Massimo Penzavalli racconta l’evoluzione di un’unità strategica per l’economia ticinese: dai finanziamenti consorziali ai progetti pubblici, un lavoro fondato su competenze tecniche, prossimità e relazioni di lungo periodo

di Irene Bazzi
Uno dei centri di competenza dell’attività creditizia di BancaStato, l’unità Crediti speciali opera dietro le quinte ma rappresenta uno dei motori del sostegno all’economia ticinese. È da qui che passano i finanziamenti agli agricoltori, agli enti pubblici – e con essi, la realizzazione di opere pubbliche e infrastrutturali come le scuole – nonché i grandi crediti consorziali. Un centro di competenza che negli anni ha saputo ritagliarsi la propria reputazione anche a livello nazionale.
Massimo Penzavalli, il responsabile dei Crediti Speciali di BancaStato, ripercorre in quest’intervista a Liberatv un cammino iniziato oltre vent’anni fa e costruito su competenze tecniche, collaborazione interbancaria e un lavoro quotidiano fatto di ascolto, presenza e relazioni nel tempo. Un reparto, quello che egli dirige, poco visibile, ma cruciale per l’economia ticinese: un mondo complesso, in cui competenze bancarie, analisi del rischio, conoscenza dei clienti e continuità dei rapporti convergono in maniera virtuosa. Un mondo giocoforza destinato a evolvere anche grazie alla tecnologia e all’intelligenza artificiale, ma che – sottolinea Penzavalli – “continuerà ad avere al centro la persona”, perché prossimità e territorialità restano la base per sostenere l’economia ticinese.
Lei lavora nel settore del credito da molti anni e oggi è responsabile dei Crediti speciali di BancaStato a Lugano. Quale percorso l’ha portata fin qui e cosa si intende concretamente per “crediti speciali”?
“Mi occupo di crediti alle aziende sin dal mio primo giorno di lavoro. Dopo gli studi universitari ho iniziato la mia carriera nel 1995 alla Banca Popolare Svizzera, che proprio in quel periodo era stata acquisita da Credit Suisse, sullo sfondo della crisi immobiliare. Dopo la fusione sono quindi passato automaticamente a Credit Suisse, dove sono rimasto per alcuni anni, maturando anche esperienze fuori Cantone. Rientrato in Ticino, ho lavorato alla Banca del Gottardo come consulente nell’ambito dei crediti aziendali, prima di entrare in BancaStato nel 2003. Il 1° febbraio di quest’anno ho quindi festeggiato 23 anni all’interno dell’Istituto.
L’unità Crediti speciali è stata costituita ufficialmente nel 2009, ma le sue basi erano state gettate un paio d’anni prima. Grazie alle mie esperienze precedenti e ai contatti che avevo sviluppato, in particolare con la Banca cantonale di Zurigo, ho iniziato a occuparmi di crediti consorziali, un’attività allora nuova per BancaStato. I crediti consorziali sono finanziamenti concessi ad aziende di grandi dimensioni – spesso per importi molto elevati, che possono arrivare a centinaia di milioni o anche a miliardi di franchi – e che una singola banca non è disposta a sostenere da sola. Il rischio viene quindi ripartito tra più istituti, prevalentemente svizzeri. Una banca fa da “capofila”, gestisce il consorzio e mantiene la relazione principale con il cliente, mentre le altre partecipano con una quota di rischio proporzionale.
Nel 2009 il Consiglio di amministrazione di BancaStato ha deciso di rendere questa attività strutturale, creando un’unità operativa ad hoc. Oltre ai crediti consorziali, l’unità Crediti speciali ha assunto anche la gestione di tutte quelle attività centralizzate che richiedono competenze particolari come i finanziamenti agli enti pubblici e i crediti agricoli che rappresentano una tradizione storica della banca. Oggi seguiamo una cinquantina di clienti nell’ambito dei crediti consorziali e gestiamo tutte quelle situazioni la cui complessità o il cui settore di attività richiedono analisi più specialistiche.
Quali attività rientrano concretamente nei Suoi compiti, e in che fase del processo di credito interviene l’Unità che Lei dirige?
