Così la prima sezione penale della Corte di cassazione ha accolto l’istanza del padrino corleonese e ordinato al Tribunale di sorveglianza di Bologna di motivare meglio la negazione dei domiciliari al boss che vive in regime di ‘carcere duro’ dal gennaio 1993. Una decisione fondata su principi sanciti dalla Costituzione e dalla Convenzione europea dei diritti umani, ma che ha suscitato infuocate polemiche per il nome del detenuto. Un altro boss corleonese, Bernardo Provenzano, fedele amico e compagno di mafia di Riina, morto nel luglio scorso in regime di 41 bis, per il ‘valore simbolico del suo percorso criminale’, benché fosse da tempo quasi un vegetale, non più in grado di intendere e di volere tanto da non poter essere processato.