IL FEDERALISTA
Venezuela, la lotta degli imperi sulla testa di un popolo
Una lettura della crisi aperta dal ratto spettacolare inscenato da Trump in un contesto geopolitico incandescente. Con una nota sul crollo del diritto internazionale

a cura della redazione de ilfederalista.ch

C’è un Paese che in queste settimane vive come se il tempo si fosse inceppato. Non è in guerra, ma non è in pace. Non è liberato, ma non è più guidato dal suo dittatore. Il Venezuela dopo l’arresto di Nicolás Maduro non è entrato in una nuova fase storica, è rimasto sospeso. E a pagare il prezzo più alto non sono né Washington né Pechino (i veri due grandi player dietro quanto sta accadendo a Caracas) ma le persone comuni, i milioni di venezuelani che non sono fuggiti dal loro Paese e che in questi giorni di attesa vivono tra paura, silenzio e lotta quotidiana per la sopravvivenza.

Da quando Maduro è stato portato negli Stati Uniti, a Caracas le serrande dei negozi si abbassano nel primo pomeriggio, per prudenza. Il timore di rappresaglie con il buio aumenta. I controlli sono aumentati, gli arresti arbitrari si moltiplicano, i colectivos, bande armate composte da civili al soldo del regime, continuano a presidiare i quartieri popolari. Per le strade chiunque può essere fermato e sottoposto a controlli, che a volte si spingono fino all’ispezione dei cellulari alla ricerca di messaggi politicamente “scorretti”, che possono comportare l’arresto: ecco perché è ormai imperativo per i venezuelani cancellare chat e cronologie dai loro telefonini.

Nei pochi negozi aperti si fa la fila per beni scarsi e costosi, pagati con stipendi che, senza sussidi, non arrivano all’equivalente di dieci franchi mensili. Nessuno discute di Trump come salvatore, nessuno difende Maduro come vittima. Tornare a vivere normalmente è in questo momento la principale aspirazione.

Emerge qui il primo grande dato politico: il popolo venezuelano è rimasto, ancora una volta, fuori dal perimetro delle decisioni. Nel dibattito internazionale che ha accompagnato l’arresto di Maduro si è parlato di diritto internazionale (ne diremo tra poco), di precedenti storici, di equilibri regionali, ma raramente della vita reale delle persone e di ciò che sia meglio per loro.

A mettere al centro, esplicitamente, il bene della popolazione è stata non a caso la Chiesa. Papa Leone XIV e il Segretario di Stato Piero Parolin, che conosce bene il Venezuela essendo stato Nunzio a Caracas dal 2009 al 2013, hanno insistito su un criterio elementare: prima le persone. Non il petrolio, non le alleanze, non la propaganda.

Maduro non è il fine, ma il mezzo

Per comprendere ciò che sta accadendo occorre anzitutto liberarsi da una lettura superficiale e guardare al contesto geopolitico. L’arresto di Maduro non è spiegabile come un’improvvisa crociata democratica, né tanto meno come un colpo di testa di Donald Trump, sia pure motivato dalla lotta al narcotraffico. La chiave interpretativa più solida è un’altra, ovvero che il Venezuela è tornato a essere una pedina centrale nella competizione globale tra Stati Uniti e Cina. E il petrolio ne rappresenta l’arma strategica.

Negli ultimi quindici anni Pechino ha costruito in Venezuela una presenza strutturale. Prestiti miliardari garantiti da forniture energetiche, infrastrutture finanziate in cambio di greggio, cooperazione tecnologica e militare. Il chavismo ha consegnato alla Cina ciò che l’Occidente aveva progressivamente abbandonato, ovvero l’accesso privilegiato alle maggiori riserve petrolifere del pianeta, non tanto per affinità ideologica, ma per la sopravvivenza del proprio potere.

Da questo punto di vista, Maduro non era più soltanto un dittatore regionale ma il garante di un asse energetico strategico che riduceva il margine di manovra degli Stati Uniti nel proprio “cortile di casa”. L’operazione Absolute Resolve non nasce quando il regime diventa più repressivo — lo era da anni — ma quando l’integrazione venezuelana nella proiezione globale cinese rischiava di diventare irreversibile.

Con l’arresto di Maduro il messaggio dell’amministrazione Trump è stato chiaro: il Venezuela non può essere un hub energetico della Cina nell’emisfero occidentale. Tutto il resto — democrazia, diritti umani, transizione — viene dopo.

La realpolitik americana

Questo spiega anche le apparenti contraddizioni della strategia statunitense. Washington continua a riconoscere Edmundo González come presidente legittimo e la Nobel per la Pace 2025 María Corina Machado democratica (che a giorni verrà accolta alla Casa Bianca) come figura più rappresentativa dell’opposizione. Ma, nei fatti, ha accettato una gestione transitoria affidata a settori interni del sistema madurista, con Delcy Rodríguez alla presidenza e gli apparati militari intatti.

