IL FEDERALISTA
Trump, la Chiesa americana non ci sta
Il Papa americano sta togliendo quella copertura cattolica all’ideologia MAGA che il vicepresidente J.D. Vance aveva portato in dote al presidente

di Claudio Mésoniat - articolo pubblicato su ilfederalista.ch

“Lo scontro di Minneapolis ha rivelato una frattura sul significato della cittadinanza e dei diritti costituzionali forse altrettanto profonda di quella che divise la nazione nel 1861. La lotta, oggi come allora, verte su questa semplice domanda: che tipo di America siamo?”. 

Un paragone da far tremare le vene e i polsi. Non scherzava oggi Lydia Polgreen, editorialista del New York Times, nel suo fondo pubblicato dal più noto giornale americano. Esagerato, certamente, paragonare gli scontri che stanno scuotendo gli Stati Uniti nientemeno che alla Guerra di Secessione che oppose gli Stati del Sud schiavista a quelli del Nord dopo l’elezione di Abramo Lincoln alla presidenza. Ma l’esagerazione coglie una frattura reale, che si va facendo sempre più profonda nella società americana.

Se appare significativo –per fare un esempio pop- che il cantante Bruce Springsteen abbia scritto una canzone di protesta intitolata "Streets of Minneapolis", distribuendola gratuitamente online, ancor più significativo –e preoccupante per i dirigenti MAGA, a cominciare dal cattolico vicepresidente J.D. Vance- è il succedersi in questi giorni delle dichiarazioni pubbliche di alcune tra le più importanti figure della Chiesa americana.



"Profondo fallimento morale"
La Chiesa americana non ci sta
Gli omicidi commessi dai corpi speciali creati da Trump per dare la caccia ai "parassiti" (gli immigrati clandestini, nel suo linguaggio) stanno esasperando il clima di divisione nel Paese. C'è chi (sul NYT) agita lo spettro di una nuova Guerra di Secessione. A difendere i più vulnerabili, e non solo a parole, la Chiesa cattolica, guidata da un gruppo di cardinali che, abbandonate le cautele diplomatiche, giudicano la disumanità dell'ideologia MAGA per quel che è. Cupich, McElroy, Tobin, ovvero i prelati più vicini al Papa americano.
 
“Lo scontro di Minneapolis ha rivelato una frattura sul significato della cittadinanza e dei diritti costituzionali forse altrettanto profonda di quella che divise la nazione nel 1861. La lotta, oggi come allora, verte su questa semplice domanda: che tipo di America siamo?”. 

 


Un paragone da far tremare le vene e i polsi. Non scherzava oggi Lydia Polgreen, editorialista del New York Times, nel suo fondo pubblicato dal più noto giornale americano. Esagerato, certamente, paragonare gli scontri che stanno scuotendo gli Stati Uniti nientemeno che alla Guerra di Secessione che oppose gli Stati del Sud schiavista a quelli del Nord dopo l’elezione di Abramo Lincoln alla presidenza. Ma l’esagerazione coglie una frattura reale, che si va facendo sempre più profonda nella società americana.

Alex Pretti
Le immagini di Minneapolis scorrono sotto i nostri occhi da alcuni giorni. Segno, dapprima, di una mobilitazione popolare solidale e festosa, a sostegno degli immigrati clandestini sotto tiro della polizia speciale inviata da Washington per “stanarli” e “buttarli fuori dagli USA”. Ma nelle ultime ore, quelle immagini sono diventate i fotogrammi di un’estenuante moviola che analizza l’esecuzione sommaria di un giovane manifestante americano, Alex Pretti.

Il 37enne solare infermiere di Minneapolis è la seconda vittima statunitense dei pistolero inviati da Trump a sedare le manifestazioni nella città ribelle: il 7 gennaio agenti dell'Immigration and Customs Enforcement (ICE) avevano abbattuto a colpi d’arma da fuoco, in circostanze non del tutto chiare, Renée Good, lei pure 37enne e madre di tre figli.

L'operazione Metro Surge, che ha coinvolto in Minnesota 3.000 agenti federali, si sta orientando verso un approccio più mirato: lo “zar delle frontiere” nominato dal presidente Trump, Tom Homan, ha annunciato una riduzione del personale, in seguito alle proteste pubbliche e alle due sparatorie mortali. Ma essa ha fatto da detonatore, all’interno del Paese, di un’opposizione non più solo politico-mediatica alle imprese del movimento MAGA, trionfatore delle ultime elezioni presidenziali USA e da allora impegnato a demolire le fondamenta di un ordine interno e internazionale fondato sul diritto.

