CORONAVIRUS
Siamo diventati svedesi
Le misure contraddittorie del Consiglio Federale. E intanto in Ticino altri dieci morti e personale sanitario sfinito. Ma come si fa a non indignarsi?

di Andrea Leoni

Ancora dieci morti, solo oggi, in Ticino. Dieci padri, madri, nonni, zii, fratelli e sorelle - esseri umani, Cristo Santo - che non potranno festeggiare il Natale perché stroncati dal Covid19. Quel Natale che da simbolo della nascita, della comunione e della solidarietà - valori cristianamente intesi - si sta trasformando in un luttuoso apogeo dei nostri egoismi.

Ma come si fa di fronte al dramma che tante, troppe, famiglie ticinesi stanno vivendo in queste ore, a non avere un sussulto di umanità e di ribellione in grado di farci mettere da parte per un momento il superfluo. Ma chissenefrega del cenone di Natale e Capodanno, della corsa al regalo e della meta sciistica, quando contiamo morti a grappoli e abbiamo gli ospedali che scoppiano di malati. Ma come possiamo continuare a far spallucce, e a pensare agli aperò, quando ci sono medici e infermieri che lavorano 12 ore al giorno. E lo faranno anche a Natale e Capodanno. Proprio ieri ne ho incontrati alcuni. Sono allo stremo delle forze psicofisiche e si sentono completamente abbandonati dalla politica e, sissignore, da una parte consistente di quella società che ad aprile li applaudiva sui balconi e oggi gli gira bellamente le spalle.

Mi rendo conto di rappresentare un pensiero di minoranza, ma non ci si può non indignare di fronte a un’indifferenza feroce e pericolosa come quella che sta avvelenando l’intero tessuto sociale. È sbalorditivo che dal mondo politico, salvo rare eccezioni, non si levi una voce forte contro questa disumanità, a tutela di chi si batte ogni giorno in corsia e contro il menefreghismo di chi considera morti di serie B i vecchi e i malati. I più deboli della nostra comunità.

La rabbia sulla punta delle dita che picchiano sulla tastiera, rende difficile commentare con lucidità le ultime decisioni del Consiglio Federale. Di buono c’è che il Governo ha giustamente salvato i meritevoli, i Cantoni della Romandia, che mentre noi contemplavamo l'Ircocervo hanno agito per tempo, e oggi ne raccolgono i frutti. Hanno agito anche se per loro era il secondo lockdown. Anche se erano stanchi. Noi, questa volta, da Berna non ci meritiamo nulla. Positivo è anche il fatto che l’Esecutivo abbia finalmente fissato dei criteri sanitari, in grado di dare margine ai Cantoni di poter allentare la morsa delle restrizioni, se si dimostreranno virtuosi. I famosi semafori che si chiedono da tempo. Così una gestione federalista della crisi appare perlomeno possibile, più seria.

Di brutto c’è che siamo confrontati ancora con mezze misure, le più soft adottate nel centro dell’Europa. Misure che non sappiamo se sapranno dare quella svolta sanitaria di cui c’è assoluto bisogno, o se invece, dovranno essere per l’ennesima volta inasprite nel giro di poco tempo. L’approccio resta quello di inseguire il virus e non di anticiparlo.

Questo produce restrizioni contraddittorie, potenzialmente controproducenti, e che per alcuni settori economici appaiono ingiuste e illogiche. I bar e i ristoranti andavano chiusi - già nel mese di novembre, invero - e subito supportati economicamente. Concedere un’apertura, tagliando aperitivi e cene, è solo una presa in giro. Soprattutto se si considera il perentorio messaggio di fondo delle autorità, che è quello di starsene a casa il più possibile e di lavorare dove si può, ogni volta che si può, dalla propria abitazione. Ed è addirittura tragicomica la concessione di tenere aperto fino all’una per San Silvestro e la vigilia di Natale.

La chiusura dei negozi la domenica - cancellando anche l’estensione dell’orario il giovedì sera - arrischia di creare ulteriori assembramenti, più che diluire il flusso dei clienti. Quindi o si prolungava, anche di notte se necessario, l’orario d’apertura, oppure si lasciavano aperti solo i commerci essenziali.

In tutto questo ci si chiede dove sia la coerenza tra queste restrizioni e ad esempio l’apertura degli impianti sciistici. Oppure l’assenza d’interventi sul trasporto pubblico, che sappiamo essere una primaria fonte di contagio. O ancora su una chiusura anticipata, e una riapertura posticipata, delle scuole. L’impressione è che si proceda a tentativi in una “conduzione” della crisi che più caotica di così non si può.

In Svizzera e in Ticino ci stiamo sfracellando il muso contro la realtà, quella realtà che da settimane bussa alle porte delle nostre coscienze e che continuiamo ad ignorare con un cinismo che offende il cuore e ottenebra la mente. Sarà che siamo diventati svedesi. Nel senso peggiore del termine. 

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