Come dice il Professor Cerny, in Svizzera e soprattutto in Ticino, c’è questa strana vocazione a voler recitare il ruolo delle cavie. Basta con la teoria dell'immunità di gregge senza certezze scientifiche

di Andrea Leoni
Signùr guarda giò. Ancora una volta ci troviamo ad invocare il cielo, nella speranza che la provvidenza, o per i non credenti la fortuna, protegga i cittadini di questo Cantone da una seconda, violenta, ondata di Coronavirus. Questa espressione la utilizzammo qualche settimana fa, quando sembrava che il sistema sanitario non avrebbe retto, e portò bene. Ci auguriamo che la storia si ripeta. Ne abbiamo un gran bisogno.
Il Consiglio di Stato ha infatti deciso che da lunedì l’industria e l’edilizia potranno sostanzialmente tornare al lavoro. Lo ha fatto all’unanimità, dunque con l’assenso anche dei ministri della Lega. Questo allentamento significa innanzitutto spalancare il confine a decine di migliaia di lavoratori frontalieri e di padroncini lombardi, che da lunedì avranno il divieto di lavorare sul loro territorio, ma in Ticino gli sarà consentito farlo. Lo stesso potrebbe accadere nelle prossime settimane con altre professioni. Il che vorrà anche dire - sia detto di passata - che una moltitudine d’italiani, se lo vorranno, potranno fare la spesa nel nostro Cantone, mentre i ticinesi continueranno ad essere multati se oltrepasseranno il confine con lo stesso scopo. La contraddizione è servita, ancora una volta, come all’inizio di questa crisi.
Tutto questo avviene, va sottolineato, proprio mentre le province di Como e Varese registrano una crescita dei contagi che crea preoccupazione. E il Ticino, di riflesso, non è certo diventato un luogo sicuro per questi lavoratori, considerato che ha sempre avuto una percentuale di contagiati per abitanti, assai superiore alle due aeree confinanti. Il pericolo è reciproco.
Il Governo cantonale ha deciso di aprire senza che la curva dei contagi sia appiattita e stabilizzata nel tempo. Apre senza avere pronto un piano preciso e operativo: le famose misure di accompagnamento. Non ci sono le mascherine per tutti. Non risultano programmi di test a tappeto. E neppure un protocollo per individuare, tracciare e isolare tempestivamente i nuovi malati, e i loro contatti più prossimi, in modo da spegnere sul nascere nuovi focolai. Non vi è neanche certezza su quando una persona non sia più contagiosa e possa tornare al lavoro. In Italia si contano 14 giorni dalla sparizione dei sintomi, possibilmente con nuovo tampone, da noi 2, senza alcun test. Il problema è che si segnalano persone ancora positive dopo 20-30 giorni!
I controlli sul rispetto delle norme d'igiene e di distanza sociale sono affidati ai datori di lavoro. Gli ospedali ticinesi sono ancora mezzi pieni. I ministri, nella loro piena facoltà, hanno deciso di non tenere in considerazione l’appello firmato da 60 medici, tra i quali diversi professori e direttori sanitari, che chiedevano di aspettare almeno fino al 4 maggio, prima di cominciare ad allentare le misure.
La teoria della diffusione controllata del virus e dell’immunità di gregge, è tornata di moda. Come dice il Professor Cerny, in Svizzera e soprattutto in Ticino, c’è questa strana vocazione a voler recitare il ruolo delle cavie, anziché osservare ciò che accade all’estero, prima di muoversi.
Immunità di che?
Però ogni qual volta un esperto, o un politico, espone questa tesi, bisognerebbe sempre ribattergli: ma di quale immunità parla? Ad oggi, infatti, non vi è alcuna certezza sul grado di protezione, e sulla relativa durata, degli anticorpi per chi ha contratto la malattia (s'ipotizza circa il 10% dei ticinesi, quindi assai lontano dalla percentuale necessaria all'ipotetica immunità di gregge).
Citiamo alcuni esperti ticinesi, italiani e internazionali:
“La verità è che non si può dire nulla. Non sappiamo nemmeno se questi anticorpi siano neutralizzanti, non sappiamo quanto durino, non sappiamo se siano parte del problema e se siano specifici. Di questa patologia non conosciamo nulla e dunque la prudenza è d’obbligo”. (Andrea Crisanti, Direttore dell’Unità complessa diagnostica di Microbiologia a Padova - il Giorgio Merlani del Veneto),
Alan Wells,direttore medico dei laboratori clinici del Medical Center dell'Università di Pittsburgh: "Alcuni pazienti che sopravvivono all'infezione e sono immuni potrebbero semplicemente non generare gli anticorpi che si stanno cercando. Oppure possono generarli a bassi livelli, che in realtà non conferiscono immunità. Rabbrividirei all'idea di usare i test IgM e IgG per capire chi è immune e chi no”.