Se appare significativo –per fare un esempio pop- che il cantante Bruce Springsteen abbia scritto una canzone di protesta intitolata "Streets of Minneapolis", distribuendola gratuitamente online, ancor più significativo –e preoccupante per i dirigenti MAGA, a cominciare dal cattolico vicepresidente J.D. Vance- è il succedersi in questi giorni delle dichiarazioni pubbliche di alcune tra le più importanti figure della Chiesa americana.
Il cardinal Cupich con papa Leone
Il paragone con l'Olocausto

A scendere in campo, dopo i fatti di Minneapolis, è stato anzitutto il cardinale di Chicago (la città natale di papa Leone), Blase Cupich, legato a Prevost da lunga e nota amicizia. E non l’ha fatto con parole troppo diplomatiche. In un’intervista televisiva, martedì 27, Giorno della Memoria, ha ricordato che l’Olocausto “non è iniziato con l'apertura dei campi di concentramento. È iniziato con le parole” (tema caro a Leone XIV). “Le parole contano”, ha ribadito, riferendosi ai termini di “parassiti” e “spazzatura” spesso usati dai leader MAGA per definire gli immigrati clandestini.

 Sull’uccisione di Alex Pretti il cardinale di Chicago, sollecitato dalla conduttrice dopo il visionamento dei video che hanno catturato l’episodio, ha affermato: “Abbiamo visto cosa è successo (…), eppure c'è una narrazione in giro che contraddice ciò che i nostri occhi ci hanno raccontato”. Il riferimento qui era alla versione diffusa dalla Casa Bianca che, per bocca della Segretaria alla Sicurezza Interna Kristi Noem, ha sostenuto essere Pretti un “terrorista interno”, pronto a compiere una strage. “Bugie?”, ha interrogato la presentatrice. Cupich è rimasto in eloquente silenzio.

Ha invece risposto alla domanda “Cosa possiamo fare per superare le divisioni che ci dividono?”. “Questa è una democrazia”, ha ricordato agli spettatori, “non possiamo restare con le mani in mano”.

Che Cupich sia “l’uomo di papa Leone” negli Stati Uniti non è un segreto per nessuno. Pochi mesi fa, il Pontefice aveva riconosciuto pubblicamente a Cupich il merito di aver ampliato la testimonianza pro-life della Chiesa non limitandola alla sola questione dell’aborto ma estendendola a temi di natura sociale. Va ricordato ad esempio che la diocesi di Chicago ha aperto mense e cliniche legali per immigrati senza documenti. “La fede in azione”, secondo il linguaggio degli ultimi due Papi.


La difesa della vita non è solo questione di aborto

Andiamo a Washington, dove è il cardinal Robert McElroy a guidare le proteste. “Renee e Alex sono stati uccisi mentre cercavano giustizia per la loro comunità. Onoriamo le loro vite rifiutandoci di distogliere lo sguardo”. La reazione al “profondo fallimento morale” rappresentato da questi omicidi è contenuta in una dichiarazione rilasciata da McElroy insieme ad altre sette personalità religiose dell’area di Washington (tra cui protestanti, ebrei, musulmani). Il linguaggio è esplicito e i toni drammatici: “In questo momento cruciale della vita della nostra nazione, ci troviamo di fronte a una scelta”. La scelta se lasciarsi definire da “paura e violenza” “o rispondere con coraggio, coscienza e determinazione morale”.

“Nel corso della storia”, si legge ancora nella dichiarazione, “le persone di fede sono state chiamate a parlare quando la dignità umana è minacciata”. È il valore sacro di ogni vita umana che “ci spinge a stare al fianco degli immigrati e di quanti sono particolarmente vulnerabili in questo momento”. Sigillando: “Non accetteremo la distruzione dei nostri quartieri o la normalizzazione della disumanizzazione”.

Non può dunque sfuggire come alcuni tra i vescovi più vicini al “Papa Americano” stiano mettendo in pratica l'appello lanciato lo scorso ottobre da Leone XIV affinché la Chiesa “si schieri con una sola voce al fianco delle famiglie di migranti”.

Con le parole di Leone

Come non è certo un caso che  McElroy abbia firmato una dichiarazione congiunta con i colleghi cardinali Cupich (di cui sopra) e Joseph Tobin (di Newark) che conteneva critiche molto esplicite alla politica estera dell’Amministrazione Trump. Vi si affermava espressamente come “il ruolo morale dell'America nell'affrontare il male nel mondo” fosse seriamente “messo in discussione”.

Nel testo venivano indicate le avventure trumpiane, dal Venezuela alla Groenlandia (con un accenno all’equivoco comportamento del presidente sulla questione ucraina), che stanno facendo evaporare l’ordine globale acquisito nel Secondo Dopoguerra, sostituendo la forza del diritto con il diritto della forza.

Un drammatico richiamo, articolato in perfetta armonia con il Discorso sullo Stato del Mondo letto da papa Leone a inizio anno.

Difficile insomma non cogliere come attraverso i suoi amici e cardinali statunitensi il Papa americano stia parlando al “suo” presidente, togliendo peraltro quella copertura cattolica all’ideologia MAGA che il vicepresidente J.D. Vance aveva portato in dote a Trump nel corso della campagna per le presidenziali.

 

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