ANALISI
Il Covid 19 e la scuola come ultimo baluardo da difendere
Piaccia o non piaccia esiste una classifica delle attività sacrificabili. Giusto difendere l'istruzione in presenza, ma per scelta politica non per la balla che nelle aule non ci si contagia

di Andrea Leoni

Le cose vanno meglio ed è una buona notizia. I contagi calano e gli ospedali, un giorno dopo l’altro, si svuotano sia nei reparti che nelle cure intensive, dando finalmente un po’ di respiro al personale sanitario e, di riflesso, migliorando la cura dei nuovi pazienti.

Le misure restrittive imposte dalla Confederazione, contro lo scetticismo di alcuni governi cantonali, tra i quali il nostro, così come il lockdown “naturale” della prima settimana di gennaio, stanno portando frutti. È un po’ la scoperta dell’acqua calda, ma i sacrifici dettati dal confinamento,  pagano dal profilo sanitario in Svizzera come ovunque.

Questo significativo calo delle infezioni, favorisce anche la campagna di vaccinazione, che è l’altra buona notizia di questo inizio 2021 ammantato di tristezza. Meno virus circola e più si potrà vaccinare con efficienza, soprattutto diminuendo il rischio di nuove mutazioni che potrebbero ridurre l’efficacia del siero. Nel frattempo ci stiamo lasciando alle spalle anche il Generale Gennaio, quello che dovrebbe essere il più arcigno degli avversari invernali. Sono tutti fattori che alimentano il fuocherello dell’ottimismo, al quale dobbiamo continuare a guardare con fondata fiducia e speranza.

D’altro canto siamo ancora nel pieno della pandemia, ed occorre esserne ben consapevoli. È ancora lunga, è ancora dura. La variante inglese è un Babau con il quale confrontarsi con rispetto e serietà. Stavolta, davvero, è vietato sbagliare. Scelte azzardate potrebbero riportarci in un amen nell’emergenza, senza però più avere le forze per fronteggiarla, o addirittura ai piedi della scala. Sarebbe imperdonabile, oltre che una mazzata quasi definitiva per la tenuta della coesione sociale.

Nelle ultime settimane è tornato alla ribalta il tema delle chiusure delle scuole. Se da una parte è stata smascherata una balla che ci raccontiamo da mesi - la scuola non è luogo di contagio - dall’altra, questo bagno di realtà, ha posto la questione nei termini corretti, benché spiacevoli. Esiste una classifica delle attività sacrificabili e l’istituzione scolastica rappresenta l’ultimo baluardo da difendere, al pari delle attività produttive.  

Una classifica che abbiamo sotto il naso e che, grosso modo, si ripropone in tutta Europa, attraverso un lockdown sociale e commerciale, più o meno stringente (in Svizzera è tra i meno severi). Le prime attività sacrificabili sono state le discoteche, poi gli eventi e la cultura, quindi i bar, i ristoranti e i centri sportivi e ricreativi, ora i negozi non essenziali.

La chiusura delle scuole, come detto, con tutti gli annessi e i connessi con il trasporto pubblico (punto quest’ultimo dove siamo stati gravemente deficitari), resta l’extrema ratio per le autorità cantonali e federali. Siamo d’accordo con questa scelta politica che scavalca i criteri sanitari. Con metà anno scolastico ancora davanti, il diritto all’istruzione in presenza deve essere salvaguardato con le unghie e con i denti, fino all’ultimo giorno possibile. Questo in particolare per le scuole dell’obbligo, mentre che per le superiori si potrebbe essere un po’ più flessibili di quanto avvenuto finora, facendo maggiormente capo all’insegnamento online.

Le scuole sono sostanzialmente riprese dall’11 gennaio e presto, vista la concomitanza con le altre misure restrittive, ci renderemo conto dell’impatto sull’evoluzione epidemiologica della loro attività a pieno regime, con riferimento anche alla variante inglese. Qualche accorgimento prudenziale più stringente nell’organizzazione e nella pianificazione scolastica, non guasterebbe affatto. Gli stessi provvedimenti che non sono stati presi a settembre, dove l’euforia di un’estate serena, aveva colpevolmente fatto riprendere tutte le attività come se il virus fosse scomparso. Quanto abbiamo pagato cara questa ingenuità, lo dicono gli oltre 900 morti certificati ad oggi in Ticino.

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