ANALISI
I miti dell'Expo, le inchieste e le ragioni degli eretici che dicono di "no" alla presenza del Ticino
L'ANALISI - Mentre si raccolgono le firme per il referendum contro il credito di 3 milioni e mezzo di franchi per la presenza del nostro Cantone ad Expo, le indagini travolgono l'evento, i progetti ticinesi sfumano e nazioni importanti si chiamano fuori

di Andrea Leoni

Il dibattito democratico non dovrebbe conoscere l'eresia. E invece come degli eretici, e chi scrive con gusto, si sono sentiti gli oppositori al credito per la partecipazione del Ticino all'esposizione universale di Milano. Quelli che pensano che sia cosa buona e giusta investire 3 milioni e mezzo di franchi nell'operazione Expo 2015, e vanno rispettati per la loro posizione, hanno costruito una roboante benché fragile propaganda fondata su un dogma: il Ticino non può non presenziare come stabilito e investire questi soldi. E chi la pensa diversamente nella migliore delle ipotesi è un provincialotto e nella peggiore uno zoticone di paese. In entrambi i casi, una sorta di jhiadista pronto ad attentare allo sviluppo economico e turistico del Ticino e alle sue relazioni internazionali. Un branco di mullah che vorrebbero riportare il Cantone alla pastorizia, o all'oscurantismo medievale, fucilando straordinarie opportunità di crescita. C'è voluto l'intervento di un insospettabile di provincialismo come Rudy Chiappini, peraltro grande conoscitore della realtà milanese, per battezzare i teorici dell'eresia spiegando che anche le persone di buon senso, che non odiano né l'Italia, né Milano, né il Mondo, né la cultura, possono avere delle buone ragioni per dire "no" a questo progetto e a questa spesa.  

Il pasticcio ticinese

Da quando la maggioranza del Gran Consiglio ha approvato il credito, con un approccio questa volta sì da guerra santa, non volendo neppure discutere la possibilità di dimagrire la spesa, come proposto dal gruppo parlamentare della Lega con il sostegno di UDC e una parte dei Verdi, salvo poi, una volta lanciato il referendum, ipotizzare spericolate exit strategy che andavano proprio in quella direzione; ebbene da quando il Parlamento ha dato luce verde e i leghisti hanno lanciato la raccolta firme sono emersi dei fatti rilevanti. 

Innanzitutto i quattro progetti ticinesi, selezionati da una giuria di professori, professionisti e politici, sono andati a ramengo. La Via d'Acqua (in barca da Locarno-Milano) e "Andiamo in bici all'Expo" perché sul versante italiano le infrastrutture non saranno realizzate, il Trenhotel di Chiasso si appresta ad essere sottoposto al voto nel clima avvrerso che sappiamo, mentre il progetto "Bello come il pane" è stato ritirato dal comune di Lugano perché "bello ma troppo costoso". A proposito di Lugano va elogiato il Municipio che sta portando avanti proposte finanziariamente ragionevoli con una parola d'ordine chiave: ogni franco lo spendiamo qui. Così facendo la Città ha potuto permettersi di dire che del credito cantonale possono farne a meno. E se al sindaco Marco Borradori riuscirà davvero il colpaccio di ospitare in Città la delegazione cinese, o quei cinque o sei paesi che Lugano sta corteggiando dal Sud America, passando per l'area del Golfo fino all'Asia, beh, sarà la dimostrazione che Expo può essere davvero una grande occasione per il Ticino, da realizzare sul nostro territorio, però. Significherebbe soprattutto che esiste un altro modo di progettare e realizzare il nostro ruolo e di investire i nostri soldi qui per creare un indotto diretto.  

Ma tornando al resto del messaggio governativo approvato dal Gran Consiglio, ad esser buoni un vero e proprio pasticcio, esso prevede lo stanziamento di 400'000 franchi a favore di Ticino Turismo (che già riceve carrettate di milioni nei crediti quadro), altri 600'000 franchi di costi di gestione amministrativa e marketing, e 1 milione e mezzo per la, citiamo dal messaggio, "quota parte per la partecipazione come “presenting partner” all’interno del Padiglione Svizzero; costi di progettazione, realizzazione, allestimento, gestione del  Padiglione comune ai Cantoni Partner San  Gottardo; attività e eventi intercantonali o  cantonali a Milano durante Expo; attività di promozione cantonale durante il Roadshow 2014".

Il Padiglione, l'ultimo Mito

Il Padiglione è l'ultimo Mito, dunque per dicitura stessa non sacrificabile, che resta in piedi da parte dei favorevoli all'Expo. Toglieteci tutto ma non la presenza al Padiglione. È francamente difficile stabilire a priori se una nostra presenza a "casa Svizzera" a Milano possa portare qualche ritorno concreto rispetto all'investimento. Vi sono esperti che se ne dicono convinti e altri che, come i primi hanno visionato il progetto, che sono alquanto scettici sulla reale utilità di questa presenza. A quel prezzo, ben inteso. Anche in questo caso bisognerebbe approfondire. Quel che sappiamo è che la Svizzera è stato il primo Paese ad aderire alla manifestazione: la Confederazione, per allestire il Padiglione, ha stanziato 23 milioni di franchi. In questo budget è compresa anche la spesa del Canton Ticino. Sul sito ufficiale del Padiglione si segnala che, tra pubblico e privato, la divisione non è specificata, la Svizzera investe ben 40 milioni di franchi in Expo.      

