Difendere il diritto dell’Ucraina non significa rinunciare al diritto di fare domande. E chiedere prove e trasparenza non significa stare dalla parte dell’aggressore

di Oliviero Pesenti
La guerra in Ucraina è una tragedia reale. La Russia ha invaso un Paese sovrano nel febbraio 2022 e questa responsabilità non può essere cancellata, attenuata né giustificata. L’Ucraina ha diritto alla propria sovranità e a scegliere il proprio futuro.
Ma proprio perché la posta in gioco è così alta, dobbiamo guardare la realtà senza propaganda, tifoserie e paura.
Condannare l’invasione russa non significa rinunciare al diritto di interrogarsi sulle cause che hanno portato fin qui. Cercare di comprendere non significa giustificare. Significa guardare la storia nella sua interezza: responsabilità, errori, interessi, omissioni e scelte di tutte le parti.
Nel 1997 NATO e Russia firmarono un atto fondativo nel quale dichiaravano di non considerarsi avversarie e di voler costruire una pace duratura. Nel 2002 nacque il Consiglio NATO-Russia, concepito come sede di cooperazione tra partner considerati uguali. Nel 2008, al vertice di Bucarest, la NATO dichiarò che Ucraina e Georgia sarebbero diventate membri dell’Alleanza. Poi arrivarono il Maidan, l’annessione russa della Crimea e la guerra nel Donbass.
Ricordare questa sequenza non significa attribuire all’Occidente la responsabilità dell’invasione. Significa riconoscere che la storia non comincia nel febbraio 2022.
Ognuno di noi è libero di avere una propria opinione su una guerra così drammatica, anche sapendo che esistono un aggressore e un aggredito. Ciò che non possiamo accettare è trasformare questa libertà di giudizio in un tifo da curva, consapevole o inconsapevole, nel quale si sostengono come verità fatti che non sono stati dimostrati o interpretazioni che vengono presentate come certezze.
È un problema tutt’altro che secondario. Quando la guerra diventa una partita tra “noi” e “loro”, ogni informazione tende a essere utilizzata per confermare la propria posizione e ogni dubbio viene percepito quasi come un tradimento. Ma questo meccanismo alimenta odio, risentimento e contrapposizione, restringendo lo spazio necessario per discutere, comprendere e cercare una soluzione. I toni da stadio possono forse rafforzare una tifoseria; non hanno mai costruito una pace.
Proprio per questo abbiamo bisogno di un dibattito pubblico nel quale sia possibile condannare l’aggressione russa e, allo stesso tempo, interrogarsi sulle responsabilità, sulle scelte e sugli errori che hanno preceduto e accompagnato questa guerra. Difendere il diritto dell’Ucraina non significa rinunciare al diritto di fare domande. E chiedere prove e trasparenza non significa stare dalla parte dell’aggressore.
C’è poi un’altra parola che viene utilizzata sempre più spesso: imperialismo. Si denuncia, giustamente, l’ambizione russa di imporre con la forza la propria volontà ai Paesi vicini. Ma se vogliamo essere seri, dobbiamo applicare lo stesso metro alla storia. Spagna, Portogallo, Francia, Regno Unito, Belgio, Paesi Bassi, Germania e Italia hanno costruito, in epoche diverse, vasti imperi coloniali attraverso conquiste, dominio politico ed economico e, in numerosi casi, violenze e repressioni.
Ricordarlo non significa mettere sullo stesso piano il colonialismo europeo e l’invasione russa dell’Ucraina, né relativizzare quest’ultima. Significa semplicemente riconoscere che la storia dell’imperialismo non appartiene a una sola potenza o a un solo campo geopolitico. Se l’imperialismo è un principio da condannare, deve esserlo indipendentemente dalla bandiera sotto la quale si manifesta.
Se vogliamo un ordine internazionale fondato davvero sul diritto e sulla sovranità degli Stati, dobbiamo applicare gli stessi principi a tutti. Altrimenti non difendiamo un principio: difendiamo una parte.
Oggi ci viene detto che difendere l’Ucraina significa difendere tutta l’Europa da una futura invasione russa. È un rischio che non possiamo ignorare. Ma rischio, minaccia immediata e capacità di invasione sono tre cose diverse.
La Russia dispone di un enorme arsenale nucleare, missili a lunga gittata e capacità cyber e ibride che non possono essere sottovalutate. Ma la guerra in Ucraina ha anche mostrato i limiti delle sue capacità convenzionali. Se Mosca incontra enormi difficoltà nel conquistare e controllare l’Ucraina, è legittimo chiedersi con quali forze potrebbe oggi invadere, conquistare e governare grandi Paesi europei della NATO. Questo non significa negare una possibile minaccia futura, né sottovalutare la capacità russa di ricostituire le proprie forze nel tempo. Significa distinguere una possibilità da una certezza.
