"Il rischio è che la Svizzera conservi il prestigio della sede e del marchio, mentre una parte crescente delle competenze e delle opportunità occupazionali venga trasferita altrove"

di Giuseppe Cotti *
UBS rappresenta indubbiamente una realtà importante per la Svizzera. Contribuisce alla nostra economia, genera posti di lavoro qualificati, entrate fiscali e rafforza la presenza della piazza finanziaria elvetica sui mercati internazionali. Sono benefici concreti, che meritano di essere riconosciuti.
Proprio per questo, tuttavia, le recenti notizie pubblicate da Inside Paradeplatz sollevano interrogativi che dovrebbero interessare anche la politica.
Secondo il portale finanziario, UBS avrebbe avviato una nuova ondata di licenziamenti in Svizzera, che interesserebbe in particolare collaboratori ultracinquantenni, anche con importanti responsabilità dirigenziali. Parallelamente, la banca continuerebbe a rafforzare alcune attività tecnologiche e operative all'estero, in Paesi come l'India e la Polonia.
Naturalmente, una grande banca internazionale deve confrontarsi con la concorrenza globale, l'evoluzione tecnologica e la necessità di contenere i costi. Sarebbe ingenuo ignorarlo, così come pretendere che ogni attività debba necessariamente essere svolta in Svizzera.
Ma fino a che punto possiamo considerare fisiologico il trasferimento all'estero di attività, competenze e posti di lavoro? E quali conseguenze potrebbe avere, nel lungo periodo, per la nostra economia?
La Svizzera rappresenta un valore aggiunto straordinario per UBS. Ma quale valore aggiunto UBS intende continuare a garantire alla Svizzera?
L'interrogativo assume un significato particolare dopo quanto accaduto con Credit Suisse nel 2023. Va ricordato che UBS non fu responsabile di quel dissesto e che, assumendosi rischi considerevoli, contribuì a evitare conseguenze potenzialmente gravissime per il nostro Paese.
È quindi giusto riconoscerne il ruolo e garantire condizioni quadro che le permettano di rimanere competitiva. Anche le nuove esigenze regolamentari devono essere proporzionate. Le recenti decisioni del Consiglio degli Stati, pur motivate dalla comprensibile volontà di prevenire nuove crisi, sollevano qualche interrogativo proprio su quel pragmatismo e quel senso della misura che hanno sempre contraddistinto la tradizione svizzera.
Sarebbe infatti paradossale voler proteggere la nostra piazza finanziaria attraverso misure che finissero per indebolirne la competitività o incentivare ulteriori delocalizzazioni.
Ma la responsabilità non può essere a senso unico.
Se è legittimo attendersi dalla politica condizioni quadro favorevoli, è altrettanto legittimo chiedere a UBS quale impegno concreto intenda mantenere nei confronti del Paese dal quale trae una parte importante della propria credibilità internazionale.
Ci preoccupiamo giustamente della competitività della nostra piazza finanziaria. Ma ci interroghiamo con altrettanta attenzione sulle conseguenze delle delocalizzazioni? Sulla perdita di competenze? Sul futuro di collaboratori che, dopo decenni di attività, rischiano di ritrovarsi esclusi dal mercato del lavoro proprio nell'età in cui ricollocarsi diventa più difficile?
Non si tratta di interferire nelle scelte imprenditoriali, né di mettere in discussione la dimensione internazionale di UBS, che rappresenta anche una risorsa per la Svizzera. Si tratta piuttosto di riflettere su come questa presenza globale possa continuare a generare valore, competenze e opportunità anche nel nostro Paese.
Il rischio, altrimenti, è che la Svizzera conservi il prestigio della sede e del marchio, mentre una parte crescente delle competenze e delle opportunità occupazionali venga trasferita altrove.
Dobbiamo certamente chiederci che cosa la Svizzera possa fare per mantenere UBS competitiva. Al tempo stesso, dovremmo interrogarci con altrettanta attenzione su quanto UBS intenda continuare a investire nel nostro Paese.
Sono interrogativi che meritano una riflessione seria ed equilibrata, lontana tanto dalla demonizzazione delle banche quanto dalla loro difesa incondizionata.
Perché essere una banca svizzera significa anche continuare a contribuire concretamente alla prosperità e al futuro del nostro Paese.
E su questo, anche la politica dovrebbe avere qualcosa da dire.
* deputato in granconsiglio - Il Centro