I Paesi che non vanno a Expo
 
Un interessante articolo del Fatto Quotidiano ha tracciato il bilancio sulla partecipazione delle nazioni europee: "Tutta l’Europa del Nord (Svezia, Norvegia, Finlandia, Olanda, Danimarca, e Islanda), il Portogallo e mezzo Commonwealth (Australia, Canada e Sudafrica ) si sono chiamati fuori, almeno per il momento. In tutto sono almeno 11. La Svezia ha già ufficializzato la propria rinuncia: il governo ha spiegato che nessun privato era interessato a coprire gli 11 milioni di euro previsti per lo stand milanese. Gli Stati Uniti, dopo una lunga melina, hanno fatto sapere che ci saranno (anche se il contratto ancora non è stato firmato), ma il padiglione è stato ridotto del 25 per cento rispetto alle intenzioni iniziali (da 4 mila a 3 mila metri quadrati). La Camera di commercio americana da mesi sta cercando sponsor privati, ma ancora non è riuscita a trovare i 30 milioni previsti per il sobrio stand a stelle e strisce. Per questo è arrivata a chiedere un contributo alle imprese italiane con interessi oltreoceano, come Eni e Fin-meccanica. Mentre i Paesi asiatici (Cina ed Emirati Arabi in testa) stanno allestendo padiglioni faraonici, quasi tutto l’Occidente non sembra credere ai ritorni economici di Expo e i tempi si allungano anche per trovare i soldi necessari a finanziare padiglioni da poche decine di milioni di euro".

Altre certezze

Naturalmente non possiamo sapere ora se l'Expo avrà successo o meno. I precedenti di questa manifestazioni raccontano di grandi exploit e di flop altrettanto clamorosi. Quello che però sappiamo è che, come vi sono rispettabili nazioni che vi partecipano ve ne sono altre, in egual modo rispettabili, che non lo faranno. Un'altra certezza di una certa importanza per quanto riguarda il Ticino è che, come dichiarato dal direttore della Camera di Commercio, praticamente nessuna azienda ticinese contribuirà a costruire l'Expo. Così come siamo certi, purtroppo, che la delegazione svizzera, dando ulteriore prova della consueta sensibilità federalista, alloggerà a Cernobio e non in Ticino. 

La cupola

L'ultima cosa che sappiamo, da quando il Gran Consiglio ha approvato il credito, ci è stata comunicata ieri dalla procura di Milano. Un dei principali manager dell'Expo è finito in gattabuia, insieme ad altri, nell'ambito di un'inchiesta che porta in dote mazzette, relazioni mafiose, appalti truccati, e tutto il rosario di accuse che emergono solitamente in queste vicende. C'è chi parla addirittura di nuova Tangentopoli e chi, come gli inquirenti, ha descritto l'organizzazione del malaffare rispolverando il sempreverde termine "cupola". Nei prossimi giorni emergeranno nuovi dettagli che preciseranno i fatti: sembra che alcuni Padiglioni possano essere toccati dallo scandalo e anche il progetto Via d'Acqua. Purtroppo, questa vicenda giudiziaria, è solo l'ultima scossa tellurica esplosa sotto l'Expo. Negli scorsi mesi vi sono stati altri arresti, dimissioni, vicende poco nobili. Forse anche per questo alcuni Paesi si sono tenuti alla larga. E su questo dovrebbero riflettere anche i ticinesi: chiedersi se investire i loro soldi, e semmai quanti e come, in questa manifestazione. Al netto del fatto che la Svizzera, in ogni caso, parteciperà.

Chi dice "no"

È più che probabile che i ticinesi avranno l'occasione di esprimersi. Il referendum marcia a buon ritmo. Vi è infine una curiosità politica sull'opposizione a Expo. In Italia sono soprattutto i movimenti di sinistra, anarchici, alternativi e ambientalisti, o con quella radice, a contrastare la manifestazione. In prima fila il Movimento cinque stelle di Beppe Grillo ma anche un gruppo di studenti ha recentemente organizzato proprio a Milano i "no expo day" e un gruppo di semplici cittadini si organizzato nel gruppo "No canal" conducendo una battaglia civile contro "La via d'Acqua" (sì, proprio quella). Alcune ragioni sono profondamente diverse ma altre sono simili se non identiche. In Ticino, invece, a lanciare il referendum, con una corretta intuizione politica, è stato Boris Bignasca. La Lega, dopo qualche trambusto interno, si è compattata dietro la raccolta firme perché ormai tutti si sono resi conto che questa battaglia è mediaticamente formidabile, oltre ad essere largamente condivisa dalla base. Accanto ai leghisti ci sono l'UDC e con ogni probabilità ci saranno i Verdi: Sergio Savoia è già in prima linea. Non ci sarà da stupirsi se a poco a poco la compagnia si arricchirà di esponenti politici di altre aree. Magari a cominciare da quelli più a sinistra che potrebbero seguire le orme dei compagni italiani.

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