Il Federalista propone "alcuni spunti che aprono, inaspettatamente, squarci incoraggianti ma anche interrogativi inquietanti sulla povertà educativa della nostra società"

A cura della Redazione de Il Federalista
Nel mezzo di una marea mediatica che ha coperto la tragedia di Crans-Montana con una fitta coltre di congetture giudiziarie e polemiche internazionali spesso grevi, ci siamo imbattuti in alcuni spunti che aprono, inaspettatamente, squarci incoraggianti ma anche interrogativi inquietanti sulla povertà educativa della nostra società.
Ci ha scritto un amico: “Come stride l’augurio di buon anno che ci siamo scambiati allo scoccare della mezzanotte con ciò che è accaduto poco dopo nella località vallesana”.
Eppure, ha aggiunto, “dentro al mistero di ciò che è accaduto, di fronte all’imprevedibile, nel mezzo delle cose tremende, si è insinuato un modo di essere uomini e donne che resiste alla tentazione della disperazione: penso agli atti eroici di diverse persone, alla solidarietà tra i Cantoni, al desiderio di ognuno di poter essere in qualche modo utile, o di potersi stringere a chi è nel dolore”.
1) Il coraggio e la fede di un 14enne
Partiamo allora dagli “atti eroici”. La televisione privata ginevrina Léman Bleu ha trasmesso domenica sera una delicata e intensa intervista a un ragazzo romando di 14 anni, Marc-Antoine, originario di Crans-Montana per parte materna. Quella notte, Marc-Antoine ha lasciato le stampelle su cui si reggeva dopo un incidente sportivo per tuffarsi nell’inferno del Constellation e aiutare a salvare altri giovani.
Di seguito alcuni passaggi dell’intervista.
Marc-Antoine
“Mi trovavo sulla piazza di Crans-Montana con tanti amici. Doveva essere un Capodanno gioioso tra amici. Ci stavamo divertendo. Poi abbiamo deciso di spostarci verso il Constellation. Parlavo con un amico all’ingresso del bar e… è tutto un po’ confuso, ma a un certo punto sentiamo delle urla, una porta che si apre, vediamo la gente che si accalca, giriamo la testa e ci rendiamo conto che c’è il fuoco. È la confusione… nessuno capisce niente. Chiediamo di chiamare le ambulanze.”
“In quel momento non rifletto a lungo. Decido di posare le mie stampelle. Ero ferito alla caviglia per un incidente sportivo e, con un amico, Nicolas, decidiamo di sbrigarci per aiutare le persone. Ho il ricordo fortissimo di quella ragazza che si vede nel video, la prima che esce scavalcando la ringhiera: sembrava una visione da zombie. È stato come un film dell’orrore. Eravamo in molti a cercare di aprire quella porta che non si apriva. Alla fine ci siamo riusciti.”
“Mi chiedevo come si possa dire a dei genitori che hanno perso i loro figli: ‘Avete fatto bene a mandarli lì’. Spesso sono genitori che conoscono questa stazione da sempre, che hanno fiducia. È sotto casa, è la via accanto. Si esce tra amici per divertirsi. Io stesso ci ero stato nei giorni precedenti.”
Intervistatrice
“Molti genitori, paradossalmente, pensavano che i loro figli fossero più al sicuro al Constellation che altrove, rispetto a feste private.”
“Lei è un eroe. Si è stupito? Pensa che questa esperienza potrà aiutarla nel resto della vita?”
Marc-Antoine
“Forse. Non è qualcosa a cui si pensa adesso. Forse un giorno potrò aggrapparmi a questo per stare meglio.”
Intervistatrice
“Era a Messa domenica? Sarà alla commemorazione di venerdì?”
Marc-Antoine
“Sì, ero a Messa domenica e sarò alla commemorazione venerdì. Prego ogni giorno per le vittime, per le famiglie, per i soccorritori, per tutti quelli che hanno assistito a questo dramma. Dobbiamo mostrare la nostra solidarietà reciproca, perché siamo tutti vittime, ciascuno a suo modo, di questo dramma.”
