I signori del silicio sono alla ricerca del cancello che apra sul mondo dell'AGI, un'intelligenza artificiale capace di imitare in tutto e per tutto il nostro cervello... e forse fare di più

di Luca Botturi* - articolo pubblicato su ilfederalista.ch
L’intelligenza artificiale (i.a.) sta diventando una componente abituale della nostra quotidianità. Mentre noi chiediamo a ChatGPT o a Gemini di aiutarci a scrivere un'email, sui giornali, negli uffici delle big tech e nei salotti della cultura sempre più spesso si discute di Artificial General Intelligence, o AGI, e cioè “intelligenza artificiale generale”. Di cosa si tratta?
Cosa è l’AGI
Il termine AGI indica in informatica ciò che per l’alchimista medioevale era la pietra filosofale: un manufatto potentissimo, circondato da un’aura leggendaria, la cui ricerca giustifica ogni sforzo e sacrificio. Se la pietra filosofale trasformava qualsiasi metallo in oro, l’intelligenza artificiale generale è una macchina in grado di svolgere tutte le funzioni della mente umana con pari o superiore efficacia, tanto da risultare praticamente indistinguibile da essa.
Oggi, nessuna i.a. dimostra le caratteristiche di un'AGI: gli strumenti che usiamo – come appunto ChatGPT o Gemini – possono essere classificati come applicazioni di “intelligenza artificiale ristretta”. Sono cioè progettate e sviluppate per eseguire un compito particolare. Le piattaforme generative che tutti conosciamo generano testo; Suno genera musica, Nanobanana genera immagini; altri strumenti più specializzati controllano la qualità dei prodotti, aiutano nella gestione di un magazzino, supportano la diagnostica medica, ecc.
Sviluppare un'AGI avrebbe un doppio valore: da un lato ci permetterebbe di raggiungere la conoscenza ultima sul funzionamento dell’uomo e della sua mente, replicata in un dispositivo creato da noi; dall’altro, sarebbe un prodotto eccezionale, facilmente applicabile – per definizione – a ogni settore professionale e industriale: un po’ come i droidi dell’universo di Star Wars.
Questione di complessità?
Quando si discute di AGI, spesso la domanda è quando verrà sviluppata e chi la svilupperà; molto raramente ci si interroga sulla possibilità di svilupparla. Tuttavia, è bene fermarsi un attimo per ragionare su alcune implicazioni dell’idea stessa di AGI.
Come sappiamo, le applicazioni di i.a. si basano su modelli statistici molto elaborati e su immense disponibilità di dati. Quando un chatbot ci risponde, genera una sequenza di parole (o meglio, di gruppi di lettere) statisticamente collegate alle sequenze di parole che compaiono nel nostro prompt e nei testi su cui il chatbot è stato “allenato”. Esso compie un numero talmente elevato di operazioni statistiche, in maniera talmente rapida, e si basa su una quantità tale di dati che il risultato è sorprendente. Tuttavia, non fa nulla di più di questo: non “capisce” il nostro prompt, e non “sa” cosa ci ha risposto.
Questo limite delle attuali i.a. è evidentemente ben noto anche agli informatici, ma alcuni ritengono che aumentando la complessità (numero di operazioni al secondo, quantità di dati, velocità di elaborazione, ecc.) si possa produrre un “salto” che faccia apparire un'AGI. In qualche modo, ciò corrisponde a immaginare la nostra mente come un sistema in cui l’intelligenza emerge più o meno misteriosamente come proprietà di un sistema composto da un numero molto alto di elementi interconnessi, i quali svolgono ognuno operazioni molto semplici (come -forse- i neuroni).
Ma è davvero solo un tema di complessità? Innanzitutto, siamo tutti ben consapevoli che noi non funzioniamo come una macchina probabilistica: noi capiamo o cerchiamo di capire, e ogni parola per noi è agganciata a un pezzo di realtà o a un’esperienza. Usiamo le parole per veicolare un senso, non per replicare statisticamente sequenze di parole già esistenti (a meno di non supporre che tutto questo sia una mera auto-illusione... ma questo ci porterebbe a dubitare di tutto, inclusa la nostra stessa esistenza).
In secondo luogo, noi non sappiamo definire compiutamente cosa sia la nostra intelligenza; sappiamo però che ha molte forme e che implica non solo il cervello (un organo che forse può essere descritto per analogia come un computer) ma anche il corpo, un’altra realtà la cui complessità ci sfugge.
Infine, anche se esistesse una macchina che fa tutto ciò che noi facciamo, non potremmo ancora dire che sia come noi – esattamente come una bicicletta non è un tram, anche se ambedue possono farci compiere lo stesso tragitto nello stesso tempo. Replicare la funzione di un sistema significa simulare tale sistema, non per forza riprodurlo; sviluppare una AGI non significherebbe quindi svelare il funzionamento della nostra mente.
