Non ho mai trovato utile essere guardato dall’alto o dal basso. Chiedo solo che, quando si parla di noi, e di chiunque altro, ci si prenda la briga di capire di che cosa si sta parlando

di Sergio Savoia (da Facebook)
Se una comica in Italia può scrivere una “lettera alla Svizzera”, lasciatemi scrivere, in tutta modestia, una lettera affettuosa all’Italia.
Cara Italia,
ogni tanto qualcuno, in televisione, legge una letterina sulla Svizzera. È un genere collaudato. Funziona bene, fa ridere, scalda il pubblico. E capisco: la Svizzera è un bersaglio comodo. Precisa, ordinata, un po’ rigida. La cugina troppo perfettina su cui è facile fare satira un tanto al chilo, con il pubblico che ride a comando.
La Svizzera degli orologi a cucù — che sono tedeschi, tra l’altro — è una cartolina falsa quanto l’Italia dei “borghi meravigliosi” su Instagram.
La Svizzera vera è un Paese di quattro lingue ufficiali, ventisei cantoni — non tre — con culture profondamente diverse. È una delle democrazie più antiche e sofisticate del mondo. I suoi cittadini votano più volte l’anno su questioni concrete: non delegano, deliberano. Hanno costruito una convivenza tra popoli che avrebbero potuto distruggersi e che, invece, hanno scelto di costruire qualcosa insieme. Non è poco. Non è nemmeno ovvio, guardando come va il resto del continente.
È anche un Paese dove oltre il 30% della popolazione è straniera. E una parte consistente di questi stranieri, cara Italia, sono tuoi figli. Sono qui, lavorano, costruiscono, hanno preso anche la cittadinanza e votano nelle assemblee comunali, siedono nei consigli di quartiere, pagano le tasse, mandano i bambini a scuola. Uno di loro è diventato consigliere federale, presidente della Confederazione e ministro degli Esteri. I tuoi figli in Svizzera, cara Italia, non sono ospiti tollerati in un museo dell’efficienza elvetica. Sono parte viva di questo Paese. E sono a disagio nel sentire come si parla di questo Paese in certi squallidi show televisivi italiani.
Io sono nato qui, in un piccolo Paese bellissimo, molti anni fa, anch’io figlio di genitori immigrati. Ho lavorato per decenni alla Radiotelevisione svizzera. Ho scritto libri su questo Paese, sulla sua lingua, sulle sue particolarità. Ho fatto politica per molti anni. E posso dire, con la tranquillità di chi conosce la materia, che la Svizzera non somiglia alla caricatura che ogni tanto circola nei salotti televisivi italiani.
La neutralità svizzera non è apatia morale. È una scelta politica costruita in secoli, e in parte imposta da potenze straniere. È una filosofia politica profonda, con i suoi costi e le sue contraddizioni. La si può discutere, criticare, contestare. Ma bisogna sapere di che cosa si parla.
La Svizzera ha mancato su alcune cose? Probabilmente sì. Ogni Paese manca. Anche l’Italia, ogni tanto, manca: penso possiamo concordare anche su questo, o no? La differenza è che, quando si sbaglia qui, si risponde nelle sedi appropriate, con strumenti seri. Non con un applauso in studio.
Non chiedo ammirazione, cara Italia. Non ho mai trovato utile essere guardato dall’alto o dal basso. Chiedo solo che, quando si parla di noi, e di chiunque altro, ci si prenda la briga di capire di che cosa si sta parlando.
Perché la precisione non è una virtù svizzera.
È una virtù, e basta.
P.S. Cara Italia, so che non sei quella dei salotti tv o delle facili risate di comici in disarmo. Sei un Paese vicino, amico, grande. So distinguere. Sappiamo distinguere. Siamo “precisi” anche in questo.