CRONACA
L'editoriale de Il Giornale: "La Svizzera sta diventando un po' italiana, e non nel senso buono"
Vittorio Macioce firma l'editoriale odierno: "Il mito ha le sue responsabilità: quando tutti credono che tutto funzioni, nessuno controlla più se funziona davvero"

MILANO – Parte da Guglielmo Tell, il caporedattore ed editorialista de Il Giornale Vittorio Macioce. Parte dal cappello, dalla mela, dalla balestra e dall'idea che l'indipendenza svizzera sia nata da "precisione e coraggio". Poi arriva il rovescio: "Guglielmo Tell di questi tempi non colpirebbe la mela. La Svizzera, si sussurra, non è più Svizzera". 

È un editoriale graffiante, quello apparso oggi sul quotidiano, che prende di mira la Confederazione attraverso una serie di episodi recenti. A partire, ovviamente, dall'incendio di Crans-Montana. Poi l'affondo a Losanna nell'editoriale intitolato "Roghi e incidenti: maledizione svizzera".

Un oggetto pirotecnico lanciato da tifosi ha incendiato i cavi ferroviari della stazione di Losanna, danneggiandone quaranta e bloccando il traffico fino a martedì. "Tifosi, bombe carta, in Svizzera", scrive Cacioce. "Non a Sora dopo un derby di D, non a Fuorigrotta in una notte di luna piena. No. A Losanna, dopo un decorosissimo 3 a 3", scrive riferendosi alla partita di Super League tra Losanna e Servette.

Il secondo colpo arriva dal Vallese: un treno regionale deragliato sulla linea Frutigen-Briga dopo che una valanga ha attraversato i binari nei pressi di Hohtenn. Ventinove passeggeri a bordo, cinque feriti, uno ricoverato a Sion. E non era la prima volta in pochi giorni sulla stessa tratta. "Due valanghe in una settimana sugli stessi binari", sentenzia l'editorialista. "In Italia la chiameremmo sfortuna, in Svizzera è una crisi identitaria".

Il terzo e più pesante affondo è su Crans-Montana. Lì, scrive Cacioce, "non si scherza". Quarantuno morti, un locale non controllato dal 2020, scale inadeguate, uscite di emergenza chiuse a chiave. E una conclusione amara: "Il mito ha le sue responsabilità: quando tutti credono che tutto funzioni, nessuno controlla più se funziona davvero".

E ancora: "Tutto questo va detto con il rispetto che si deve a un Paese che per secoli ha costruito il più formidabile luogo comune della storia moderna: l'efficienza. Quel posto dove i treni arrivano in orario, le banche funzionano meglio dei preti al confessionale, il cioccolato è una religione e gli orologi battono il tempo dell'universo. Gli elvetici una volta erano l'antimateria degli italiani. Noi il caos creativo, loro l'ordine cosmico. Noi Totò e Peppino alla stazione, loro il capotreno con il cronometro al millesimo. Era un equilibrio naturale. Servivano a noi per sentirci in colpa, e noi servivamo a loro per sentirsi superiori. Un patto non scritto, ma più solido di qualsiasi trattato internazionale. Poi è arrivato il 2026 e qualcosa si è rotto nell'ingranaggio". 
 

"La verità - scrive - è che la Svizzera sta diventando un po' italiana e non nel senso buono", scrive provocando. "Non sta importando la nostra cucina, il nostro cinema, la nostra arte di arrangiarsi con grazia. Sta importando il nostro talento per il disastro organizzativo. E questo non va bene per nessuno, perché se crolla il mito svizzero, dove andremo a mettere i nostri sensi di colpa?".

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