SECONDO ME - Il Consigliere Nazionale PLR: "Questa iniziativa rimette in discussione due aspetti centrali del sistema elvetico: il federalismo e la concorrenza fiscale. Presenta inoltre un certo numero di inspiegabili incongruenze"

di Giovanni Merlini*
Ci risiamo. Con la sua iniziativa popolare dal titolo accattivante («Tassare le eredità milionarie per finanziare la nostra AVS») la sinistra chiede di introdurre un’imposta federale, con aliquota unica del 20%, sulle successioni superiori ai 2 mio. di fr. e sulle donazioni superiori ai 20'000.- fr. La nuova imposta federale sostituirebbe le imposte di donazione e successione dei Cantoni, ai quali sarebbe devoluto un terzo del gettito ricavato dalla Confederazione, mentre gli altri due terzi andrebbero a beneficio del fondo di compensazione dell’AVS. Esempio da manuale di demagogia di sinistra, questa iniziativa rimette in discussione due aspetti centrali del sistema elvetico: il federalismo e la concorrenza fiscale. Presenta inoltre un certo numero di inspiegabili incongruenze.
La sovranità fiscale dei Cantoni ha già subito negli ultimi decenni consistenti limitazioni, p.es. attraverso la Legge federale sull’armonizzazione delle imposte dirette. Non è opportuno assecondare questa tendenza verso una più spinta centralizzazione delle competenze legislative in materia fiscale nelle mani della Confederazione. L’autonomia dei Cantoni va salvaguardata. Questo tipo di imposta rientra da sempre nelle loro competenze, generando attualmente introiti di ca. un miliardo di franchi all’anno. Sta ai Cantoni decidere se mantenerla, abrogarla o reintrodurla e stabilirne le aliquote differenziate, a seconda che il beneficiario della successione sia un non parente, risp. in base al grado di parentela con il de cujus o con il donante.
Non vi è alcuna valida ragione per sottrarre ai Cantoni questa loro esclusiva competenza che li stimola a ricercare il miglior equilibrio possibile fra le esigenze della redistribuzione della ricchezza e quelle dell’attrattività fiscale. Gli effetti dell’iniziativa sarebbero iniqui: un erede (poco importa se parente o no del de cujus) che beneficiasse di una successione di 2 milioni non pagherebbe un solo franco di imposta, mentre tre fratelli che ricevessero dal loro padre ognuno un milione dovrebbero versare complessivamente alla Confederazione 200'000.- (20% di 1’000'000.-, importo che supera la franchigia: l’imposta è infatti dovuta sulla successione di 3 mio. e non sulle rispettive quote ereditarie).
Non si comprende poi per quale recondita ragione il coniuge del donatore o del de cujus sia esonerato dall’imposta, mentre non i suoi figli, quando oggi i discendenti diretti sono esenti dall’imposta, salvo nei Cantoni di AI, NE e VD. Proprio in questi tre Cantoni, per effetto della retroattività dell’iniziativa, gli stessi discendenti diretti subirebbero un’assurda doppia imposizione, perché all’imposta di successione verrebbero sommate anche tutte le eventuali donazioni - già oggetto dell’imposta cantonale - di cui avessero beneficiato dopo il 1.1.2012. Per non dire del dispendio amministrativo legato alla necessità di ricostruire le singole donazioni superiori ai 20'000.- in un arco di tempo troppo lungo. Inoltre farebbe stato il valore commerciale e non il valore di stima ufficiale per gli immobili, con la conseguenza di immaginabili liti a suon di perizie e controperizie. L’aliquota unica è inoltre ingiusta perché non differenzia tra discendenti diretti e indiretti, risp. tra parenti e non parenti.
Per le piccole e medie imprese il problema della successione si farebbe ancora più complicato: spesso, e non solo nel caso di aziende a conduzione familiare, l’intero patrimonio del titolare consiste nell’impresa stessa, in cui egli ha investito per rinnovarla e mantenerla competitiva. Gli eredi si ritroverebbero quindi, in molti casi, senza la liquidità sufficiente per far fronte all’onere dell’imposta federale di successione, il che minaccerebbe l’esistenza stessa dell’azienda e dei suoi posti di lavoro. La riduzione dell’imposizione, prevista se gli eredi o i donatari proseguano l’attività aziendale per almeno 10 anni, non è stata precisata e ciò accrescerebbe l’incertezza giuridica per chi fa impresa.
Infine il presunto contributo al consolidamento finanziario dell’AVS sarebbe poco più che irrisorio, coprendo nella migliore delle ipotesi il 5% dei contributi al fondo di compensazione, contributi che nel 2012 ammontavano a ca. 40 miliardi contro 38,8 miliardi di uscite. Per il finanziamento dell’AVS, il Consiglio federale ha già previsto altri strumenti contemplati dalla riforma della Previdenza per la vecchiaia 2020, che garantirà la salute del sistema perlomeno per i prossimi 15 anni. Dopodiché, occorrerà comunque applicare delle riforme strutturali ben più incisive della soluzione proposta dall’iniziativa, che anzi intricherebbe i flussi finanziari e fiscali tra Confederazione e Cantoni. Pertanto respingiamo questa ennesima iniziativa demagogica, evitando di farci del male.
*Consigliere Nazionale PLR