Graziano Martignoni, psichiatra e professore alla SUPSI, spiega i meccanismi della paura diffusa che aleggia dopo gli attentati di Parigi. “È l’obbiettivo di questo terrorismo ‘molecolare’, fatto di piccoli attacchi che colpiscono nel quotidiano”

¨
LUGANO – Quanto successo venerdì scorso ha profondamente cambiato il modo di confrontarsi con la minaccia jihadista. Attaccati non sono stati i centri di un qualche potere, economico o politico, o luoghi che si poteva sospettare sensibili. Ma il nostro stesso vivere quotidiano. Gli ultimi otto giorni stanno facendo segnare una crescita esponenziale dell’ansia, della paura che si traduce in eventi annullati, viaggi cancellati e vacanze rimandate.
Quella che viviamo, spiega lo psichiatra e professore alla SUPSI, Graziano Martignoni ai microfoni della RSI, è una “ansia da contagio”. “Che è uno degli obbiettivi di questo terrorismo ‘molecolare’, fatto di piccoli interventi che avvengono nella quotidianità”, commenta Martignoni. Gesti normali, come andare al cinema, a un concerto o ritrovarsi in un bar diventano ora potenzialmente pericolosi. “Tutto ciò provoca sul piano collettivo una tale ansia da contagio, una malattia invisibile che ti può catturare senza che ce ne si possa accorgere o proteggersene”.
Un’ansia, prosegue lo psichiatra, alimentata anche dal fatto che se un tempo il nemico era di fronte a noi, era riconoscibile, oggi può essere invece chiunque. “Il nemico è oggi la persona che magari fino a ieri ti serviva il caffè e poi te lo ritrovi di fronte con un kalashnikov o una bomba in mano. Questo è il clima generale che si respira in Europa. Tutti noi siamo confrontati con il fatto che il sogno della certezza assoluta, quella realtà che abbiamo costruito, è messo oggi a dura prova. Ed è questa la strategia del terrorismo di stampa jihadista: inquietare l’occidente”.
In questo contesto il rafforzamento dei controlli assume le fattezze di un serpente che si morde la coda. Da un lato rassicurano e sappiamo essere necessari, ma dall’altro più controllori ci sono più si è confrontati con l’idea che qualcosa possa capitarti nel momento più inaspettato. Un ruolo ambiguo che ricoprono anche i media. “I giornali in questi giorni sono pieni di notizie su quanto avvenuto a Parigi, ma anche su come comportarsi in caso di attacchi. I media hanno la responsabilità di informare e fanno il loro dovere dando indicazioni, ma, allo stesso tempo, senza saperlo, fanno anche il gioco di chi vuole farci vivere nella paura”.
Si genera, insomma, ulteriore ansia. Il miglior antidoto, conclude Martignoni, è quindi continuare a vivere. “Non banalizzando la situazione odierna, prendendo quindi le giuste misure, ma continuando ad avere il coraggio di, in qualche modo, metterci la faccia. Dobbiamo reagire dicendoci che la vita è sempre rischiosa. È il rischio stesso di vivere, ma se smettiamo di farlo siamo già morti. La libertà è una cosa potentissima”.