La pre condizione per affrontare il risanamento delle finanze cantonali, è far sparire dal tavolo la proposta di sgravio ai ricchi

di Andrea Leoni
In vent’anni da cronista di politica cantonale, ho seguito diverse manovre di risanamento finanziario. E ogni volta, alla presentazione del messaggio, le accuse al Consiglio di Stato sono sempre le stesse: assenza di visione, mentalità contabile, incapacità di attuare vere riforme. Parole belle, parole facili, parole vuote, perché prive di consistenza di fronte a un tema molto concreto: come far quadrare i conti.
Saremo stati particolarmente sfortunati, ma in vent’anni non è mai apparso un ministro capace di sfornare idee più geniali di quelle che, grosso modo, vengono riproposte ogni volta. D’altra parte le leve d’intervento per risanare i conti sono due: la spesa e le entrate. E se si agisce sulla uscite i cespiti più fruttuosi sono quelli: personale e sussidi.
Il vero rimprovero che si può muovere al Governo è quello di essersi completamente consegnato alle logiche elettorali, presentando preventivi farseschi, tipo quello dell’anno scorso. Ha preferito la tattica alla strategia e ha perso tempo, aggravando il problema.
Va detto che c’è molta ansia elettorale nelle reazioni anti-governative di alcuni partiti del centrodestra, essendo stata presentata la manovra ad urne aperte. Passato il weekend, e forse il ballottaggio, i toni si cheteranno, così come il grado d’indignazione e di opposizione. Anche perché questi ministri non sono figli di nessuno, orfani come appaiono oggi, ma espressione delle principali forze politiche, che ne condividono le responsabilità.
Questo pacchetto di risparmi non è il frutto del decreto Morisoli - al netto di un tafazzissimo referendum del PS che ha elevato una leggina a volontà popolare - ma del freno al disavanzo, strumento di politica finanziaria di rango costituzionale, votata dal popolo nel 2014. Questo meccanismo, a differenza del decreto Morisoli, prevede la possibilità di agire anche sul fronte dell’entrate, purché vi sia l’avallo dei due terzi del Gran Consiglio.
Ma al di là delle leggi, in politica è sempre e solo una questione di rapporti di forza tra i partiti o davanti al popolo. Quel che conta sono le maggioranze che avranno o non avranno le singole misure della manovra. E non c’è legge costituzionale o decreto Morisoli che possa evitare di cancellarle (purché siano compensate con altri interventi: i conti alla fine devono sempre quadrare). Tutto il resto sono discussioni mediatiche e politiche che valgono il giusto, cioè poco.
La pre condizione per una discussione seria sulla manovra, è che sparisca dal tavolo lo sgravio ai ricchi presente nella riforma fiscale attualmente al vaglio del Gran Consiglio. Al di là del merito, la politica si basa sul principio di realtà e la realtà ci dice che il taglio ai sussidi di cassa malati o agli istituti per invalidi, non possono convivere con un abbassamento delle imposte ai benestanti. Senza questo passo, che per primo dovrebbe compiere il PLR, ogni ragionamento sulla spesa sarà viziato e falsato.
Un altro principio di realtà ci indica che non si può tagliare sugli invalidi - i più deboli tra i deboli - e che dopo un aumento del 20% dei premi di cassa malati in due anni, non è possibile privare 6’000 cittadini del sussidio. Lo scriviamo da tempo: le fasce povere della popolazione ticinese sono - grazie a Dio - ampiamente protette. Chi non è tutelato è il ceto medio e medio basso. Chi è appena sopra o sotto le soglie. Chi paga tutto senza ricevere un franco e chi per starci dentro appena appena ha bisogno della mano dello Stato. Ed è esattamente questa la perversione insita nella definizione di “persone meno abbienti”. Chi sono i meno abbienti?
Non si può sottacere, infine, che il popolo ticinese ha più volte premiato i partiti, o le proposte, favorevoli a una diminuzione delle entrate o comunque contrari a qualunque innalzamento della pressione fiscale, diretta o indiretta. Le imposte di circolazione ne sono l’ultimo esempio. Questo è un altro dato di realtà con il quale occorre fare i conti. Ma è anche una responsabilità per questi partiti, che hanno voluto e ottenuto la bicicletta, dimostrare che è possibile tenere i conti in ordine agendo solo sulla spesa, senza buttare per aria la socialità e soprattutto confermando il consenso del Paese per questa ricetta, ora alla prove dei fatti.
Letta così la situazione pare talmente intricata da sembrare irrisolvibile. D’altra parte sia la leva delle uscite che delle entrate, invece che essere strumenti di politica finanziaria, sono state ideologizzate diventando santuari inviolabili, da difendere con guerre religiose.
Non è difficile prevedere che, per superare l’impasse, una maggioranza del Gran Consiglio cercherà di depotenziare per quanto possibile le misure più dolorose e controverse, per poi lasciare al popolo l’ultima parola. Per poi riadattare la politica finanziaria, sulla base delle indicazioni popolari. Con un Parlamento così frammentato e partiti così fragili, è difficile immaginare qualcosa di diverso.