“Non sappiamo se le persone sono protette dopo che sono state contagiate dal COVID-19 e hanno sviluppato anticorpi. Magari sono protette per settimane o mesi, ma si teme che questa immunità vada persa molto rapidamente. Quindi un’immunità molto transitoria”. (Enos Bernasconi, capo malattie infettive EOC)
Neel V. Patel, MIT: “Sappiamo ancora molto poco su come appare l'immunità alla malattia, quanto dura, se una risposta immunitaria impedisce la reinfezione e se si possa essere ancora contagiosi anche dopo che i sintomi si sono dissipati e si sono sviluppati anticorpi”.
“Non ci sono le condizioni per dare patentini di immunità. Non esistono test che possano certificare con certezza che non ci ammaleremo di Covid 19. (Silvio Brusaferro, presidente dell'Istituto Superiore di Sanità)
Pierluigi Lopalco, epidemiologo dell’università di Pisa: “Quanto dura l'eventuale immunità acquisita da chi ha contratto il virus? Non lo sappiamo perché è un virus venuto fuori pochi mesi fa; quello che possiamo fare è una stima di quanto questi anticorpi possono permanere nel soggetto che ha incontrato il virus. Però la permanenza di anticorpi non significa automaticamente immunità”.
“Cosa ci garantisce che non si tratterà di una falsa partenza? Niente”
La risposta a questa domanda centrale potrebbe, speriamo, arrivare nelle prossime settimane. Come pure quella legata a protocolli farmacologici attualmente in fase di sperimentazione. Bisogna avere pazienza ma noi continuiamo a rifiutare l’idea che questa malattia non la conosciamo e quindi pretendiamo di poter tornare alla vita, secondo le nostre esigenze o quelle dell’economia.
Quindi intanto ripartiamo: “Cosa ci garantisce che non si tratterà di una falsa partenza? Niente”, risponde sincero Alain Berset
Però una cosa è certa: se troppa gente torna a circolare troppo in fretta, senza adeguate misure d’accompagnamento e senza il rispetto delle norme igieniche e di distanza sociale, i contagi riprenderanno a crescere. Ne è convinto anche Christian Garzoni che ha pronosticato nuove chiusure all’orizzonte. Speriamo non in piena estate.
Morire e ammalarsi: poi qualcuno glielo spiega?
Ciò significa che altri anziani moriranno. E altre persone di mezza età o meno - esclusi i giovanissimi - si ammaleranno gravemente e faranno le cure intense, con il tubo in gola (tipo Boris Johnson, anni 55, "vivo per miracolo", secondo la sua testimonianza). Questi ultimi in larga parte guariranno, dopo aver passato le pene dell’inferno, ma non si sa se con danni permanenti o meno (poi qualcuno glielo spiegherà che avevamo fretta di aprire, che puntavamo all’immunità di gregge e alla diffusione controllata del virus…).
Per questo larga parte della comunità scientifica ticinese chiedeva e continua a chiedere grande prudenza. Di aprire con il contagocce e a tempo debito, in modo armonioso con la Lombardia, e continuando a tenere chiuso ciò che non è indispensabile riaprire (vedi le scuole dell’obbligo a un mese dalla fine dell'anno scolastico). Perché anche gli allievi, che pur sono risparmiati dalla forma grave della malattia, sono a contatto con gli adulti, docenti e genitori, che a loro volta sono a contatto con colleghi e parenti. Tutti possono prenderla brutta. Chi ha malattie croniche, come la comune ipertensione, o è sulla sessantina, può restarci secco.
L’augurio è che il caldo possa dare un contributo, perlomeno per frenare la diffusione del contagio. Anche qui, però, si tratta al momento solo di una speranza.
Ma ormai il Governo ha deciso, e speriamo che non gli tocchi ravvedersi perché ciò significherebbe che la strada intrapresa era sbagliata. Come ticinesi non possiamo che augurarci che i ministri abbiano azzeccato la mossa, anche con un po' di fortuna che non guasta mai.
Quindi io intanto incrocio le dita e faccio il tifo per loro.