L'ANALISI - Alcune riflessioni sulla "pirateria stradale" e sulle varie "persecuzioni" alla luce di due recenti sentenze. La repressione serve, ma va dosata. E vanno incentivati i "controlli amici"

di Marco Bazzi
Sul Corriere del Ticino di ieri il collega Fabio Pontiggia commentava due condanne per reati contro la legge sulla circolazione stradale. E parlava, giustamente, di iniquità. Due condanne concomitanti, due sentenze emesse nei giorni scorsi in Ticino dallo stesso giudice, che ovviamente si è trovato ad applicare la legge.
Ecco i due casi giudicati alle Assise correzionali: un motociclista, beccato 125 chilometri all’ora sula strada della Piodella a Muzzano, dove vige il limite è 50, e che aveva sorpassato un’auto varcando la doppia linea di sicurezza ma senza causare incidenti, è stato condannato a 16 mesi di reclusione sospesi per due anni; un’automobilista, che viaggiava a circa 60 chilometri orari su una strada industriale a Castione e ha involontariamente travolto e ucciso un dodicenne, è stata condannata a una pena pecuniaria di 240 aliquote da 150 franchi l’una, sospesa condizionalmente per un periodo di prova pure di due anni.
Il confronto tra le due pene è impietoso. E grida vendetta al cielo.
Ma il problema sta a nostro parere in due fattori: nei continui inasprimenti del codice penale che hanno portato alla criminalizzazione degli automobilisti (e dei motociclisti) e nell’imbecillità di parecchi utenti della strada. È chiaro che se non ci fossero in giro i “pirati della strada” non si sarebbe giunti a varare una legge contro la pirateria stradale. Ma è anche chiaro che al legislatore è scivolata la frizione. Pirata stradale è considerato oggi non solo chi mette concretamente in pericolo la vita altrui, ma anche chi lo fa teoricamente, sfrecciando per esempio a 125 all’ora dove il limite è 50. Mentre chi con il suo veicolo uccide una persona, in certe condizioni, è punito con pene molto meno severe. In questo quadro si inserisce il discorso sulla “persecuzione” degli automobilisti: radar fissi, controlli mobili da parte della Polizia stradale (e soprattutto delle polizie comunali), blocchi per verificare il tasso di alcolemia dei conducenti…
Certo, questo tipo di operazioni e di strumenti contribuiscano a renderci più attenti e prudenti quando ci mettiamo al volante. Ma non devono diventare forme di persecuzione sistematiche. C’è un’altra riflessione da fare: in Ticino il numero dei veicoli che circolano ogni giorno è cresciuto a dismisura: più camion ma soprattutto più auto (e qui l’aumento dei frontalieri si percepisce concretamente). Ci troviamo anche confrontati con gente che ha un’educazione stradale totalmente insufficiente.
Però le sanzioni contro chi viola le norme della circolazione dovrebbero essere applicate con maggiore elasticità e non con il rigore della legge del pugno di ferro. Le istituzioni preposte a punire devono anche considerare, per esempio, che, per molte persone, perdere la patente per un superamento del limite di velocità può significare perdere il posto di lavoro. Invece, all’Ufficio di circolazione si applicano le tabelle: andavi a tot, via patente. Per un mese, sei o un anno. Nel senso, un sistema tipo la “patente a punti” (come fu fatto qualche anno fa in Italia) avrebbe molto più senso. Una sorta di “avvertimento”. Sai che da adesso in poi, se ti becchiamo ancora…
Insomma, più ragionevolezza e meno intransigenza. Più radar “amici”, che comunque a nostro parere servono, e meno imboscate. E soprattutto più controlli (e più elementi di moderazione del traffico!) nei centri abitati e nei quartieri residenziali, dove il rischio di travolgere i pedoni, gli utenti più indifesi della strada, è molto alto. Ma non sempre con radar, paletta e sanzione. La polizia dovrebbe impegnarsi di più in una politica educativa e far capire agli automobilisti che superano i limiti o che commettono infrazioni i pericoli che causano.
Il mondo politico, federale e cantonale, dovrebbe riflettere... Perchè la gente si sta incazzando. Anche quella che non ha perso la patente.