“La mia attività è duplice. Da un lato mi occupo della conduzione del team, dall’altro continuo a svolgere un’attività diretta di consulenza alla clientela. Nel caso dei crediti consorziali, il nostro interlocutore principale è la banca capofila. Riceviamo una richiesta di partecipazione corredata da tutta la documentazione necessaria e svolgiamo un’analisi completa per valutare se assumerci o meno una quota di rischio nel finanziamento. Prepariamo quindi una proposta di credito che viene sottoposta all’istanza competente per la decisione. Una volta approvata, partecipiamo al finanziamento con la nostra quota e seguiamo l’evoluzione del rapporto per tutta la durata del contratto. Nel corso degli anni possono emergere nuove esigenze, modifiche contrattuali o situazioni che richiedono interventi puntuali: per questo il monitoraggio costante è parte essenziale del lavoro.
Per i clienti che invece sono direttamente di BancaStato, l’attività è più classica ma non meno complessa. Si parte dall’ascolto: incontriamo il cliente, analizziamo i suoi bisogni e valutiamo come strutturare il finanziamento più adatto, consigliando prodotti e soluzioni coerenti con la sua situazione. Anche in questo caso prepariamo la richiesta di credito e la sottoponiamo agli organi decisionali. Ma il vero lavoro inizia dopo l’approvazione: il cliente viene accompagnato nel tempo, durante investimenti, acquisizioni, fasi di crescita o ristrutturazione. Il rapporto diventa quindi un vero e proprio partenariato di lungo periodo. Ho clienti che seguo da oltre vent’anni, dalla nascita dell’azienda fino ai passaggi generazionali o alla vendita dell’attività. Con il tempo si crea un rapporto di fiducia che va oltre il piano strettamente professionale: si conoscono le persone, le loro famiglie, le dinamiche aziendali. La relazione umana diventa parte integrante del lavoro e aiuta ad anticipare bisogni e scelte strategiche. È proprio questo l’aspetto che rende il mio ruolo così stimolante”.
Nel quadro del mandato pubblico di BancaStato, che ruolo giocano i crediti speciali nel sostegno all’economia cantonale?
“Il nostro mandato è chiaro: sostenere l’economia del Cantone. I crediti speciali rispondono pienamente a questa missione, perché spesso non trattiamo con clienti aziendali classici, ma con realtà pubbliche o para-pubbliche come Comuni, parrocchie, patriziati, società anonime ma sotto controllo pubblico. Finanziamo infrastrutture che portano benefici diretti alla collettività: scuole, asili o in generale infrastrutture che non possono essere coperte soltanto dal gettito fiscale e che richiedono quindi un sostegno bancario. Un ambito altrettanto rilevante è quello agricolo. In Svizzera esiste una politica di sostegno chiara in tal senso, e il nostro ruolo è quello di fare da ponte tra i contributi pubblici e gli agricoltori: per costruire una stalla o acquistare dei macchinari, ad esempio, i contributi cantonali coprono quasi mai l’intero investimento. Ecco che noi interveniamo per la parte restante, lavorando fianco a fianco con la Sezione dell’agricoltura in un processo coordinato. Infine, c’è il mondo delle grandi aziende sostenute attraverso i crediti consorziali. E il tema qui non è solo quello del fatturato: la nostra è una sensibilità anche verso il lato occupazionale che tali realtà implicano: aziende che impiegano centinaia di persone in Ticino sono strategiche per il territorio e meritano un accompagnamento attento”.
Guardando all’evoluzione del settore, in che modo sono cambiate nel tempo le attività dei crediti speciali?
“Le attività dei crediti speciali convivono su piani diversi. Per il settore pubblico e quello agricolo, il lavoro non è cambiato in modo radicale: i bisogni restano simili e anche gli strumenti non si sono trasformati in modo drastico. Diverso è il discorso per i crediti consorziali. All’inizio si trattava di costruire da zero un’attività completamente nuova per BancaStato. Abbiamo dovuto studiare il mercato, creare relazioni con le altre banche, definire gli standard contrattuali e adattarli ai nostri processi. È stato un lavoro impegnativo ma estremamente stimolante.