Sapremmo riconoscere un'AGI?
Supponiamo per ipotesi che un gruppo di geniali ricercatori annunci di aver sviluppato un'AGI: come potremmo verificare tale affermazione? Quale sarebbe il test che ci permette di verificare che un’i.a. replica tutte le funzioni della mente umana?
Facciamo una piccola premessa: al momento si discute anche su quali benchmark (test) dovremmo usare per valutare l’”intelligenza” di macchine che già usiamo da anni come ChatGPT. Valutare un'AGI è sicuramente ancora più complesso.
Sulla stampa specializzata si ragiona spesso in termini di mestieri: riconosceremo un'AGI in base a quanti professionisti umani potrebbe soppiantare. Lo scenario è occupazionalmente drammatico, ma soprattutto definisce l’essere umano in base alla sua performance professionale. Se un'i.a. saprà cucinare, pilotare un aeroplano, progettare ramponi con leghe iper-leggere, coordinare la pulizia dei letti fluviali, leggere una fiaba a un bambino, ecc., allora sarà una vera e propria AGI.
Anzitutto potremmo osservare che nessuno di noi sa fare tutte queste cose: ognuno ne ha imparate alcune, magari con grande fatica e non tutte a un livello ottimale. Quando immaginiamo una macchina che svolga tutti questi compiti, ce la immaginiamo perfetta, capace di fare tutto senza errori; già questo ci dice che una tale macchina non sarebbe umana, perché noi di errori ne facciamo sempre, continueremo a farli, e facendoli impareremo, scopriremo e cresceremo – anche perché il mondo ci propone in continuazione situazioni in cui non esiste una “soluzione giusta”.
Potremmo poi anche chiederci se sia giusto misurare l’umanità in base all’efficacia professionale. I bambini, gli anziani o i disabili sono forse meno umani o meno “intelligenti” perché non produttivi? Inoltre, anche il più efficiente impiegato di banca potrebbe utilizzare parte del suo tempo libero per fotografare rari fiori alpini. Sarebbe per questo meno efficiente e quindi meno umano? Ma soprattutto, sarebbe lo stesso efficiente impiegato di banca se perdesse la capacità di meravigliarsi per la bellezza della natura e di camminare ore per scovare un fiore? Detto in altre parole: sappiamo davvero cosa faccia di un professionista un buon professionista? Siamo davvero convinti che la qualità, anche professionale, di una persona, dipenda unicamente dalle competenze tecniche e non anche da imponderabili fattori esperienziali?
Questa strana stortura prospettica – misurare l’umanità in base alla capacità professionale – ha radici profonde e, ahimé, imbeve grande parte dei sistemi di valutazione della qualità delle nostre imprese e istituzioni, trascurando completamente il fatto che siamo creatura e mistero, e che portiamo qualcosa di intangibile e potente che chiamiamo anima.
Possiamo dormire sonni tranquilli?
Non credo dunque che le nostre città saranno invase da macchine intelligenti indistinguibili dagli umani; e non credo nemmeno che sia una direzione auspicabile. Credo però che ne sentiremo parlare ancora molto e a lungo, e che la ricerca di questa pietra filosofale potrebbe distrarci da questioni più prossime e decisive.
Ogni settimana vengono rilasciate sul mercato nuove applicazioni di i.a., con funzioni sempre più avanzate e con capacità agentiche, cioè in grado non solo di fornirci risposte, ma anche di compiere azioni, come prenotare un volo, fare un acquisto, inviare un'email, vendere o comprare dei titoli di borsa, ecc. Affideremo a Siri o ad Alexa la pianificazione delle nostre giornate, o l’acquisto dei regali di Natale per i nostri cari? Ci abitueremo al fatto che il nostro medico o il nostro assicuratore ci rispondano sulla base dei suggerimenti di una macchina? Sarà normale far scrivere un biglietto di auguri al nostro chatbot? Ma soprattutto, se tutto ciò avvenisse, la nostra vita diventerà in qualche modo migliore?
Queste “piccole” innovazioni quotidiane iniziano già ad avere un impatto su ognuno di noi. Un impatto ancora maggiore lo stiamo osservando nel mondo del lavoro, in cui profonde trasformazioni saranno inevitabili e andranno in qualche modo governate. Come tutte le tecnologie, non stanno cambiando solo come facciamo le cose, ma il senso di ciò che facciamo, il ruolo che giochiamo, il modo in cui siamo protagonisti della nostra vita e del nostro lavoro. Queste sfide di oggi richiedono il nostro impegno e la nostra attenzione in maniera più urgente che non il fascino tremendo di un’ipotetica pietra filosofale digitale.
*professore SUPSI