SECONDO ME
"Tanto tuonò che piovve...". Tra Durisch e Farinelli scende in campo Pesenti
"È arrivato il momento di affrontare il problema alla radice. Il Ticino non deve soltanto aumentare l’occupazione. Deve aumentare il valore dell’occupazione"
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Oliviero Pesenti: “Governare il cambiamento”

14 LUGLIO 2026
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I siluri di Oliviero Pesenti: "Il gioco al massacro tra partiti deve finire!"

08 MAGGIO 2026
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08 MAGGIO 2026

di Oliviero Pesenti *

Tanto tuonò che piovve, verrebbe da dire. Sono anni che sostengo la necessità di un vero Patto di Paese per il Ticino. L’ho fatto da presidente di AITI e in numerose occasioni pubbliche, convinto che il nostro Cantone abbia bisogno di una svolta e non dell’ennesima dichiarazione d’intenti.

Per questo guardo con interesse al confronto sviluppatosi in questi giorni sulla necessità di un Patto di Paese. Alex Farinelli e Ivo Durisch, partendo da sensibilità politiche diverse, hanno sollevato questioni che meritano attenzione. Le loro posizioni non sono sovrapponibili, ma indicano una possibile convergenza: il Ticino deve tornare a interrogarsi sul proprio futuro e smettere di limitarsi ad amministrare il presente.

La domanda è semplice: quale economia vogliamo avere fra dieci o vent’anni?

Il mondo è cambiato. Geopolitica, guerre, nuove barriere commerciali, intelligenza artificiale, trasformazione tecnologica, demografia e competizione internazionale stanno modificando rapidamente le regole del gioco. La stabilità che abbiamo dato per scontata non può più essere considerata acquisita.

Restare immobili significa arretrare.

Prima di parlare di ciò che dobbiamo cambiare, è però doveroso ricordare ciò che abbiamo costruito.

Il tessuto imprenditoriale ticinese merita molto più riconoscimento di quanto talvolta riceva. Per cinquant’anni, e in molti casi per settanta o più, generazioni di imprenditori hanno rischiato capitale, patrimonio, reputazione e futuro per creare aziende, occupazione e ricchezza. Lo hanno fatto spesso in condizioni tutt’altro che semplici: burocrazia, difficoltà nel reperire personale qualificato, una fiscalità penalizzante e, talvolta, un clima politico nel quale l’impresa è stata guardata con diffidenza.

Eppure hanno resistito, investito e innovato. Hanno formato giovani, pagato salari, imposte e contributi, sostenuto famiglie e territorio. Hanno attraversato crisi, globalizzazione, pandemia e rivoluzioni tecnologiche.

Una parte importante del Ticino che conosciamo oggi è figlia del coraggio di queste persone.

Senza imprese capaci di investire e creare valore non esiste ricchezza da distribuire e nemmeno lo Stato sociale che giustamente vogliamo difendere.

È quindi arrivato il momento di affrontare il problema alla radice. Il Ticino non deve soltanto aumentare l’occupazione. Deve aumentare il valore dell’occupazione.

Se vogliamo trattenere i nostri giovani, dobbiamo offrire loro prospettive professionali, crescita, competenze e salari all’altezza delle loro capacità. Non possiamo continuare a formarli per poi vederli partire verso economie che sanno valorizzarli meglio.

La risposta non è semplicemente aumentare i costi delle imprese. È aumentare produttività, innovazione, competenze e valore aggiunto.

Il Ticino deve diventare terreno fertile per attività ad alto contenuto tecnologico e professionale: intelligenza artificiale, fotonica, medtech, biotech, farmaceutica, ingegneria avanzata, cybersecurity, finanza innovativa, ricerca applicata e manifattura tecnologica. E deve permettere alle aziende già presenti di crescere, investire e competere.

In questo quadro occorre investire con decisione anche nelle start-up. Non soltanto con finanziamenti, per quanto indispensabili. Una buona idea, per diventare un’impresa, ha bisogno di capitale, ma anche di esperienza, organizzazione, mercato e capacità manageriale.