Intervistatrice
“Dio è entrato nella sua vita in quel momento o era già presente?”
Marc-Antoine
“Dio era già presente nella mia vita, ma lo è ancora di più adesso. Credo davvero che Dio faccia tutto per le vittime e che riuscirà, a modo Suo, ad aiutarle. Anche quelle che non sono più qui.”
2) Siamo fatti per la vita
Continuava la lettera del nostro amico: “Tutto questo non risolve nulla, non può rimettere le cose a posto, ma ci ricorda di che pasta siamo fatti: vogliamo la vita e non la morte. E ci accorgiamo di avere bisogno degli altri e di un aiuto per guardare le cose brutte senza disperarci, così da poter godere anche quelle belle senza superficialità”.
Chi più ci ha aiutati in questi giorni a guardare il dolore senza cedere alla disperazione è stato il nostro vescovo. Monsignor Alain de Raemy, amministratore apostolico della diocesi di Lugano, ha officiato mercoledì 7 gennaio il funerale di Sofia Prosperi, la quindicenne residente in Ticino morta nel rogo di Capodanno. Due passaggi della sua introduzione all’Eucaristia restano impressi.
“Il nostro pensiero va subito a tutti gli altri giovani che condividevano con Sofia la festa di Capodanno; ma anche a tutti i giovani del Ticino e del mondo, colpiti ogni giorno nel corpo, nell’anima e nello spirito dalle guerre, dalle malattie incurabili, dalla disperazione che porta al suicidio, sulle strade, sul lavoro o divorati dalla fame nell’indifferenza generale.”
“Tutto in noi oggi dice ‘No’. No, non è possibile. No, non si può morire a quindici anni. Ma oggi Sofia vive uno sconvolgente ‘Sì’: il più grande sì alla vita. Noi siamo nel ‘No’, perché non sappiamo cos’è l’eternità. Eppure l’abbiamo dentro di noi. Siamo fatti per la vita, per una vita piena, per sempre.”
3) Divertimento e felicità
Lorenzo Ricciardi ha 25 anni, è cresciuto in Ticino e oggi studia Scienze dell’educazione all’Università di Milano-Bicocca. Da adolescente ha attraversato l’esperienza della droga e ha trascorso alcuni anni nella comunità “L’Imprevisto”, fondata a Pesaro da Silvio Cattarina. La sua riflessione, partita dalla tragedia di Crans-Montana, tocca il desiderio radicale di felicità che spesso si traveste da ricerca di divertimento.
Lorenzo
“La mia reazione immediata è stata una grande tristezza. Un magone pensando a quei ragazzi, a quei giovanissimi. Ho provato anche sdegno: a quell’età, dieci anni fa, non si entrava in certi locali.”
“Sì, anch’io ho frequentato bar e discoteche. Erano momenti in cui cercavo di scappare, di svuotarmi, una specie di sfascio. Era un’illusione di divertimento. Il giorno dopo ero più vuoto di prima. In fondo, tutti cercano la felicità.”
“Si va in certi posti perché mancano proposte alternative. L’adulto spesso dice solo cosa è sbagliato, ma non propone qualcosa di diverso. E se dici a un giovane che una cosa è sbagliata, lui la rifarà con più voglia.”
“Ho incontrato persone che mi hanno mostrato un modo più bello di vivere, senza obbligarmi. Ho visto adulti seri e felici, e questo mi ha fatto capire che la felicità è possibile.”
“Oggi per stare con gli amici cucino, organizzo una cena, si parla, ci si guarda in faccia. Prima mi sembravano cose da sfigati. Ora so che lì c’è un incontro vero. Nei rave o nei locali con la musica a tutto volume sei in mezzo alla gente, ma sei solo.”