Il presidente del Centro: "La credibilità del giornalismo risiede proprio nella coerenza di applicare a se stesso gli stessi principi che applica quotidianamente agli altri"

di Fiorenzo Dadò *
Pubblicato su La Regione del 14 luglio 2026
Alla fine di maggio 2026, laRegione ha informato i propri lettori in merito a un’inchiesta riguardante la sospensione cautelare di un noto giornalista della Rsi, accusato di presunti comportamenti molesti nei confronti di colleghe, indicandone l’identità. L’Atg (Associazione ticinese dei giornalisti) ritiene che laRegione abbia violato il principio della presunzione d’innocenza e le norme sull’identificazione delle persone e, per questo motivo, ha presentato un reclamo al Consiglio svizzero della stampa, chiedendogli di pronunciarsi.
La vicenda sorprende e apre un dibattito che va ben oltre il caso specifico. Solleva infatti una questione di carattere generale riguardo alla credibilità e all’imparzialità con cui vengono applicati i principi della deontologia professionale, al ruolo e alla responsabilità della stampa. Allarga inoltre inevitabilmente lo sguardo anche ai gravi casi di malainformazione e di palesi scorrettezze verificatesi in passato, Rsi compresa, senza che nei confronti delle persone coinvolte (...) (...) e delle loro famiglie sia stato dimostrato lo stesso riguardo, o siano mai arrivate pubbliche scuse dopo l’archiviazione delle inchieste o la conclusione dei procedimenti senza conseguenze penali.
Il direttore Ritzer nel suo commento del dieci luglio ha spiegato di aver effettuato una ponderazione tra interesse pubblico e tutela della personalità, giungendo alla conclusione che la pubblicazione del nome fosse giustificata, trattandosi di uno dei volti più conosciuti della Rsi e di fatti collegati alla sua attività professionale. Sempre secondo quanto riportato nel commento, al momento della pubblicazione dell’articolo sarebbero partite, su mandato dei vertici della Srg Ssr di Berna, alcune telefonate “amichevoli” alle redazioni da parte di legali, nel tentativo di impedire la pubblicazione dell’articolo o, quantomeno, del nome del giornalista. Se i fatti si fossero svolti come descritti, sarebbe difficile non leggere quell’intervento come un chiaro tentativo di censura, stigmatizzato senza remore qualora fossero stati altri i mandanti. E proprio perché riguarda un’azienda di servizio pubblico, la vicenda merita di essere chiarita fino in fondo in quanto rischia di gettare un’ombra sull’azienda stessa, danneggiando, loro malgrado, la credibilità e l’imparzialità dei giornalisti che vi operano.
La posizione espressa da Ritzer in risposta al reclamo dell’Atg, mette in luce una questione di fondo: i principi deontologici, che dovrebbero rappresentare la bussola di ogni giornalista, vengono applicati con lo stesso metro in ogni circostanza oppure cambiano a seconda dei casi, delle persone coinvolte o della convenienza di determinati gruppi di potere?
Da anni i media chiedono a noi politici, ai magistrati e a chi occupa cariche o ruoli pubblici la massima trasparenza e il comportamento di queste persone viene sottoposto a un rigoroso screening, facendo finire chi “sbaglia” sulle prime pagine con nome, cognome e fotografia. Non importa che si tratti di un consigliere comunale, di un presidente di partito, di un consigliere di Stato, di un prete o di un giudice. Questo perché si ritiene che l’interesse della collettività prevalga sulla riservatezza individuale. Non si comprende quindi il motivo per cui non debba valere anche per chi svolge il delicato compito di informare i cittadini. I giornalisti, e ancor più quelli del servizio pubblico radiotelevisivo, ricoprono un ruolo di grande responsabilità. Questi ultimi godono di ampia credibilità e di importanti garanzie professionali e di tutela, anche perché operano all’interno di un’istituzione pubblica sostenuta dal canone pagato da tutti i cittadini.
Forse proprio per questo il loro standard di trasparenza e di responsabilità nei confronti della collettività dovrebbe essere ancora più elevato e rigoroso, così da evitare che si crei l’impressione di una categoria privilegiata, che rivendica per sé una tutela più ampia di quella che concede agli altri.
La credibilità del giornalismo risiede proprio nella coerenza di applicare a se stesso gli stessi principi che applica quotidianamente agli altri.
*presidente del Centro e granconsigliere