Le crisi hanno spesso rappresentato momenti di crescita importante. Dopo il 2008, ad esempio, molte aziende hanno abbandonato il finanziamento tramite l’emissione di obbligazioni perché il mercato dei capitali si rivelava troppo costoso. Il credito bancario, e in particolare quello consortile, è tornato centrale e abbiamo vissuto un vero boom. Dinamiche simili si sono ripetute dopo la pandemia o in altre fasi di incertezza. Oggi siamo in una fase di consolidamento, con una crescita stabile e senza picchi. Nel frattempo, ci siamo ritagliati uno spazio riconosciuto a livello nazionale: altre banche ci invitano a partecipare ai finanziamenti e ci riconoscono come partner affidabile nel sostenere le richieste. Anche in Ticino il nostro ruolo è molto apprezzato”.
Esiste quindi una correlazione tra momenti di crisi e aumento delle richieste di credito bancario?
“Sì, la correlazione esiste ed è logica. Le grandi aziende dispongono sia del credito bancario sia del mercato dei capitali. Ma nei periodi di crisi il mercato chiede margini più elevati per compensare il rischio percepito: emettere obbligazioni diventa molto costoso, ed ecco che in quei momenti il finanziamento bancario è più conveniente e più flessibile. Quando la volatilità si attenua, le aziende diversificano e riaprono le emissioni obbligazionarie, impiegando i proventi per ridurre l’esposizione verso le banche.
C’è un dato di cui essere orgogliosi: in Svizzera, anche nei momenti di maggiore incertezza, le banche non hanno mai chiuso i rubinetti. Hanno continuato a sostenere l’economia reale invece di ritirarsi. È un elemento distintivo del nostro sistema”.
È cambiato anche il modo di valutare il rischio?
“Sì, la valutazione del rischio si è evoluta molto, anche per effetto delle normative stringenti degli ultimi anni. Oggi adottiamo modelli più raffinati e tarati sul tipo di cliente e di finanziamento. Quello che non è cambiato è l’approccio della banca, da sempre improntato alla prudenza. Il rischio è assunto in modo controllato, coniugando il sostegno all’economia alla responsabilità verso i risparmiatori. Come Banca cantonale, abbiamo sempre accompagnato aziende e progetti impegnativi anche nei momenti difficili, senza però compromettere la solidità dell’Istituto”.
In oltre trent’anni di carriera ha attraversato diverse fasi del settore bancario. Quanto e come è cambiato il modo di fare banca?
“Il cambiamento è stato profondo. Il settore ha dovuto adattarsi a normative sempre più severe, ma anche a un mondo che evolve a una velocità impressionante. Abbiamo vissuto crisi finanziarie, una pandemia, eventi senza precedenti per i quali non esistevano modelli di riferimento: ci siamo trovati a dover trovare soluzioni nuove.
Un altro elemento di rottura sono stati i tassi negativi, rimasti in vigore quasi dieci anni: un fatto mai visto prima. Noi abbiamo scelto di non applicarli alla clientela retail.
Più recentemente, il conflitto tra Russia e Ucraina ha imposto un lavoro molto impegnativo che richiede, nel quadro delle sanzioni internazionali, controlli approfonditi su controparti e Paesi. A questo si aggiunge la sostenibilità, ormai pienamente integrata nei processi decisionali. Tutto ciò ha reso il nostro lavoro più complesso, ma anche più strutturato e consapevole”.
Guardando al contesto macroeconomico, geopolitico e tecnologico, quali sono oggi le principali sfide per il settore bancario?
“Le sfide principali riguardano la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale, che parlano direttamente alle nuove generazioni. Per molti giovani, il rapporto con la banca è spesso solo digitale; diversi di loro non sono mai entrati in una filiale e non hanno mai prelevato a uno sportello. BancaStato lavora da tempo per prepararsi: i giovani sono i clienti di oggi e soprattutto di domani. Il cambiamento è rapidissimo e bisogna arrivarci preparati prima che sia compiuto.
Detto questo, rimango convinto che il contatto umano continuerà a essere centrale. Nel rapporto con le aziende, la banca è un partner: si cresce insieme, si attraversano fasi importanti, si costruisce fiducia. Non credo che questo possa essere sostituito da un algoritmo. La tecnologia aiuterà a liberare tempo per attività a più alto valore aggiunto, ma la relazione umana resterà un elemento distintivo. Di questo sono convinto, e sinceramente lo auspico”.