POLITICA E POTERE
Orari di apertura dei negozi, la Lega a sorpresa lascia libertà di voto: "La nuova legge favorisce solo i grandi magazzini. E non ci sono certezze sul contratto collettivo"
Mossa a sorpresa di via Monte Boglia che sull'oggetto in votazione il 28 febbraio non si schiera. Una scelta che sembra inserirsi come una tessera nel mosaico delle forti tensioni in atto tra lil Movimento e la grande distribuzione
LUGANO - Libertà di voto. Mossa a sorpresa della Lega su una delle votazioni più calde su cui il popolo sarà chiamato a decidere il prossimo 28 febbraio. Parliamo della nuova legge sugli orari di apertura dei negozi, contro cui il sindacato UNIA ha promosso un referendum.Il Movimento di via Monte Boglia, come detto, ha deciso di non dare indicazione di voto. E solitamente i leghisti scelgono questa strada unicamente quando si tratta di oggetti in votazioni a carattere etico. Questa volta invece sarà "libertà di voto" su un tema tutto politico. Una scelta che sembra inserirsi come una tessera nel mosaico delle forti tensioni in atto tra la Lega e la grande distribuzione. Tensioni legate soprattutto al referendum sulla tassa di collegamento.In ogni caso, restando al punto, la notizia è stata data oggi dal Mattino. Con queste motivazioni. In premessa: "La Lega, di principio, è sempre stata favorevole a rendere più elastici gli orari d’apertura dei negozi. Perché la società è cambiata, perché il lavoro al di fuori degli orari classici sta sempre più diventando la regola per un nu­mero crescente di settori professionali, perché i centri commerciali d’Oltrera­mina fanno concorrenza ai negozi ti­cinesi certamente per i prezzi inferiori - situazione aggravata dal cambio con l’euro (grazie, balivi della Banca Na­zionale!) - ma anche per gli orari più generosi. Ci sarebbero dunque vari motivi per votare Sì al modesto ade­guamento d’orario proposto dal parla­menticchio. Ma ce ne sono almeno altrettanti per votare No". E veniamo al dunque: "Già svariati anni fa, il Nano scriveva sul Mattino: Sì all’incremento delle aperture domeni­cali soprattutto durante la stagione tu­ristica, Sì ai negozi aperti un po’ più a lungo la sera, ma a patto che i diritti dei lavoratori siano adeguatamente salvaguardati. Ovvero, a patto che le saracinesche aperte siano accompa­gnate dalla firma di un contratto col­lettivo di lavoro (CCL). Ora, è pur vero che il vincolo del CCL è previsto dalla legge su cui i ti­cinesi voteranno prossimo 28 feb­braio. Ma è altrettanto vero che da anni la grande distribuzione vi si op­pone. I vari Lucibello & Co, i contratti collet­tivi li hanno sempre visti come il fumo negli occhi. Di certo non hanno cambiato idea adesso. Il vincolo le­gale alla loro sottoscrizione, come detto, è nella legge. Ma la grande di­stribuzione, o chiunque altro, po­trebbe farlo saltare tramite ricorso. E allora “addio fichi” e quindi addio tu­tela dei tanti lavoratori del settore". "C’è inoltre - si legge sempre sul Mattino - un altro elemento. A chi gioverebbe la mezz’ora in più? Il ri­schio è che se ne avvantaggeranno solo i grandi magazzini, a scapito dei piccoli negozi dei centri, radicati sul territorio e magari a conduzione fami­liare. Non si vede dunque motivo particolare per avvantaggiare i supermercati con una legge sugli orari d’apertura che ri­schia di giovare solo a loro. Infatti gli “shopping center” pagano im­poste irrisorie in Ticino, assumono frontalieri a go-go, generano traffico parassitario, devastano il territorio con i loro capannoni e portano all’estin­zione i piccoli negozi urbani. Oltre­tutto, da anni la grande distribuzione rifiuta di sottoscrivere il CCL e adesso sostiene pure – pro sacoccia sua e a danno della viabilità di questo sfigatissimo Cantone - il referendum contro la tassa di collegamento".Di conseguenza, libertà di voto...anche se dai toni dell'articolo appare più un invito a votare no....
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