“Viviamo segregati in casa da più di un mese, con le paure dettate da un virus che sta letteralmente rubando le nostre vite, il nostro tempo libero, e da un futuro economico incerto, che porterà a tutt’altro che il benessere sperato”

Di Daniele Nevano
Sarò eternamente grato alle generazioni precedenti che ci hanno sostenuto e non ci hanno fatto mancare nulla. Ma non riesco a togliermi il pensiero che il mondo che ci hanno dato in mano ha perso la bussola
Spesso e volentieri la mia generazione, quella nata negli Anni Novanta, è stata descritta dai nostri nonni, dai nostri genitori, come una generazione di ragazzi fortunati. Una generazione che, grazie alle rivoluzioni e i cambiamenti sociali dei decenni precedenti, si è trovata in una situazione idilliaca, di benessere, di tranquillità, di prosperità.
Non abbiamo vissuto la guerra, il muro di Berlino era caduto proprio qualche mese prima del 1990 e le Brigate Rosse avevano cessato di esistere nel 1988, la Germania Ovest vinse il Mondiale di Calcio in Italia, mentre in Ticino, casa mia, il Lugano vinceva il suo quarto titolo, erano gli anni di Bim Bum Bam, del Festivalbar e del riavvolgere i nastri delle cassette con le penne, di “Mamma ho perso l’aereo” e degli squilli telefonici.
Tralasciando lo sport e l’intrattenimento, eravamo davvero troppo piccoli per capire quanto epocali fossero determinati cambiamenti, quanto eravamo fortunati a non dover scappare da nessuna guerra, a poter uscire serenamente di casa, andare alla stazione, prendere un treno, il tutto senza il timore di un attentato. Potevamo viaggiare e, da lì a poco,
anche navigare grazie ai computer che erano sempre più presenti nelle nostre case.
Ci davano dei “nativi digitali”, proprio perché cresciuti con internet, con la tecnologia sempre a portata di mano. I nostri genitori facevano fatica a far funzionare un microonde, noi a 6 anni eravamo già in grado di accendere una console e passare le ore davanti a un videogioco che aveva come protagonista un baffuto idraulico di origini italiane. La tecnologia, sin da quando eravamo bambini, ci ha sempre accompagnato e, in un certo senso, non ci ha mai lasciato.
Gli anni passavano ed erano anni totalmente spensierati. Eravamo davvero fortunati, noi nati negli Anni 90. Le urla sotto casa degli amici per chiedere di scendere a giocare a pallone, le tasche piene di monetine per acquistare una manciata di caramelle e la pancia ancora piena, all’ora di cena, di quelle caramelle che chissà cosa diavolo ci mettevano dentro per creare tutta quella pesantezza.
Poi però, tutto un tratto, ecco che forse cominciamo a sviluppare una certa coscienza di ciò che accade nel mondo. Quel che stava succedendo nel mondo ci toccava molto da vicino. Sono gli anni della Guerra nei paesi jugoslavi, intere famiglie costrette ad abbandonare le loro case, a fuggire da una di quelle guerre che noi ragazzi cresciuti in Europa, fortunati quali siamo, non abbiamo mai provato sulla nostra pelle.
Ciò che di brutto stava succedendo nei Balcani si riversa però anche nella nostra quotidianità. Molte famiglie ottengono l’asilo politico in Ticino, costrette a ripartire da zero, hanno ancora negli occhi la paura e l’ansia di una situazione orrenda. Dalla Croazia, dalla Jugoslavia, dalla Bosnia, cominciavano ad arrivare compagni di classe nuovi, da bambini quali eravamo ci chiedevamo cosa stesse accadendo e perché questi nuovi compagni di classe parlavano con difficoltà la nostra lingua. Per noi non era neanche immaginabile cosa stesse succedendo, fino alle 8 di sera, quando puntualmente i nostri genitori sintonizzavano la TV sul telegiornale. Le immagini atroci erano le stesse, per giorni: distruzione, bombardamenti, morti.
