IL FEDERALISTA
"L'oro sporco del Venezuela... e noi?"
Il metallo giallo venezuelano è al centro degli interessi americani, ma la sua origine solleva pesanti interrogativi. Christoph Wild, presidente dell'Associazione Svizzera dei Metalli Preziosi, spiega perché le aziende elvetiche non lo trattano

a cura della redazione de Il Federalista

Il chavismo non andava per il sottile, coltivando la corruzione anche nello sfruttamento delle straordinarie ricchezze del sottosuolo venezuelano. Dell’oro di Caracas si è invaghito Donald Trump. Ma le strette regole che vigono nel mercato internazionale del metallo prezioso bloccano le raffinerie americane. Buona parte dell’oro mondiale viene trattato e rivenduto nel nostro Paese, in particolare da tre raffinerie localizzate in Ticino. Passa di qui anche l’oro venezuelano? Cerchiamo di scoprirlo.

Il Venezuela si riapre al mondo, ma ciò che al mondo sembra interessare è soprattutto il suo ricco sottosuolo. Non c’è solo petrolio. Nelle foreste e sotto la terra di questo Paese grande circa 22 volte la Svizzera (e tre volte l’Italia), si trovano concentrazioni di quasi tutte le più importanti e preziose materie prime, a cominciare dall’oro. E su quell’oro ha già messo gli occhi Donald Trump.

D’altra parte, dire “oro” vuol dire anche “Svizzera”. Perché? Perché nel nostro Paese viene raffinato il 35% del metallo giallo messo in circolazione e il 20% di quello estratto direttamente dalle miniere. E in questo caso dire “Svizzera” vuol dire soprattutto “Ticino”, che in questo settore possiede un’autentica leadership: nel nostro territorio, in particolare nel Mendrisiotto, si trovano tre delle cinque maggiori raffinerie elvetiche di metalli preziosi (Valcambi, Pamp, Argor-Heraeus).

Occuparsi dell’oro venezuelano significa dunque entrare in dinamiche che in qualche modo, sebbene non ce ne rendiamo conto, toccano una realtà a noi vicina. Ci arriviamo. Ma occorre dapprima tornare in Venezuela (passando da Washington).

Una passione per il lingotto

All’inizio di marzo -crede di sapere il New York Times-, mentre a Washington si celebrava il successo dell’intervento militare che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, il segretario statunitense agli Interni Doug Burgum entrò nell’Ala Ovest della Casa Bianca in compagnia di un imprenditore e recando con sé una pila di lingotti. Oro venezuelano.

L’amore di Trump per il metallo giallo è piuttosto noto, al punto che la delegazione svizzera che si presentò nel novembre 2025 nella Sala Ovale per supplicare il tycoon di ridurre i dazi sul nostro Paese, gli portò in dono un lingotto personalizzato, confezionato dalla raffineria MKS Pamp di Castel San Pietro.

Fatto sta che lo stesso giorno in cui il segretario Burgum mise sotto gli occhi del presidente quei luccicanti lingotti venezuelani, dall’amministrazione americana partì una nuova direttiva che consentiva ai commercianti di importare oro da una delle regioni minerarie più violente e corrotte del mondo. E di lì a poco i primi carichi del metallo prezioso arrivarono negli Stati Uniti dalla Minerven, una compagnia mineraria statale venezuelana che, per giunta, figura ancora tra le società rubricate da Washington come “minaccia alla sicurezza nazionale” degli Stati Uniti.

Il rapporto strutturale con le gang malavitose

L’operazione sull’oro rappresenta uno dei tasselli della strategia americana di “controllo” sulle risorse venezuelane. Dopo aver assunto la regia delle esportazioni petrolifere, Washington si è rivolta alle ricchezze minerarie del Paese, che comprendono una delle maggiori riserve auree al mondo solo parzialmente sfruttata .

In tal modo, l’amministrazione Trump sostiene di voler portare sviluppo nel Paese latinoamericano, sottraendo risorse alla criminalità. Ma c’è un problema: l’oro che ha iniziato a raggiungere gli Stati Uniti proviene da miniere ancora strutturalmente intrecciate con bande malavitose e corruzione. Per questa ragione le raffinerie non possono garantire la provenienza del metallo prezioso, così come richiesto dalla legge, e di conseguenza centinaia di milioni di dollari in oro sono bloccati nei magazzini americani.

Quell’oro viene da El Callao, cuore minerario del Venezuela. Attorno alle miniere della Minerven prosperano tuttora centinaia di piccole società, le cosiddette "brigate", che versano parte dell’oro al Tren de Guayana in cambio di protezione. Una pratica chiamata "el sistema". Il metallo viene poi rigirato a Minerven e fuso insieme a quello estratto dalla compagnia statale, rendendo indistinguibile il metallo “pulito” da quello che finanzia i cartelli.

Secondo una stima riportata dal Times, circa il 90% dell’oro venezuelano proverrebbe da attività criminali: trovare il 10% "pulito" significa cercare un ago nel pagliaio. Non sorprende quindi che, sei mesi dopo l’inizio dell’operazione, non si sia ancora riusciti a rivendere e raffinare l’oro arrivato negli Stati Uniti.