C’è poi un problema ancora più delicato: non si può fare un processo alle intenzioni. Dire che la Russia potrebbe rappresentare una minaccia futura è una valutazione legittima; affermare invece che Putin voglia inevitabilmente invadere l’Europa e che questa guerra sia soltanto l’anticipo di un’aggressione futura significa trasformare un’ipotesi in una certezza.
Questo è un modo di ragionare pericoloso e fuorviante. Una democrazia ha il diritto di conoscere i rischi, ma anche di sapere dove finiscono i fatti e dove iniziano valutazioni, ipotesi e scenari. Non si può chiedere ai cittadini di accettare sacrifici, spese militari enormi e la prospettiva della guerra sulla base di intenzioni che nessuno può conoscere con certezza.
La trasparenza informativa impone una distinzione elementare: ciò che sappiamo, ciò che riteniamo probabile e ciò che temiamo possa accadere. Confondere questi tre livelli non significa informare una popolazione: significa condizionarla. E questo, in una democrazia, è inaccettabile.
Anche la narrazione secondo cui Putin vorrebbe ricostruire una grande Unione Sovietica merita prudenza. La Russia può avere ambizioni regionali e voler recuperare influenza nello spazio post-sovietico. Ma ricostruire l’URSS significherebbe controllare territori immensi, popolazioni diverse e sostenere un apparato che oggi Mosca non possiede. Un’ipotesi geopolitica non può diventare una certezza storica.
E il nucleare impone realismo. Un suo impiego contro l’Europa provocherebbe una catastrofe dalle conseguenze incalcolabili e rischierebbe di innescare una risposta americana e una spirale incontrollabile. Un attacco nucleare non avrebbe vincitori: metterebbe a rischio la Russia stessa, l’Europa e il mondo intero. È proprio questa consapevolezza a rendere l’arma nucleare soprattutto uno strumento di deterrenza, non di conquista.
Negli ultimi giorni abbiamo assistito a episodi preoccupanti legati a droni e guerra ibrida. In Germania un drone carico di esplosivo è stato trovato all’aeroporto di Lipsia/Halle, nei pressi di un aereo Antonov ucraino. Il governo tedesco ha attribuito l’operazione alla Russia sulla base delle proprie indagini; Mosca nega. Il cancelliere Friedrich Merz ha successivamente affermato che l'attacco sarebbe stato pianificato in Russia per mesi e che una tragedia sarebbe stata evitata per un soffio. Sono fatti gravissimi. Ma proprio per questo dobbiamo pretendere prove, precisione e responsabilità nell’informazione.
E qui emerge un problema ancora più generale. Anche quando un’autorità attribuisce la responsabilità di un episodio a uno Stato, un’attribuzione ufficiale non dovrebbe automaticamente trasformarsi, nel dibattito pubblico, in una verità definitivamente accertata. È necessario distinguere ciò che è stato verificato direttamente da ciò che viene ricostruito attraverso intelligence, valutazioni tecniche o informazioni non interamente rese pubbliche. Un’attribuzione ufficiale va presa sul serio; non significa però che il pubblico disponga necessariamente di tutte le prove sulle quali essa si fonda.
Lo stesso vale per il caso moldavo. Un drone è entrato nello spazio aereo della Moldavia e le autorità hanno formulato una propria attribuzione sulla sua provenienza. Ma questo è un fatto diverso dall'affermare che quel drone fosse diretto contro l’aereo di Zelensky o che lo avesse «quasi colpito». Quest’ultima affermazione richiederebbe prove specifiche. Il drone, secondo le autorità moldave, è esploso a circa 160 chilometri dall’aeroporto di Chișinău.
Il problema non è quindi stabilire a priori se un drone sia russo o ucraino. Il problema è pretendere che ogni attribuzione venga presentata per quello che è: un’attribuzione, una valutazione, un’ipotesi o, quando esistono prove sufficienti, un fatto accertato. Se non conosciamo la provenienza con certezza, dobbiamo avere l’onestà di dirlo. Se non sappiamo quale fosse l’obiettivo, non possiamo inventarlo.
Quando invece una notizia viene rilanciata rapidamente come un fatto certo e soltanto dopo arrivano precisazioni che ne ridimensionano la portata, il danno è già fatto. La paura corre molto più veloce della verifica.
Smettiamola, allora, di fare terrorismo mediatico. Informare i cittadini sui rischi è doveroso. Convincerli che il peggiore degli scenari sia inevitabile è un’altra cosa. La democrazia non ha bisogno di cittadini spaventati per accettare il riarmo. Ha bisogno di cittadini informati in maniera trasparente e veritiera.