Il Ticino possiede una risorsa straordinaria: un tessuto di imprese consolidate e di imprenditori che hanno già affrontato le difficoltà della crescita. Perché non creare un rapporto molto più stretto fra start-up e aziende mature, favorendo programmi nei quali queste ultime mettano a disposizione competenze, strutture, reti, tecnologia e soprattutto esperienza?

La finanza serve a industrializzare un’idea. L’esperienza serve a trasformarla in un’impresa.

Non partiamo da zero. Le nostre eccellenze dimostrano che anche da questo territorio si possono costruire imprese capaci di competere nel mondo. La sfida è trasformare queste eccellenze in un ecosistema nel quale possano crescere anche le nuove generazioni.

Qui nasce il senso di un vero Patto di Paese.

Non un altro tavolo di lavoro, né un documento destinato a un cassetto. Servono poche priorità chiare, obiettivi misurabili, tempi definiti e responsabilità precise. E soprattutto una convergenza che vada oltre gli schieramenti.

Politica, economia, associazioni economiche, sindacati, università, formazione e società civile devono fare la propria parte.

Le associazioni economiche stanno già svolgendo un lavoro importante e stanno rafforzando la collaborazione fra loro. È un percorso che deve continuare senza tregua, aumentando coordinamento, incisività e capacità di proporre soluzioni concrete. Non soltanto chiedere migliori condizioni quadro, ma contribuire direttamente a costruire competenze, innovazione e competitività.

Lo stesso vale per i sindacati. La tutela dei lavoratori rimane essenziale, ma non può esaurirsi nella difesa dell’esistente. Anche il sindacato deve essere protagonista della trasformazione, sostenendo formazione continua, riqualificazione e nuove forme di organizzazione del lavoro.

La competitività non è il nemico del lavoro. È una delle condizioni per conservarlo e qualificarlo.

Un’impresa competitiva può investire, innovare, formare e pagare meglio. Un’impresa che perde competitività riduce gli investimenti e rischia di spostare altrove attività e posti di lavoro.

Allo stesso modo, sviluppo economico e solidarietà sociale non sono avversari. Una scuola forte, una sanità di qualità, servizi efficienti e il sostegno a chi è in difficoltà richiedono un’economia capace di generare ricchezza. La solidarietà ha bisogno di fondamenta economiche solide.

Il 2027 offre ora un’occasione importante. Il rinnovo delle istituzioni cantonali non dovrebbe ridursi alla consueta competizione per seggi e posizioni. Dovrebbe diventare una scelta sul futuro del Cantone.

Ai candidati di tutte le forze politiche rivolgo quindi un appello: abbiate coraggio, abbiate visione e abbiate la capacità di costruire consenso attorno a progetti nuovi.

Il Ticino ha tutte le potenzialità per diventare un territorio ancora più attrattivo, dinamico e innovativo. Ma questo futuro non arriverà da solo. Richiede decisioni forti e chiare, leadership e un impegno finanziario all’altezza delle sfide globali.

Governare non significa soltanto amministrare ciò che esiste. Significa scegliere, assumersi responsabilità e spiegare ai cittadini perché alcune scelte sono necessarie, anche quando non garantiscono consenso immediato.

Il consenso non deve essere il punto di partenza della politica. Deve essere il risultato della capacità di convincere il Paese che una visione vale la pena di essere perseguita.

Il Ticino non deve puntare soltanto a diventare più conveniente. Deve tornare a essere più ambizioso, più competitivo e più capace di creare futuro.

I nostri imprenditori lo hanno dimostrato per generazioni, spesso senza clamore: hanno rischiato, investito e costruito.

Ora tocca alla politica dimostrare di avere lo stesso coraggio.

Perché il Ticino non ha bisogno di una politica che fotografi continuamente il presente. Ha bisogno di una politica che abbia il coraggio di progettare il futuro.

Tanto tuonò che piovve.

Ora è il momento che piovano idee, investimenti e coraggio. E che il Ticino torni ad avere l’ambizione di progettare il proprio futuro.

* Imprenditore, già presidente di AITI
 
 

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