ANALISI
I candidati, le spese dichiarate, i costi veri e l'inutile legge sulla trasparenza. Non facciamo i conti in tasca ma evitiamo finanziamenti occulti
il problema non è quanto un candidato spende ma le eventuali donazioni che riceve

di Marco Bazzi

Sia chiaro: ognuno può spendere come crede i propri soldi, finché non varca il limite dell’insulto alla povertà. Che però è solo un limite morale, e come tale molto labile.
Però, come non andiamo a fare i conti in tasca a chi compra un appartamento di lusso o una Ferrari (ci limitiamo al massimo a dire in certi casi: ma quello mica piangeva miseria? Dove li avrà presi tutti quei soldi?), così non dovremmo farli nemmeno a chi spende molto per la propria campagna elettorale. Basta che i soldi siano suoi.
In caso contrario dovrebbe dichiararlo in nome della trasparenza, per evitare che la democrazia venga inquinata più di quanto lo è già. In modo occulto, per di più, introducendo in politica elementi di ambiguità.

Quando costa una campagna

Ieri il Caffè ha pubblicato le somme che i trenta candidati al Consiglio di Stato dichiarano di aver speso per questa campagna. In totale, esclusi i fondi stanziati dai partiti, che sfiorano il milione, siamo a circa 550'000 franchi. Una somma sottostimata? Forse la domanda da porre era: quanto è costata la sua campagna?

Senza dubbio c’è chi ha dichiarato al ribasso. Facciamo due conti: una pagina a colori sui tre quotidiani costa da tariffa 16'000 franchi a uscita; mezza pagina poco meno di 10'000 franchi. Poi ci sono gli sconti, ma insomma, le cifre sono quelle.
I manifesti costano tra i 400 e i 600 franchi a posizione per un mese, quindi il costo varia dal numero di posizioni (10 manifesti 4/6'000 franchi, 20, 8/12'000, 30 posizioni 12/18'000, eccetera) e dalla collocazione delle stesse (zona urbana o extra urbana). Una campagna efficace non può dunque costare meno di 15/20'000 franchi.
Poi ci sono i banner, le pagine sulle riviste, i costi dell’agenzia che coordina la campagna, le fotografie, gli aperitivi, i gadget, i santini, i flyer…

Cosa dice la legge

Ma il problema non è quanto un candidato spende. Il problema, l’unico problema, sono le eventuali donazioni che riceve. Infatti, la legge sull’esercizio dei diritti politici regolamenta soltanto questo aspetto: non impone ai candidati un tetto di spesa e nemmeno di dichiarare quanto hanno investito. E sia chiaro che la legge non vale solo per chi aspira al Governo ma anche per i candidati al Gran Consiglio.

Le condizioni sono stabilite dagli articoli 114 e 115. Il primo recita: “I partiti e i movimenti politici comunicano annualmente alla Cancelleria dello Stato l’ammontare dei finanziamenti che eccedono la somma di franchi 10’000 annua e l’identità dei donatori”.

La sanzione è: “Il partito o il movimento politico che contravviene all’obbligo di cui viene privato in tutto o in parte del contributo previsto dal decreto sul finanziamento dei gruppi parlamentari con decisione del Consiglio di Stato”.

L’articolo 115 è ancora più perentorio: “Entro il termine di trenta giorni antecedente la data dell’elezione ogni candidato alle elezioni cantonali deve comunicare alla Cancelleria dello Stato l’ammontare dei finanziamenti che eccedono la somma di franchi 5’000 e l’identità dei donatori. Chi contravviene all’obbligo è punibile con una multa fino a franchi 7'000 inflitta dal Consiglio di Stato”.

In entrambi i casi, la legge stabilisce che “la Cancelleria dello Stato provvede a pubblicare immediatamente i dati nel Foglio ufficiale”.

Di comunicazioni del genere, nei trenta e successivi giorni precedenti le elezioni del 19 aprile non se ne sono visti. Anche perché, probabilmente, quegli articoli rientrano nel classico detto “fatta la legge fatto l’inganno”.
Nemmeno in passato, a meno che siamo stati distratti, abbiamo visto il Foglio ufficiale intasato da dichiarazioni di regalie e donazioni. Che invece, probabilmente, ci sono state.
Possiamo quindi affermare che quegli articoli di legge, voluti in nome della trasparenza, sono rimasti lettera morta, e che sono una classica foglia di fico.

Se la legge non ha trovato applicazione è sostanzialmente per due motivi.
Anzitutto, si tratta di autocertificazioni. Un candidato può quindi, non dichiarando eventuali donazioni superiori ai 5'000 franchi, autocertificare implicitamente di non averne ricevute. E chi gli andrà a fare i conti in tasca?
In secondo luogo, basta fare in modo che le eventuali donazioni non superino la somma stabilita dalla legge: 4'999 franchi qui, 4'999 là, e via di questo passo. È lo stratagemma utilizzato normalmente per certi mandati diretti (facciamo due tranche così saltiamo l’obbligo del concorso), o nel caso della tanto esecrata esenzione dall’IVA sotto i 10'000 franchi per i padroncini: due fatture da 9'999 franchi e siamo a posto…

A voler far bene le cose, nella legge si sarebbe dovuto scrivere: “Ogni candidato alle elezioni cantonali deve comunicare alla Cancelleria dello Stato l’ammontare dei finanziamenti che, complessivamente, eccedono la somma di franchi 5’000 e l’identità dei donatori”.

Non c’è nulla di che vergognarsi o da nascondere se, per simpatia o per affinità di pensiero, un candidato al Governo o al Parlamento riceve un sostegno finanziario da terze persone. Basta che si sappia, se si vuole davvero la trasparenza. Perché si tratta di un mandato pubblico: chi viene eletto a qualunque carica dovrà fare gli interessi dei cittadini, conciliandoli con i valori e i principi del suo partito, e non di qualche finanziatore occulto. Di occulto, in politica, non ci dovrebbe essere nulla, o il meno possibile.

 

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