Mattea David: "La piazza non chiede il permesso di esistere. Ricorda al potere che non è padrone della democrazia"

*Di Mattea David (Opinione apparsa su Ticinonews)
Ci hanno insegnato a considerare la rabbia un guasto, un’incontinenza emotiva, un’isteria che squalifica chi la prova. Quando una donna si arrabbia, diventa irrazionale. Quando una persona giovane protesta, diventa irresponsabile. Quando una piazza si riempie di corpi che urlano, diventa un problema di ordine pubblico. È un meccanismo del potere: spostare la discussione da ciò che viene contestato a chi osa contestarlo. Giudicare il tono, il comportamento, la forma della protesta. Tutto pur di non entrare nel merito delle rivendicazioni.
Ci chiedono pazienza, di rispettare i tempi della politica, di aspettare la prossima votazione. Ma quanto deve aspettare chi non riesce a pagare un affitto, chi lavora senza vivere dignitosamente del proprio salario, chi vede i premi dell’assicurazione malattia assorbire una parte crescente del reddito? La pazienza non può diventare un obbligo imposto a chi paga il prezzo delle decisioni altrui.
Questa contraddizione riguarda anche noi, che ci raccontiamo come luoghi di partecipazione, compromesso e concordia. Come se poter votare significasse non avere più bisogno di protestare. Ma voto, iniziative popolari, referendum, petizioni, scioperi e manifestazioni sono strumenti diversi di partecipazione. Non si escludono a vicenda. La democrazia è anche il diritto di contestare ciò che viene deciso. La libertà di manifestare è un diritto fondamentale, non una concessione delle autorità a chi si comporta bene. Deve poter essere esercitata anche quando il messaggio disturba, mette in imbarazzo e contraddice le priorità di chi governa. La rabbia non nasce nel vuoto. Nasce quando la precarietà viene presentata come una prova di carattere, le disuguaglianze come fallimenti individuali e la rinuncia ai servizi pubblici come un sacrificio inevitabile. Nasce quando una discriminazione viene negata e si discute del tono di chi la denuncia. Prima ancora di ottenere una soluzione, bisogna dimostrare che il problema esiste.
Dalle mobilitazioni in Francia a quelle di Milano, dal Sud Italia all’Albania e agli Stati Uniti, fino alle nostre piazze, le proteste hanno cause differenti, ma pongono una domanda comune: che cosa succede quando una parte della società non riconosce più nelle istituzioni la volontà, o la capacità, di rispondere ai propri bisogni?
La rabbia giovanile dovrebbe interrogarci soprattutto su questo. Abbiamo chiesto alle nuove generazioni di studiare, formarsi, essere flessibili e adattarsi continuamente, mentre diventava sempre più difficile costruire le condizioni materiali per conquistare autonomia e stabilità. Poi, quando protestano contro questa contraddizione, ci si interroga sui toni, si invoca il confronto e si chiede di abbassare la voce.
Ma confrontarsi non significa chiedere a chi ha meno potere di tornare al proprio posto. Significa rispondere nel merito, assumere impegni concreti e accettare di mettere in discussione le proprie scelte. Altrimenti, quello che viene presentato come dialogo è soltanto una richiesta di obbedienza, formulata con tono educato. Troppo spesso la politica oscilla tra condiscendenza e disprezzo, mentre il dissenso viene ricondotto a una questione di sicurezza e ordine pubblico. Ma quante volte si affrontano con la stessa urgenza gli affitti, i salari, la sanità e l’indebolimento dei servizi? Il diritto di manifestare non può dipendere dal fatto che il dissenso sia comodo, silenzioso o condiviso da chi governa.
La storia dei diritti del lavoro, delle conquiste femministe e delle tutele sociali è anche una storia di mobilitazioni considerate eccessive o destabilizzanti. I diritti non sono arrivati per generosità di chi deteneva il potere, ma grazie a chi ha rifiutato di accettare come inevitabile ciò che veniva presentato come tale.
La rabbia, da sola, non basta: deve diventare organizzazione, obiettivi, alleanze e proposte. Ma la responsabilità del cambiamento non appartiene soltanto a chi protesta. Appartiene anche a chi governa e decide quali bisogni affrontare e quali rinviare.
La questione non è come convincere le persone a smettere di arrabbiarsi. È come costruire una società in cui non si debba arrivare a urlare per essere ascoltate. Rivendico il diritto di arrabbiarsi, di manifestare, di scioperare, di dissentire, di disturbare una quiete che troppo spesso viene scambiata per consenso. Il diritto di occupare lo spazio pubblico con le proprie ragioni e di pretendere risposte, non soltanto promesse.
Perché non è chi scende in piazza a dover dimostrare di meritare ascolto. È chi governa a dover dimostrare di meritare fiducia.
La piazza non chiede il permesso di esistere. Ricorda al potere che non è padrone della democrazia.
*già deputata PS