Non è incoerenza ma realpolitik. Per gli Stati Uniti, oggi, il controllo effettivo degli apparati pesa più della legittimità democratica. La priorità è evitare il collasso dello Stato caraibico, garantire la continuità delle infrastrutture strategiche e, soprattutto, ridurre l’influenza cinese sul settore energetico. La democratizzazione viene… rinviata a una fase successiva, per ora indefinita.

Emerge qui un primo limite radicale della strategia trumpiana, a livello di obbiettivi. Una politica che sacrifica la dimensione sociale ed etica alla stabilità strategica non può che produrre una transizione senza popolo, una riconfigurazione del potere che cambia i referenti ma non le logiche interne. La storia latinoamericana è ricca di esempi in cui la stabilità apparente ha preparato nuove fratture.

La critica a Trump, dunque, non riguarda l’obiettivo di porre fine al regime di Maduro, ma l’assenza di una visione che tenga insieme sicurezza, giustizia e dignità umana. Una realpolitik che ignora le persone finisce per alimentare l’instabilità che vorrebbe prevenire.

Cuba: il vero epicentro della crisi

Se il Venezuela vive nel limbo, Cuba vive nella paura. Il chavismo non è stato solo un alleato dell’Avana: ne è stato il principale sostegno economico, politico e militare. Per oltre due decenni, il petrolio venezuelano ha tenuto in piedi l’isola, alimentando centrali elettriche, trasporti e apparati repressivi. In cambio, Cuba ha fornito non solo medici, ma intelligence, quadri militari e consulenti politici.

La morte di decine di agenti cubani durante l’operazione che ha portato all’arresto di Maduro — ammessa ufficialmente dall’Avana — ha reso visibile questa simbiosi. Non si trattava di cooperazione umanitaria, ma di integrazione dei sistemi di sicurezza.

Per questo oggi Cuba non teme semplicemente il dopo-Maduro: teme il dopo-chavismo. La possibilità che un futuro governo venezuelano interrompa i flussi energetici mette in discussione la sopravvivenza stessa di un regime, quello castrista, già di suo ridotto a un sistema poliziesco posto a guardia di un progetto economico-sociale fallimentare.

In questo senso, il contenimento della Cina e l’indebolimento di Cuba coincidono. Per Trump colpire l’asse Caracas–Pechino significa anche incrinare l’architettura costruita dall’Avana negli ultimi trent’anni. Non è un caso che L’Avana parli in questi giorni di “sangue condiviso” e di “guerra”.

La diaspora e la grande contraddizione americana

C’è però una voce che resta sistematicamente marginale ed è quella degli oltre otto milioni di venezuelani della diaspora. La più grande dell’America Latina di tutti i tempi. Dopo l’arresto di Maduro, nelle comunità all’estero sono esplose feste spontanee e lacrime di sollievo. Per la prima volta, la parola “ritorno” è tornata a essere pronunciabile.

Tuttavia mentre gli Stati Uniti contribuiscono a smontare il regime che ha prodotto questa diaspora, allo stesso tempo irrigidiscono le politiche migratorie ostili a chi fugge quella dittatura. Una contraddizione che non fa che accentuare la perdita di credibilità etica dell’Amministrazione Trump

Il Venezuela di oggi non è un Paese liberato, né un Paese occupato. È un sistema sospeso, in cui la competizione tra potenze rischia di prevalere sulla ricostruzione sociale. A ennesima conferma del fatto che una geopolitica dimentica della centralità della persona è sempre destinata a produrre macerie umane.

Se il contenimento della Cina diventa per Trump l’unico orizzonte, il dopo-Maduro sarà soltanto una redistribuzione del potere. Qualora invece sicurezza, giustizia e dignità fossero tenute insieme, questa crisi potrebbe diventare un punto di svolta, non solo per il Venezuela ma per un’America Latina stanca di essere terreno di scontro tra imperi.

La vera alternativa non è, dunque, fra Trump e Maduro ma fra una politica che usa i popoli e una politica che li mette al centro. People first, per parafrasare lo slogan di Trump, o il vuoto.

E il diritto internazionale?

Vi è tuttavia anche un secondo, radicale limite della strategia messa in atto da Trump nell’operazione di cattura del dittatore venezuelano. Un limite che ne contraddistingue il metodo. Ovvero, la violazione del diritto internazionale, che protegge la sovranità degli Stati, l’inviolabilità dei loro confini e l’immunità di chi li rappresenta. Attraversiamo un’epoca in cui, guerra dopo guerra, la legge della forza sembra avere ormai conquistato il campo dei rapporti tra gli Stati.

Il diritto internazionale, che viene dato ormai tranquillamente per defunto, è in realtà un patrimonio che l’umanità si è conquistata lungo i secoli e che si è consolidato a metà del secolo scorso dopo le tragedie delle due guerre mondiali.

Lasciar prevalere la legge della forza significa rendere il mondo più instabile e pericoloso per tutti. Se gli Stati Uniti di Trump sembrano regredire alla legge del Far West, a maggior ragione ricade su di noi europei il compito di difendere e custodire il diritto internazionale.

 

 

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