Oliviero Pesenti: "Competitività, investimenti e occupazione dipendono dalla disponibilità di energia affidabile. Il confronto sul nucleare non può ridursi a una guerra di numeri"

*Di Oliviero Pesenti
Ogni volta che in Svizzera si riapre il dibattito sull'energia nucleare, puntualmente compare uno studio destinato a dimostrare che costruire una nuova centrale sarebbe un errore economico. L'ultimo rapporto della Scuola universitaria di scienze applicate di Zurigo (ZHAW) sostiene addirittura che il ritorno al nucleare potrebbe comportare la perdita di fino a 10.600 posti di lavoro. Un numero che colpisce. Un titolo perfetto. Ma è davvero credibile?
La risposta è no. Non perché lo studio sia necessariamente errato nei suoi calcoli, bensì perché le sue conclusioni dipendono interamente dalle ipotesi iniziali. E quando le ipotesi sono discutibili, anche il risultato finale perde gran parte del suo valore.
Proprio perché proviene da un'università autorevole come la ZHAW, uno studio di questo tipo esercita un'enorme influenza sul dibattito pubblico e sulle decisioni politiche. Per questo motivo dovrebbe distinguere con la massima chiarezza ciò che rappresenta un dato oggettivo da ciò che è invece il risultato di una simulazione costruita su precise ipotesi di partenza.
Quando queste ipotesi sono discutibili, anche i risultati dovrebbero essere presentati con la necessaria prudenza. Il rischio, altrimenti, è che uno scenario teorico venga percepito dall'opinione pubblica come una previsione certa.
L'esempio è semplice. Se un economista affermasse che, nei prossimi quindici anni, una diminuzione del 20% delle precipitazioni farebbe perdere 8.000 posti di lavoro all'agricoltura svizzera, nessuno presenterebbe quel numero come un fatto acquisito. Sarebbe uno scenario possibile, costruito su determinate condizioni, non una previsione di ciò che inevitabilmente accadrà.
Lo stesso principio dovrebbe valere anche nel caso del nucleare. Presentare al grande pubblico una cifra precisa come 10.600 posti di lavoro rischia di attribuire un'apparenza di certezza scientifica a quello che, in realtà, è il risultato di un modello economico fortemente dipendente dalle ipotesi iniziali.
L'errore di fondo consiste nel presupporre che ogni franco investito nel nucleare venga automaticamente sottratto alle energie rinnovabili. È una premessa discutibile, non una legge economica.
La realtà internazionale racconta una storia diversa. Francia, Regno Unito, Svezia e Finlandia stanno investendo contemporaneamente nel nucleare e nelle energie rinnovabili. Nessuno di questi Paesi considera le due tecnologie alternative: sono complementari. Il nucleare garantisce una produzione continua e stabile, mentre il solare e l'eolico contribuiscono quando le condizioni lo permettono.
È dunque arbitrario sostenere che una nuova centrale nucleare provocherebbe automaticamente un crollo dell'occupazione nel settore delle energie rinnovabili.
Lo studio, inoltre, sembra concentrarsi quasi esclusivamente sui posti di lavoro che potrebbero diminuire in un comparto, ignorando quelli che verrebbero creati in altri.
La progettazione, la costruzione e la gestione di una centrale nucleare richiedono migliaia di professionisti altamente qualificati: ingegneri, tecnici, specialisti della sicurezza, imprese di costruzione, aziende di automazione, fornitori di servizi e centri di ricerca. A questi si aggiungono gli effetti indiretti su tutta la filiera industriale.
Ma vi è un aspetto ancora più importante, completamente trascurato.
L'energia non è soltanto una questione ambientale: è uno dei principali fattori di competitività dell'intera economia.
Un Paese che dispone di energia abbondante, stabile e a prezzi competitivi protegge la propria industria, favorisce nuovi investimenti e crea occupazione in tutti i settori produttivi.
Ed è proprio qui che il ragionamento dello studio mostra il suo limite più evidente.
La domanda non dovrebbe essere: quanti posti di lavoro potrebbe far perdere una nuova centrale nucleare, ma quanti posti di lavoro perderà la Svizzera se non disporrà di energia sufficiente, stabile e competitiva.
Le imprese manifatturiere, la meccanica di precisione, la chimica, la farmaceutica, i data center, l'intelligenza artificiale e la mobilità elettrica avranno nei prossimi decenni un fabbisogno crescente di elettricità disponibile ventiquattr'ore su ventiquattro. Se l'energia dovesse diventare troppo costosa o insufficiente, il rischio non sarà perdere qualche migliaio di posti di lavoro nel settore fotovoltaico, ma vedere interi comparti industriali ridurre gli investimenti, delocalizzare la produzione o scegliere altri Paesi per sviluppare nuove attività.
Questa sì che rappresenterebbe una perdita occupazionale ben più grave e duratura per la Svizzera.
Sorprende inoltre la precisione con cui viene indicata la cifra di 10.600 posti di lavoro. In economia, soprattutto quando si elaborano scenari che guardano a dieci o quindici anni nel futuro, simili numeri trasmettono un'illusione di certezza che nessun modello è realmente in grado di garantire.
Del resto, quasi contemporaneamente è stato pubblicato un altro studio, realizzato da BAK Economics, che giunge a conclusioni praticamente opposte, sostenendo che una nuova centrale nucleare produrrebbe migliaia di posti di lavoro e un importante valore aggiunto per l'economia svizzera.
Chi ha ragione?
Probabilmente nessuno dei due, almeno nella misura in cui pretende di trasformare scenari teorici in verità assolute.
Entrambi gli studi riflettono inevitabilmente le ipotesi da cui partono. È per questo che dovrebbero essere letti con spirito critico e con la massima trasparenza sulle metodologie utilizzate, senza trasformarli in strumenti per orientare il dibattito pubblico attraverso titoli ad effetto.
La Svizzera ha bisogno di un confronto serio sul proprio futuro energetico, non di una guerra di numeri.
L'energia non è un settore dell'economia. È la condizione indispensabile affinché tutta l'economia possa esistere.
Quando manca energia affidabile, continua e competitiva, non si fermano soltanto le centrali elettriche: si fermano le fabbriche, rallentano gli investimenti, si indebolisce l'innovazione e, con essa, diminuisce anche l'occupazione.
Per questo la Svizzera dovrebbe discutere meno di scenari costruiti a tavolino e molto di più di come garantire, nei prossimi cinquant'anni, un approvvigionamento energetico sicuro, pulito, competitivo e indipendente.
Perché il vero rischio non è costruire una nuova centrale nucleare. Il vero rischio è non avere l'energia necessaria per sostenere il futuro economico, industriale e sociale del nostro Paese.
*Imprenditore