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22.03.2022 - 17:560

Le riflessioni di Paolo Ortelli: "Reclutamento femminile, e se fosse un falso problema?"

"Esercito in carenza di effettivi. Ma siamo sicuri che..."

*Di Paolo Ortelli

Quella che la scorsa estate sembrava essere più una provocazione formulata dal presidente della Società svizzera degli Ufficiali, sull’obbligo di leva per le donne, si sta tramutando seriemanete in una proposta operativa da parte del Dipartimento federale della difesa. Per carità siamo probabilmente ancora lontani da una decisione ultima, ma certo è che il dibattito sembra politicamente lanciato a livello federale.

Ed ecco come prevedibile che subito da un lato troviamo chi si appella alla parità tra uomo e donna, in una sorta di coerenza che ci dice come - se la parità di genere è rivendicata, allora perché non applicarla anche ai doveri militari. Mentre dall’altro, troviamo chi risponde come in questo paese per il momento - la parità dei diritti ci dimostra di avere quantomeno altre priorità, come ad esempio, quella del riconoscimento della parità salariale e di ruolo tra i generi.

Mai i conti tornano? A questa analisi numerica e/o di genere non sembra sfuggire qualcosa? Proviamo a riflettere. Siamo infatti di fronte ad una proposta che di fatto, ci sta raccontando del delicato momento del nostro esercito di milizia. Un esercito che da decenni sta tentando con grande fatica di reinventarsi, di riformularsi, cercando, paradossalmente ancora, di uscire dall’orgoglioso ideale del ridotto nazionale del periodo bellico, e che forse proprio in queste settimane potrà giustamente “beneficiare” (brutta parola me ne rendo conto) della tragedia umana e geopolitica del conflitto Russo Ucraino.

Un esercito che è senza dubbio alle prese con una carenza di effettivi, un esercito irrequieto quindi, poichè sempre più limitato nell’ immaginare visioni concrete per il suo futuro. Insomma, in un mondo che è cambiato e cambia, riformulandosi di decennio in decennio, praticamente tutti gli elementi che si costituivano come collante corroborante sociale del cittadino soldato, ahinoi, si sono via via ed irrimediabilmente modificati.

Un cambiamento che in primis ha coinvolto l’economia. È lei, infatti che per prima, ha cominciato a considerare la carriera militare, non più come un solido alleato, in grado di consolidare il ruolo dei propri dipendenti, ma un ostacolo. Dal merito all’insofferenza potremmo sintetizzare. Aspetto a cui si è andato ad aggiungere l’invitabile ed indispensabile apertura politica verso la società del tempo, che si è tradotta nell’offerta per i nostri giovani di onorare il servizio anche con un impegno diversificato ma non meno nobile come quello del servizio civile.

Ma siamo sicuri che la soluzione a questo problema debba essere quella numerica coinvolgendo l’altra metà del cielo? Siamo sicuri che, nei comunque grandi sforzi di adattamento del nostro esercito degli ultimi decenni, tutto sia funzionato? Se penso, al mio lavoro di formatore in ambito professionale, mi rendo conto come sempre più determinante sia la capacità per un’istituzione che forma di creare un contesto per la costruzione di senso, per la crescita della condivisione e dell’appartenenza. Perché così come succede in una semplice azienda, l’efficacia della prestazione passa attraverso la conquistata del collaboratore. Perché, in assenza di tutto questo, non potrà che esserci la fuga con un’istituzione che dovrà rassegnarsi ad un passaparola che racconterà di un contesto in cui sarebbe meglio non finire.

Insomma, come svizzero che ama profondamente il suo esercito, e che crede ancora nel suo ruolo e nella sua funzione di collante sociale, credo sia veramente giunto il momento, di non più, o solo, appellarsi alla politica perchè risolvi “banalmente” i propri problemi di contingente. Ma è tempo di trovare risorse e coraggio anche al proprio interno per buttarsi anima e corpo nell’affrontare gli aspetti qualitativi del servizio rendendolo più interessante ed in grado di accompagnare veramente “la nostra migliore gioventù” verso lo studio, facilitandolo, o verso le professioni, come suo alleato. Non saranno certo infatti i numeri, declinati al femminile, che consentiranno di affrontare vincendola, la grande sfida di riformulare una didattica ed una pedagogia militare in grado di trovare la giusta sintesi nella contemporaneità. Perché io non ho dubbi che solo così, ad esercizio riuscito, torneremo a parlare orgogliosamente di solide presenze e non più solo di assenze o fughe.

*Deputato in Gran Consiglio

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