La centralità del settore in Svizzera

Per capire quali siano i grattacapi posti dall’oro del Venezuela ci siamo rivolti a un navigato senior del settore aurifero svizzero, Christoph Wild, presidente dell’Associazione Svizzera dei Metalli Preziosi. Per il nostro Paese quella dei metalli preziosi è una filiera di grande importanza, uno dei maggiori settori svizzeri d’esportazione, che vale dai 100 ai 130 miliardi l’anno; per capirci, quasi alla pari con quello della chimica e della farmaceutica.

"La Svizzera”, spiega Christoph Wild, “è probabilmente il centro dei metalli fisici più importante del mondo, sia per i volumi sia per la varietà dei prodotti e dei servizi". Uno dei suoi centri principali -dicevamo- si trova in Ticino.

Un’eccellenza, in quella che è sì un’industria intensiva, ma richiede anche una qualità molto alta. Una leadership, quella svizzero-italiana, che ha ragioni storiche: "Fino alla metà degli anni Ottanta l’Italia e il suo settore dei gioielli era il consumatore più importante d’Europa e si voleva essere vicinissimi al cliente principale. La Svizzera offriva vantaggi palesi: un sistema bancario che funzionava, la logistica, la sicurezza". Ecco perché le grandi raffinerie si sono concentrate a sud delle Alpi. La Svizzera ha inoltre il vantaggio di aver sviluppato un’intera filiera: il metallo viene raffinato, trasformato, comprato e rivenduto; con un’aggiunta importante: la presenza di un’affermata industria orologiera e di altri settori del lusso, affamati di oro.

Dalle miniere sparse in tutto il mondo giunge il materiale semigreggio (il cosiddetto doré). La raffineria lo lavora e lo rivende a banche o altri clienti. "Le raffinerie, da una parte, offrono a terzi il servizio di trasformazione del metallo, dall’altra commerciano esse stesse il metallo", spiega Wild. Il vero valore aggiunto svizzero è la fiducia: "La qualità e purezza del prodotto è tra le più alte al mondo, con un’attenzione particolare alla provenienza del metallo nativo ". Una trasparenza ricercata dai clienti, in quanto ha un suo valore economico.

"Dal Venezuela neppure un grammo di oro in Svizzera"

La provenienza, dunque. Torniamo allora al Venezuela. Oggi, ci assicura WIld, esso rappresenta più un rischio che un’opportunità. "La nuova apertura del mercato venezuelano è, a mio avviso, certamente di grande interesse, considerata la quantità di minerali presenti nel Paese. Ne stiamo parlando tutti nel settore. Ma ci sono troppe preoccupazioni, al momento. Non c’è sicurezza legale e la compliance [conformità normativa] che deve essere garantita è oggi proibitiva", ci spiega. Per poter accettare il metallo le aziende elvetiche devono infatti ricostruirne l’intera catena di provenienza: conoscere la miniera da cui è stato estratto e tutti gli attori che ne hanno avuto il controllo. Condizioni che oggi, secondo il presidente dell'ASMP, sono estremamente difficili da garantire.

** "È un mercato che i nostri membri non toccano. Se si guarda la nostra piattaforma di trasparenza, dal Venezuela non viene neanche un grammo d’oro in Svizzera". E non risultano neppure, aggiunge Wild, operatori venezuelani che abbiano recentemente cercato di aprire un canale.**

Chi raffina o commercia oro di provenienza dubbia può trovarsi esposto a sanzioni, paradossalmente proprio dagli USA. "Anzi, non è da escludere che… dopodomani l’amministrazione Trump, o una successiva, cambi le regole proprio riguardo al metallo del Venezuela, e si finisca sanzionati dagli americani stessi", congettura Wild. D’altronde, l’amministrazione Trump ci ha abituati ai cambi repentini di parametri. E l’instabilità normativa, come si sa, è nemica degli affari.

Andare sul posto, verificare, anche con le nuove tecnologie

Sul problema, come si diceva sopra, hanno picchiato il naso anche gli USA di Trump. Non basta infatti riuscire a portare il metallo fuori dal Venezuela: "Il rischio, oltretutto, è di acquistare un metallo, a costi molto alti, che poi nessuno vorrà ricomprare una volta raffinato”.

Curiosità. Come può una raffineria, ticinese per esempio, sapere che l’oro arrivato dall’altra parte del mondo non abbia finanziato una banda criminale? "Bisogna conoscere molto bene la realtà sul posto e le persone con cui si lavora. Fare due diligence veramente a fondo e capire se vi siano tutti i permessi”. A questo si aggiungono visite alle miniere, controlli sulla documentazione, rapporti con le ONG e, per finire, attenzione alle inchieste giornalistiche. Soprattutto, bisogna impedire che lungo il percorso l’oro certificato venga mischiato con metallo di provenienza illegale, insiste Wild.

La tecnologia aiuta. Attraverso un registro digitale è possibile associare al metallo un "gemello digitale" che ne descrive le caratteristiche e ne accompagna tutto il percorso. Il materiale pre-lavorato, proveniente dalle miniere industriali, possiede caratteristiche che consentono di verificarne l’origine. "Ogni deposito geologico ha la sua struttura", spiega Wild. Quando il metallo arriva in raffineria è quindi possibile confrontarlo con quello della miniera dichiarata: "È come se il metallo avesse un suo DNA".

Per concludere, prima dell’attuale apertura americana, dove finiva l’oro estratto in Venezuela? Non in Svizzera, assicura Wild. "Presumo Cina, Dubai, probabilmente India" e altri mercati nei quali, conclude, "sicuramente non si fanno le stesse domande che ci facciamo noi qui in Svizzera".

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