Il 12 novembre 2001, dopo 10 anni e 94mila morti, terminano le Guerre Jugoslave. Peccato, però, che 2 mesi prima, con la caduta di due torri, cominciò una guerra fatta di terrore che ci cambiò per sempre. Da quel giorno nulla fu come prima, non avevo nemmeno 11 anni, e mi chiedevo quale film stessero trasmettendo su praticamente tutti i canali principali alle 16:00 del pomeriggio, appena rientrato da scuola. Purtroppo, non c’è bisogno di spiegarlo, non era un film.
L’illusione di una gioventù spensierata lascia presto spazio ad una vita costretta a riadattarsi, a rimodellarsi. Muta il nostro modo di viaggiare e da quel giorno tutto il mondo ha iniziato a vivere in maniera ossessiva il concetto di sicurezza. Ricordo un volo Milano-Napoli, la cabina di pilotaggio ancora aperta, io che sbirciavo costantemente cosa stesse succedendo nel cockpit, la hostess che mi nota e che mi invita in cabina per assistere all’atterraggio. Fu un’emozione incredibile che mi porto dentro ancora oggi! Un bambino della mia età non potrà vivere la stessa emozione, a partire dall’11.09.2001, gli sguardi dei bambini attratti dalla cabina di pilotaggio sono stati sostituiti con una porta blindata, quasi a simboleggiare un mondo sempre più blindato e un mondo dove i sogni avrebbero avuto sempre meno spazio.
Un mondo caratterizzato dal terrore, dove non si smette di rubare petrolio, creare benzina e gettarla su un fuoco che, ancora oggi, non smette di bruciare: nascono nuove guerre, non si fermano gli attentati, Madrid, Londra, Parigi, Nizza, Monaco di Baviera, Hanau.
Noi, nati negli Anni 90, siamo spettatori non paganti di una situazione contraddistinta da crisi politiche, ma anche economiche e sanitarie, che ci hanno portato laddove siamo oggi, ad essere inesorabilmente disillusi. Il mondo ci ha disilluso, speravamo di poter vivere come nei primi anni della nostra gioventù, certamente con più responsabilità, ma meno paure. Speravamo di crescere, di finire l’università e trovare il lavoro dei nostri sogni. Speravamo che nel fare il lavoro a cui puntavamo ci venisse dato il giusto valore, che fossimo considerati una risorsa, non un costo.
Speravamo che un giorno sarebbe arrivato il momento in cui avremmo avuto la giusta esperienza combinata alla giusta età. Speravamo di riuscire ad acquistare un’auto, una casa di proprietà o, semplicemente, un po’ di indipendenza, di pagare un affitto e la spesa, senza chiedere un aiuto ai genitori.
Invece, eccoci qua, oggi siamo segregati in casa da più di un mese, spesso e volentieri ancora con mamma e papà, con le paure dettate da un virus ancora semi sconosciuto che sta letteralmente rubando le nostre vite, il nostro tempo libero, e da un futuro economico incerto, che porterà a tutt’altro che il benessere sperato. Siamo di fronte ad un mondo in burrasca, dove in molti annegheranno e dove si lotterà per restare a galla e sopravvivere. Ci siamo dentro tutti insieme.
Sarò eternamente grato alle generazioni precedenti che ci hanno permesso di studiare, di crescere, di avere ogni giorno da mangiare, generazioni che ci hanno sostenuto e non ci hanno fatto mancare nulla, dai soggiorni di lingua all’estero, al pagamento delle rette universitarie. Allo stesso tempo non riesco però a togliermi il pensiero che il mondo che ci hanno dato in mano ha perso la bussola, è un mondo allo sbando, che ci rende spaesati, un luogo dove a regnare è la sfiducia verso ciò che sarà.
Noi proveremo a cambiare il mondo, a renderlo migliore per chi verrà dopo, sperando di riuscire a sostenere il peso economico di una famiglia, cosa non del tutto ovvia nel 2020, ma vi prego, non continuate a dire che la nostra è generazione fortunata perché no, noi non siamo una generazione fortunata.