L’Europa deve rafforzare la propria difesa. Per decenni ha investito troppo poco nelle capacità militari e ha fatto affidamento sulla protezione americana. Correggere questo squilibrio è necessario. Ma rafforzare la sicurezza non significa giustificare qualsiasi livello di spesa attraverso la paura. Un’Europa disarmata sarebbe irresponsabile. Un’Europa che sapesse soltanto riarmarsi sarebbe però politicamente incompleta.
Le risorse destinate all’Ucraina sono ormai prossime ai 300 miliardi di euro tra Europa e Stati Uniti, considerando gli aiuti complessivamente allocati dall’inizio della guerra. Sono cifre che impongono non soltanto solidarietà, ma anche una valutazione rigorosa dei risultati ottenuti e degli obiettivi ancora raggiungibili. Il dato va letto per quello che è: si tratta di aiuti allocati, non semplicemente di denaro consegnato in contanti. Il monitoraggio del Kiel Institute comprende infatti aiuti militari, finanziari e umanitari e viene aggiornato nel tempo.
Questi aiuti hanno prodotto risultati tangibili: l’Ucraina ha mantenuto in vita le proprie istituzioni, ha evitato il collasso dello Stato, ha impedito alla Russia di conquistare il Paese e ha sviluppato capacità militari considerevoli.
Ma il risultato politico è uno solo: la guerra continua.
Dobbiamo quindi avere il coraggio di chiederci: quali risultati strategici concreti abbiamo ottenuto e quale risultato realistico vogliamo ancora raggiungere? Se la risposta è soltanto che dobbiamo continuare ad armare l’Ucraina perché la Russia non può vincere, rischiamo di trasformare un mezzo opportuno in un fine non accettabile. Il sostegno militare può essere necessario per difendere un Paese; non può diventare, da solo, una strategia di pace.
La guerra deve finire. Non soltanto per fermare morti e distruzione, ma anche per preservare l’economia europea e mondiale da una spirale di instabilità sempre più pericolosa. Energia, commercio, inflazione, investimenti e finanza dipendono anche dalla stabilità geopolitica.
L’Europa dovrebbe quindi utilizzare tutto il proprio peso politico, economico e diplomatico per riportare Putin e Zelensky al tavolo negoziale, con Stati Uniti, Unione Europea e, quando possibile, anche la Cina nel ruolo di facilitatori e garanti. L’agenda dovrebbe essere chiara: sicurezza dell’Ucraina, garanzie internazionali credibili, futuro dei territori occupati, ricostruzione e una nuova architettura di sicurezza europea.
Non è mai esistita, e probabilmente non esisterà mai, una pace perfettamente giusta per tutti. Pensare che una guerra possa concludersi soltanto quando ogni parte avrà ottenuto tutto ciò che considera giusto è pura demagogia. Una pace reale nasce spesso da compromessi difficili, nei quali nessuno ottiene tutto e tutti rinunciano a qualcosa.
E proprio le parole dei nostri leader dovrebbero indurci a riflettere. Emmanuel Macron ha affermato che Francia ed Europa devono essere pronte a difendere libertà e diritto «al prezzo del sangue, se necessario». In un’Europa già attraversata da una forte escalation retorica, una frase simile non può essere liquidata come semplice linguaggio politico. Non giudico le intenzioni di chi le pronuncia. Giudico la responsabilità delle parole e l’effetto che possono produrre. Un leader deve preparare il proprio Paese anche all’eventualità della guerra, ma ha un dovere ancora più grande: fare tutto ciò che è possibile perché quel sacrificio non diventi necessario.
Perché il sangue dei nostri giovani non può diventare una variabile ordinaria della politica internazionale. Può essere l’estremo sacrificio imposto da una necessità. Non può diventare l’orizzonte verso cui una classe dirigente conduce l’Europa.
Per riuscirci serve ciò che oggi manca più di ogni altra cosa: una vera leadership politica europea. La vera autonomia strategica non consiste soltanto nel comprare o fabbricare più armi: consiste nella capacità di decidere quale futuro vogliamo costruire.
La deterrenza serve per impedire la guerra. La diplomazia serve per terminarla.
E in questo scenario la Svizzera può avere un ruolo prezioso. La sua forza è la neutralità e la sua tradizione diplomatica. Se vuole contribuire alla pace, deve preservare la fiducia di tutte le parti e mantenere aperti i canali del dialogo. La Svizzera non deve essere parte del conflitto. Deve essere parte della soluzione.
La sicurezza non si costruisce soltanto preparando i cittadini alla guerra. Si costruisce anche facendo tutto ciò che è possibile per impedirla. La democrazia non ha bisogno di cittadini spaventati per accettare il riarmo. L’Europa deve essere abbastanza forte da non avere paura della guerra, ma abbastanza lungimirante da non considerarla un destino.