"Il teppista diventa un sintomo, il sasso un grido di dolore, la molotov una richiesta d’ascolto. E le altre vittime?..."

di Sergio Savoia (dal profilo Facebook)
Qualche giorno fa ho pubblicato una frase semplice: se dopo la tua condanna della violenza la frase continua con un “però”, sei complice della violenza.
Apriti cielo. Sono arrivate decine di commenti di devoti praticanti del “però”.
Grazie. Proprio quei commenti dimostrano la mia tesi come meglio non avrei saputo fare.
Quindi, ribadisco il concetto.
Il “però” non è una sfumatura, è una porta di servizio dalla quale entra la giustificazione della violenza. “Però c’è il disagio. Però le periferie sono abbandonate. Però la scuola cade a pezzi. Però la polizia. Però il sistema. Però il costo della vita. Però il clima…”. Cose anche vere o perlomeno legittime ma nessuna che autorizzi a incendiare un’auto, sfasciare una vetrina o cospargere di benzina un preside, come è successo a Marsiglia.
Niente che giustifichi gli slogan nichilisti del tipo “state attenti siamo tutti delinquenti, se ci va bruciamo la città”. I saccheggi, i pavé tirati ai poliziotti a Milano, altrove, perfino in Svizzera dove si protesta per le scuole come fanno in Francia, dove se avessero le scuole che abbiamo in Svizzera farebbero la “ola”.
In questi anni ho notato una cosa: il “però” non è neutro, ha un orientamento politico. Quando i “casseurs” sono dalla parte sbagliata, la condanna arriva netta, senza appendici. Quando invece a bruciare sono i “nostri” ragazzi e a saccheggiare sono le vittime predilette, ecco che spunta la sociologia d’emergenza. Il teppista diventa un sintomo, il sasso un grido di dolore, la molotov una richiesta d’ascolto.
E le altre vittime? Quelle meno fotogeniche? Il commerciante che ha buttato vent’anni di risparmi in un negozio e il mattino dopo lo trova carbonizzato? L’agente con la testa aperta da un sampietrino? L’autista del bus, il bidello, la signora ottantenne che non esce più di casa? Per loro nessun “però”, al massimo un’alzata di spalle, danni collaterali della Storia. Vittime di serie B, perché non servono al Racconto.
È questo che mi indigna di più. Una parte politica che si proclama dalla parte dei deboli decide lei quali "deboli" meritino compassione, a seconda di quanto si prestano alla narrazione. Un umanitarismo a geometria variabile, una forma raffinata di classismo.
C’è poi un’ironia sulla quale i rivoluzionari del sabato pomeriggio farebbero bene a meditare: chi pensa che le vetrine rotte faranno “argine alla destra” non conosce la storia: dopo il Maggio ‘68, con le barricate nel Quartiere Latino e la Francia paralizzata, alle elezioni di giugno i francesi non andarono a sinistra. Consegnarono a De Gaulle una maggioranza schiacciante. La “piazza” voleva la rivoluzione, le urne scelsero il generale.
Quindi, oltre che moralmente sbagliata, la violenza è stupida e controproducente. Danneggia le persone, tradisce le cause e regala vittorie agli avversari che vuole combattere.
Io rifiuto la violenza come strumento politico: la rifiuto sempre e da qualunque parte arrivi, contro chiunque sia rivolta, per qualunque causa.
Capire le cause è doveroso. Giustificare gli effetti è complicità. La differenza sta tutta lì, in quella piccola congiunzione avversativa che tanti non riescono a trattenere.
Quindi lo ripeto: la violenza si condanna. Senza però. Punto.