperano altrettanto velocemente con alcuni chili in piu’, sconfinando poi nella grande obesità. Quindi si trovano in una situazione peggiore da quella da cui erano partiti, con danni metabolici e psicologici". 

Perché il mito della dieta rigida è così inculcato nella testa delle persone?
"La mia convinzione personale, basata su un'esperienza trentennale, è che molto dipenda da tutte quelle pubblicità che veicolano slogan come "perdi 10 kg in 10 giorni". Questo marketing ha fatto passare l'idea che più una dieta è penalizzante, più si ottengono risultati. Il risultato, come dicevo prima, è assai pericoloso. Anche perché, a livello psicologico, si fa passare il messaggio che se io sono obeso vuol dire che valgo meno e dunque è giusto punirmi con delle regole rigide. Di conseguenza più una dieta è punitiva, meglio è. Ma non è affatto così.  Non  dimentichiamo che si è sviluppato un mercato di diete e prodotti miracolosi per dimagrire, che trascura la salute dell’individuo".

Il suo metodo invece va nella direzione opposta. 
"Io credo che un'alimentazione sana sia innanzitutto un'attitudine che si forma nel tempo attraverso la conoscenza. Di proibito non c'è nulla, basta sapere quando mangiarlo e in quale quantità. Preferisco definirla un’educazione alimentare finalizzata alla prevenzione e alla terapia che dieta. Non serve a niente, per fare un esempio, rinunciare al pranzo o al cenone di Natale una volta all'anno, o magari mettermi in un angolo del tavolo e mangiare un'insalatina scondita mentre gli altri mangiano normalmente. Per una buona cura bisogna partire dalle abitudini del paziente, che deve mangiare quello che mangiano gli altri, anche se in quantità limitate. Penso anche alle famiglie. È inutile cibarsi di salmone, magari a caro prezzo, quando tua moglie e i tuoi figli mangiano i bastoncini Findus. Il primo scalino è conoscere il cibo, scegliere quanto si mangia e quando è meglio mangiarlo. Poi, naturalmente, serve una grande motivazione e una grande condivisione del percorso di cura. Quando ci sono questi due presupposti molto spesso le diete vanno a buon fine. In caso contrario, il paziente continuerà ad aprire il frigo rimandando a domani la soluzione dei suoi problemi".   

L'ansia di vedere i risultati, però, inevitabilmente resta sullo sfondo. E i risultati aiutano le motivazioni, anche perché chi soffre di obesità, a livello sociale e psicologico, si trova ad affrontare delle grandi difficoltà.  
"Indubbiamente a livello sociale il grande obeso convive con situazioni assai difficili. Perché spesso e volentieri viene considerato una persona meno capace, meno bella, meno tutto. Ma non è vero. Se io peso 140 chili e il mio sogno è riparare macchine, posso scordamelo: devo cambiare il mio futuro. Ho visto pazienti letteralmente rinascere dopo aver perso peso. Ma bisogna essere obbiettivi: ogni caso fa storia a sé e ci sono pazienti per cui la dieta non è la soluzione ideale. Ho conosciuto grandi obesi che hanno provato di tutto e non sono riusciti a dimagrire. Dopo ogni dieta hanno ripreso peso. Se devo perdere 60 kg è difficile farlo seguendo una dieta, se non cambio per sempre le mie abitudini. Si possono ottenere buoni risultati ma è complicato mantenerli nel tempo. Consideri poi che non abbiamo a disposizione farmaci efficaci. Di conseguenza, per ottener una grande perdita di peso, bisogna arrivare all'intervento. Ma per arrivarci serve anche una valutazione nutrizionale scrupolosa". 

Ci spieghi meglio.
"Il paziente va preparato molto bene dal profilo nutrizionale, in modo tale da arrivare all'intervento con quella consapevolezza e quel grado di conoscenza indispensabile ad affrontare il “futuro”. E proprio nel post operatorio è necessario farsi seguire per molto tempo. Una volta la società svizzera dell'obesità imponeva controlli per i 3 anni successivi all'intervento. Adesso il paziente s’impegna a farsi seguire per 5 anni dopo l’operazione. Questo è un vantaggio perché è stata riscontrata una tendenza del paziente a recuperare il peso dopo i 3 anni". 

Torniamo all'ansia dei risultati. Lei cosa risponde ai pazienti che mostrano impazienza quando salgono sulla bilancia mentre stanno affrontando una dieta?
"La prima cosa che dico è che quando uno vuole perdere tanto peso non basta una dieta, ma deve associare anche un'attività fisica. Secondariamente mi concentro sullo stile di vita. Domando: con la precedente dieta, più rigida di quella attuale, come stava? Come erano le sue relazioni sociali? Andava ancora con gli amici a cena o a bere l'aperitivo? Questo per dire che non si può ridurre tutto al numero dei chili. Ma anche se dovessimo concentrarci su questo aspetto, rispondo che due chili al mese magari sembrano pochi, ma sull'arco dell'anno sono 24 chili in meno… E attraverso un'alimentazione sana e consapevole il paziente avrà molte più probabilità di mantenere il peso raggiunto, anziché attraverso una dieta rigida. Ma tutto questo è possibile soltanto attraverso un forte rapporto di fiducia tra il medico e il paziente e un continuo sostegno ed accompagnamento nel percorso di cura". 

Come ha visto, dal profilo sociale, mutare la consapevolezza dell'obesità negli anni? 
"Secondo me rispetto a 10 anni fa è aumentato il numero delle persone che chiedono aiuto. Purtroppo però molte persone che erano in sovrappeso ieri, oggi sono obesi. Ma quel che più mi preoccupa se guardo al presente è il numero di ragazzini in sovrappeso o obesi. In passato mi capitava raramente di visitare ragazzini di 15 anni con un peso di 140 chili, oggi si osserva un aumento dell’obesità nei bambini. E un bambino obeso quasi certamente sarà un adulto obeso". 

Perché questo è accaduto?
"Secondo me la crisi del modello famigliare, o comunque le difficoltà di rapporti all'interno delle famiglia, ha inciso parecchio. Se un bambino sta tutto il giorno davanti alla televisione sarà portato a mangiarsi il pacchetto di biscotti. E poi c'è il discorso dei costi. Oggigiorno costa meno mangiarsi 2 piatti di pasta piuttosto che la verdura. Sono tanti e diversi i fattori socio-economici che incidono. Non dimentichiamo che la nostra alimentazione è influenzata dal nostro stato d’animo e che le emozioni possono cambiare il nostro modo di mangiare, in eccesso o difetto.

Come vi si può far fronte?
"Prima di tutto pensando che l'alimentazione rispecchia tutti noi. La nostra mente, le nostre tradizioni, la nostra cultura. È più che vita. Se si fa questa semplice constatazione è facile capire come occuparsi della propria alimentazione sia qualcosa di fondamentale, che non può essere gestita con una dieta delle banane…".

RED

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